STEFANO LANUZZA
Maledetto Céline un manuale del caos
pp. 237 euro 13 Stampa Alternativa, Roma 2010 |
Antonio Contiliano
La paradossalità è un contrassegno della verità e […] la communis opinio non è mai certamente nella verità […] con la verità ha lo stesso rapporto che il vapore di zolfo ha col fulmine che lo ha lasciato dietro di sé. La verità non è mai un elemento.
conte Yorck von Wartenburg
In questi tempi di dura povertà e miseria dilagante, ad alto livello di degradazione morale e civile-politica dell'Azienda Italia, dove il Pil della "banalità del male" ha una curva di crescita esponenziale, il libro di Stefano Lanuzza sul dottor Destouches/Céline, nota la damnatio memoriae per il viscerale antisemitismo dello scrittore francese e per la colpa mai provata di "collaborazionismo" con il regime nazifascista della sua epoca, non può che sollevare le sorti del pensiero polemico e critico. E non foss'altro perché alimenta polemiche gastronomiche vecchie e nuove, e alla luce delle nuove campagne razziali che si sono scatenate nell'Italia e nell'Europa del nuovo razzismo etnocentrico e identitario. Una temperie di ritorno che tocca lo stesso Stato israeliano impegnato a ghettizzare e ad annientare a colpo sicuro i palestinesi nella guerra arabo-palestinese-israeliana. Cèline, scrive Lanuzza, con il suo scheletro nell'armadio, "appunto l'Ebreo, che lui stesso detiene facendone il parafulmine del suo odio per i signori della guerra, assimilati al potere economico" (p. 184), rimane prigioniero della trappola ideologica che lui stesso ha creato. Ma il suo paradossale "antisemitismo, paranoicamente difensivo e pacifista, è poi, con tutta evidenza, ben diverso da quello interpretato dal nazifascismo aggressivo e totalitario"(Ibidem). Il "pacifismo di Céline, tutto intrinseco alla sua mai innocente scrittura, ha i nomi dell'emozione e della rappresentazione. L'emozione attiene allo stile, di forte rilevanza linguistico-lessicale, tra i più originali delle avanguardie europee novecentesche" (p. 191). Lo stesso Céline (Entretien), del resto, come sua verità poietica aveva scritto che "All'inizio era l'emozione. Il verbo è venuto in seguito per sostituire l'emozione, come il trotto sostituisce il galoppo […] Si è strappato l'uomo alla poesia emotiva per introdurlo nella dialettica, cioè nella confusione, non è cosí?". Se nella povertà del tempo e dei poeti - che dicono ciò che i politici e le masse non vogliono sapere e dire -, rievocare Céline (e la sua opera) potrebbe essere un "pericolo", come dice Holderlin, è anche vero altresì che dove è il pericolo, continua il poeta, lì è anche la salvezza e una domanda. Una dialettica "dell'aperto" e del "colloquio", si potrebbe dire, della disgiunzione unita come metodo (via) ergotico erratico-erosivo-corrosivo inarrestabile. Un argot come gesto e grido che insiste sul significante risonante:
una specie di instancabile passo semantico, di orgiastico spasimo metrico ritmante l'insofferenza e, ancor più, l'esacrazione…Scrittura non sequenziale, quella del Céline: leggibile per impressioni ed emozioni liberamente collegate. […] In sovrappiù […] c'è l'aggiunta del tema dell' 'odio': odio per la lingua del potere, odio di chi scrive in nome della volontà di potenza della parola contro la storia della società" (p. 192).
Una dialettica che, nella scrittura céliniana, scrive il saggista, si riversa in un vero e proprio caos (da manuale): fluido, magmatico e fluttuante, sorprendente. Uno scorrere che nell'argot tipico-delirante dello scrittore francese trova il suo miglior linguaggio espressivo-comunicativo. Una scrittura e uno stile letterariamente sovversivo e innovativo. Un taglio originale - come se fosse un inarrestabile flusso di coscienza purulento - che scompagina la scrittura simbolica dell'ordine del discorso. Sintassi, semantica e pragmatica risultato messe a soqquadro.
Tre puntini di sospensione e punto esclamativo. Frasi con intonazioni sospensive (…) e frasi con intonazioni esclamative (!): un po' in tutte le narrazioni […] Céline, 'manieristico 'imitatore di se stesso', le adopera per dare alla frase un ritmo sincopato, attuare una scansione musicale delle proposizioni e inventarsi una logica enunciativa ellittica e senza subordinate. […] 'Stile esclamativo'! di Céline: d'un autore che non interroga ma dà risposte. Sempre perentorie" (p. 200).
