Luciano Curreri A ciascuno i suoi morti
pp. 104, euro 10 Nerosubianco, Cuneo 2010
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Milva Maria Cappellini
Il paratesto dell'esordio narrativo di Luciano Curreri è subito spiazzante: la bandella - esasperatamente e bachtinianamente polifonica - contiene infatti una sorta di captatio benevolentiae tutta à rebours, che si conclude con un perentorio (o apparentemente rassegnato) "Cattiva lettura". Munito di tale perturbante viatico - sia esso da considerare imperativo di malaugurio o assertivo di autostroncatura - il lettore incontra subito, nell'incipit del primo racconto, una delle fibre dell'intero volume, ossia la metaletterarietà, intesa non tanto come vezzoso stigma post-moderno quanto come riconoscimento dell'ineludibile bisogno che la narrazione rifletta su se stessa, pensi alla propria identità e al proprio statuto proprio nel momento in cui l'esperienza più urge e brucia: "Non era stato capace di pensare a nient'altro. Era solo passato alla terza persona e l'aveva scritto nella sua testa, immaginandolo come un racconto dei suoi. Sua figlia stava morendo e non poteva perderla" (A ciascuno i suoi morti). Un'altra fibra del libro è, fin dal titolo, la morte, che il racconto in questione declina nella sua versione più tremenda: la morte di un bambino. E qui l'universale compito del racconto - scongiurare la morte - viene tematizzato nel sacrificio silenzioso ma dolorosissimo del romanzo (l'amputazione indispensabile ma insopportabile) a riscattare la vita della figlia. Viene in mente Tous les enfant saufs un di Philippe Forest, non solo per il tema ma anche per l'idea che la vocazione della letteratura sia proprio dire l'impossibile, nel suo dire un reale che sfugge alla realtà mediante l'intensità stessa, lancinante, con cui viene raccontato (siamo, dunque, nei pressi di Bataille). Nella inesorabile verità di questa letteratura, incombe tuttavia la menzogna, penetra il rischio di percepirsi come bluff, come inconsistenza: "Sei un bugiardo. Hai mentito a tutti" (id.). La scrittura, in questo caso, ha parecchio a che fare con un altro impossibile, con l'odio e con la frustrazione, con il sangue non necessariamente puro (il sangue dello scrittore) della vittima necessaria. Una fibra ulteriore del volume è la narrazione di sé: volutamente si evita il termine "autobiografia", poiché il movimento stesso della narrazione - non solo breve ma centrifugo - scardina l'involucro autobiografico, azzerando lo schema classico in cui il sé trova conferma nella propria autonarrazione ed eludendo il modello post-moderno in cui il sé viene costruito dal testo stesso. E' vero che uno svelamento autobiografico sembra di poter cogliere nel racconto Il furto: "figlio di operai, obiettore, d.j., futuro giornalista o critico, sbarbato, sbragato, capello lungo e trenta con o senza lode a tutti gli esami ma destinato a una vita di vagabondaggie sradicamenti vari da intellettuale a contratto". Ma conta probabilmente di più la qualità dei personaggi, autoanalitici e velleitari, quasi "uomini ridicoli" alla Dostoevskij (ma anche un po' celiniani, e un po' à la Joseph Roth: invece non si tiri in ballo Bukowski né certo trash introspettivo). Sono uomini autocorrosivi e ancipiti, cercatori di felicità ("La felicità è il grado zero del ricordo. La lunga attesa di un oblioso compimento. Altro da dire non c'è": ...) ma senza grandi speranze ("Provi un vivo senso di preoccupazione, ti agiti ma lasci che tutto continui così" (Due vite al prezzo di una). Uomini inclini a vivere un'adolescenza protratta, tra omaggi ai padri (Un orso a fragole) e tenerezza per le Madri (il sogno della Grande Madre, della nonna salvifica: non è successo niente), tra memorie dei momenti di passaggio ("La data è una spia, un frammento del giovane Micio in attesa di una dolce e delicata maturazione. E' un appuntamento della vita. Si può disdire ma non si può dimenticare": Un'altra prima volta) e conflitti da lettino di psicanalista (Storia del sudore). Giganteggia la figura paterna, come il padre correttore di bozze (lavoro censorio e classificatorio, adattissimo a forgiare un figlio antagonista, irregolare) nel racconto Della luna al posto del sole: "Mio Padre (…) è la Forza contro cui ho dovuto lottare tutta la vita per poter continuare a sognare, ergo a vivere". Va poi da sé che ciascuno di questi uomini è una diversa epifania dell'io narrante, come gli amici che, uno dopo l'altro, se ne vanno in Due vite al prezzo di una (Eva inclusa): tutti spostati, esiliati, imperfetti, morti o morituri. Ciascuno di loro custodisce e manifesta un'ossessione o compulsione capace di rivelare, in un attimo, un senso profondo e nascosto. Così, il furto di un'edizione della Vita di Antonio Gramsci di Giuseppe Fiori induce a fare i conti con i padri, fino ad accettare la necessità di infliggere loro furti (come i padri altrettanto inesorabilmente infliggono, ai figli, lutti). La ricognizione delle tracce lasciate dagli antenati - i padri, i nonni, Cacciaguida - è un'altra fibra della silloge, forse la più forte: come dire, per un intellettuale, la verifica della tradizione. Si è detto che il volume, fin dalla bandella, è metaletterario: e lo è soprattutto nel senso che ogni racconto è anche il racconto del proprio farsi, e il racconto della natura procedurale della narrazione. E tra i racconti il più metaletterario (e, di conseguenza, il più tematicamente riepilogativo: quello in cui tutte le fibre convergono) è Monodiavolo, nel quale un diavolo poco esigente e poco scenografico ammaestra sulla letteratura lo scrittore "timorato e timoroso" del racconto di apertura. Ma è lo scrittore stesso a spiegare il significato della struttura del libro un album, diviso in due lati come un vecchio LP: beninteso, un concept album) nonché a svelare le ragioni del titolo. Non solo: il diavolo spiega allo scrittore come morire ("Raccontando il tuo rancore, il tuo odio, le privazioni, la tua vita sempre rinviata"), azzerandosi agli occhi altrui ma solo per scrivere la propria "Storia"; però è lo scrittore a dichiarare: "è tutta la vita che muoio per finta. (…) Nel senso che sono fatto di morte, di pezzi morti, dei miei morti". Può darsi - anzi, è inevitabile e forse indispensabile - che il racconto possa mancare il proprio compito di scongiurare la morte. Ma rimane questa sua capacità di vivere essendo fatto di morti, dei nostri morti, e di desiderare se stesso, desiderare di raccontare: "Scrivere un libro, ogni tanto, per dire chi sei. Anche uno solo, prima di morire, come una preghiera, un canto. Per dire cosa ti è successo. Magari anche per dire che non è successo niente" (.Non è successo niente)
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