Ma se nelle scienze del caos fisico-matematico, nonostante l'indecidibilità a priori delle biforcazioni, esiste tuttavia la possibilità concreta di studiare il caos come un insieme di possibilità e di virtualità determinato, legando la sua conoscenza alla modellizzazione paradigmatica che ne stila postulati, ipotesi, regole, teoremi, sperimentazione e controllo di validità e verificazione, perché non anche un manuale del caos céliniano? Quel "caos" che fa parlare il logos della sua emozione originaria come "pulsione" di vita e di morte o come quell'unheimlich che difficilmente, come ha scritto Jacques Lacan, si sottomette al "discorso simbolico" del padrone o dell'Università, e che fa si che si è là dove il pensiero non è. Se c'è anche un "manuale" chiarificatore "del caos" esistenziale-letterario - che riguarda la vita e l'opera del maledetto Céline -, approntato dal saggista e critico Stefano Lanuzza, allora non sorprende più di quanto non faccia qualsiasi altra ipotesi che si misuri con l'ombra inseparabile che accompagna la vita degli uomini nelle loro società organizzate. Ma, nonostante tutto, le polemiche che attorniano la pubblicazione - MALEDETTO CÉLINE UN MANUALE DEL CAOS - e i rovesci della damnatio memoriae che non abbandonano lo scrittore francese, ritornando a far tempesta e innescando moralismi di vario tipo, danno il polso della volontà di voler affrontare la sfinge senza rimanerne accecati. È come se, una volta sentenziato il sacrificio in vita del "demone", la dannazione non dovesse risparmiare neanche la memoria stessa del morto, e chi tenti di ridiscuterne il vissuto e il tracciato. Entrambi all'inferno. Nessuna redenzione. Sembra come se lo stereotipo identificativo dell'ingiuria, una volta reificato, assolva i soggetti che vi si riconoscono mentre fanno quadrato contro ogni ragione o paradossalità che ne mina la verità. Perché non c'è dubbio, leggendo l'opera dello scrittore e la ricostruzione di Lanuzza, che il personaggio Céline viveva di un'eccentrica e unica paradossalità scandalosa. Forse è lo scandalo della cattiva coscienza (e non certo dotta ignoranza) che attanaglia gli stessi detrattori di Céline, i quali pensando di colpire il "profanatore" Lanuzza (che ricostruisce per non dimenticare Céline) invece esorcizzano, forse, se stessi. Perché è come il verme che rode le loro fragili certezze e li mette impietosamente di fronte al "male radicale" che struttura la vita singola e di relazione delle persone. Soggetti che sono sempre differenziali co-esistenti e processuali in un dato contesto culturale e socio-politico, contesto in cui l'eterogeneità è la norma e non l'identità ipostatizzata come altri esempi storici, ferme le differenze e le distanze (ma non la causa), attestano. Ippaso di Metaponto fu fatto naufragare e morire, si dice, perché rivelò l'inconsistenza della razionalità del cosmo greco con l'incommensurabilità della diagonale del quadrato. Quanto bastò per non essere perdonato dal potere e dalla cultura dominante che lo condannarono all'ostracismo e alla morte. Ippaso aveva sbugiardato la fabula della perfetta razionalità della cosmopolis, come il dottor Céline di Lanuzza non ha fatto mistero della "pulsione di morte" e dell'"unheimlich" circolanti nel cervello primitivo degli uomini, quanto nelle successive stratificazioni storico-determinate dalle condizioni complessive dell'ambiente in cui si nasce e vive. Ippaso di Metaponto, perciò, non è stato il solo, in questo mondo, a pagare con la vita e la morte la croce della sua verità scandalosa. E di scandali infamanti, se di questo si tratta, come ha denunciato lo stesso Céline, spulciando la stessa storia biblica (Talmud e Torah) del popolo ebraico, non sono esenti neanche gli stessi israeliani di oggi (docet la guerra arabo-palestinese-ebraico-israelina in corso) e di ieri. Non molto tempo fa qualche capo militare, poi anche capo di governo dello Stato di Israele, ha detto che questa guerra finirà (vedi le stragi e gli annientamenti di Sabra…Gaza, grazie alle complicità internazionali,) quando l'ultimo palestinese sarà morto ammazzato. Stessa logica identitaria di odio sterminatore, Mosè vivente, documenta Céline a carico della cultura ebraico-israeliana (La bella rogna) dei primordi. Un ebreo che stupra e uccide una donna non ebrea è assolto perché non ha fatto "male che a una giumenta; Tutti i popoli della Terra saranno incatenati al trono di Israele […] Gli Ebrei sono l'essenza stessa di Dio, mentre i non-Ebrei non sono che seme di bestiame […] Soltanto gli Ebrei sono uomini, gli altri popoli non sono che varietà di animali […] Ha una sola cosa autentica al fondo della sua sostanza d'immondizia, il suo odio per noi, il suo disprezzo, la sua smania di farci sprofondare sempre più in basso nella fossa comune" (pp. 183-184). Ma questo "male radicale", questa irrazionalità (e non libera da assunti ideologico-culturali determinati), da cui emerge anche il suo opposto di cura come progetto di armonizzare le eterogeneità singolari, sociali all'interno della dialettica tra natura e cultura, si trova anche presso altre culture e popoli. Ambienti che pur non hanno gli stessi modelli degli europei o degli americani. Gli americani che legalizzano la tortura e le politiche razziali (Guantanamo, Abu Graib, il muro sulla frontiera che divide gli Stati Uniti e il Messico, o il muro che attraversa la Striscia di Gaza; il muro costruito dagli ebreo-israeliani per ghettizzare i palestinesi) disgustose, e di cui, vista la potenza di fuoco in possesso, si servono arrogandosi il potere di poliziotti del mondo in-civile. E solo per non rimanere nel vago, citiamo il caso degli Asmat della Paupasia (Serge Latousche, Breve trattato sulla decrescita serena, 2009, p. 118): "per gli asmat della Paupasia alcuni 'animali' fanno decisamente parte della famiglia umana, mentre i membri della tribù vicina rientrano nella categoria delle derratte alimentari!". Ma tornando al "manuale del caos" céliniano, pubblicato dal Lanuzza con l'edizione di Stampa Alternativa, non sorprende il vespaio delle reazioni. E non sorprende perché il "manuale" del nostro saggista offre al lettore specifiche leve di navigazione per spaginare la vita e l'opera eretica del "maledetto Céline" senza velami, così come, crediamo, si presti per un invito a rivedere la "damnatio memoriae" che non lascia Ferdinand Destouches. Ma, in fondo, forse, gli impenitenti detrattori di Céline hanno già dimenticato il caso della riabilitazione del filosofo Martin Heidegger, reo di aver avallato fino a un certo punto il regime razzista e antisemita di Hitler. Ma Heidegger non si macchiò di virulenza céliniana. E non perché simpatizzante e sostenitore (agli inizi) del regime nazista, il filosofo tedesco finisce di essere il grande filosofo che è stato (e rimane), e punto di passaggio obbligato per i contemporanei e i governi dell'attuale mondo deresponsabilizzati dall'applicazione della sofisticata tecnologia amministrativa odierna e dalla presunta convinzione di essere politici neutrali. Ma torniamo alle leve, succintamente. Queste leve, vere e proprie draghe e sonde per una completa visione d'insieme, sono enucleate nell'indice del libro che qui riportiamo: Céline. Un'autobiografia…Quasi; Lessico céliniano- Céline come 'Nouveau Philosophe'; Opere di Céline; Louis Ferdinand Céline - à la guerre comme à la guerre; Temi céliniani; Prime edizioni francesi delle opere di L.F. Céline; Selezione bibliografica. Vale la pena ancora (avviandoci alla chiusura) di ricordare che Lanuzza dà uno spaccato contestualizzando il tutto nell'epoca storica antisemitica nazi-fascista, quella tempesta europea che ha colonizzato l'immaginario e la mente di ogni schieramento politico e religioso, scrivendo che Céline
Come tanti altri da duemila anni (influenzati dall'antica politica del cattolicesimo), come gli antisemiti del socialismo ottocentesco e i nazifascisti primonovecenteschi, lo scrittore, profeta di catastrofi, crede davvero al complotto giudaico per invadere e soggiogare il mondo cristiano. […]Il suo antisemitismo, paranoicamente difensivo e pacifista, è poi, con tutta evidenza, ben diverso da quello interpretato dal nazifascismo aggressivo e totalitario. Magari è anche per questo che potrebbero rivedersi certe interpretazioni strettamente letterali dei libelli céliniani. (p. 184)
Queste chiavi di lettura consentono di seguire, inoltre, sia il viaggio depurativo, intrapreso da Lanuzza intorno al destino di Céline (documentando e argomentando), sia di intravedere anche le strade variamente percorse e sfruttate dai detrattori dello scrittore maledetto, ma rimasti ancorati impenitenti ai luoghi dell'ingiuria "antisemita" e "collaborazionista". Così certi dissensi e allusioni di maldicenza, messi in giro da questi stessi detrattori di Céline, non risparmiano neanche Stefano Lanuzza e il suo puntuale lavoro di ricostruzione veritativa. Un rifacimento interpretativo che fa parlare lo scrittore francese anche con toni e note che non gli sono estranei. Infatti, nel libro, possiamo leggere:
Nella storia dei tempi la vita è solo un'Ebrezza, la Verità è la Morte (Semmelweis). La verità, è un'agonia che non finisce mai. La verità di questo mondo è la morte. Bisogna scegliere, morire o mentire. Non ho mai potuto uccidermi, io […] ( p. 98). Amavo la bellezza della danza e non la carne delle ballerine…la mia piccola religione della danza!...(Lessico cèliniano, p. 53)" […] "Per arrivare alle ballerine, mi farò poeta!...L'ho giurato!... […] il poema inaudito, caldo e fragile come una gamba di ballerina in mobile equilibrio è in sintonia con l'ascolto del più grande segreto, è Dio! Dio stesso! In tutto e per tutto! Ecco la base del mio pensiero […] (Ibidem, p. 46)" -, e neanche, certamente, utile all'effettiva temporalizzazione esistenziale delle tappe della vita "randagia" dello scrittore francese. "Il viaggio è la ricerca di quel nulla nel tutto, di quella piccola vertigine per minchioni…(Viaggio). […] È il Viaggio che mi ha procurato tutti i guai […] i miei peggiori scatenati odiatori sono spuntati a causa del Viaggio […] dopo il Viaggio ero bell'e servito! (Da un castello all'altro) (Lessico cèliniano, p. 99).
Ma gli stessi odiatori, che oggi si scatenano ancora contro Céline e i suoi attenti studiosi radicali, non sputano la stessa bile sui molti leghismi padani e razzisti nostrani, e contro i vari processi di santificazione di Papi antisemiti e di altri soggetti (legati e sostenitori al/del razzismo di nuovo conio) già avviati, da un po' di tempo a questa parte, ai processi di revisione e di riabilitazione. Eppure il presunto "antisemita" e "collaborazionista" Ferdinand è uno che non si è mai nascosto dietro i sofismi di maniera per dire la sua su Hitler e Stalin. Così nel capitolo del libro dedicato al Lessico céliniano /Céline come 'Nouveau Philosophe', una vera è propria cassetta degli attrezzi lessico-concettuali, si può ascoltare rimbombare la voce dello scrittore maledetto che stigmatizza senza mezzi termini Hitler e Stalin.
"Lo sbraitare hitleriano, quel neoromanticismo urlante, quel satanissimo wagneriano mi è sempre parso osceno e insopportabile" (Lessico cèliniano, p. 63). Stalin non "è che un boia […], tutto gocciolante delle trippe dei congiurati, un barbablu per sottoufficiali, un formidabile spaventapasseri […]. Ma in fondo nient'altro che un boia imbecille, un dinosauro umano per le masse russe che non reagiscono!" (Lessico cèliniano, p. 92 ).
E tuttavia è come se una certa emarginazione ormai storicizzata, sclerotizzata e collusa, come capita oramai da queste parti taglieggiate da Premier "psiconani", continuasse a lavorare per una sorta di stallo e di congelamento del dottore Ferdinando, e non si volesse neanche prendere in considerazione quel lato oscuro di ogni coscienza che invece nel dottore-scrittore Destouches utilizza i sentieri della figuralità emotiva fortemente aggressiva e odiante, che nessuna maschera può occultare. Ma se per Stefano Lanuzza - scrittore e saggista non nuovo al rilancio di figure di scrittori e poeti eretici e "ingiuriati" per reati commessi se non contro l'ipocrisia reificata e l'etica del conformismo acquiescente - Ferdinand Céline non può e non deve rimanere sotterrato nel sonno o nella follia della ragione, per altri, come recita un proverbio siciliano, i morti che dormono non debbono essere svegliati, e la maledizione non deve essere toccata o rimossa. La metafisica della violenza, sacra o profana, nella storia della civilizzazione occidentale ed europea, non è stata solo una passione del passato, funziona ancora a pieno ritmo nel presente. I regimi dell'attuale dittatura democratica, che tormentano i nostri cortili di casa con tutto il loro apparato ideologico terroristico, unitamente all'indiscussa industria della militarizzazione e della catramazione del dissenso sono più che chiari segni delle nuove crociate, le mistificazioni baipassate come "scontro di civiltà". Il richiamo che, poi, enucleando il lessico tematico céliano, Lanuzza fa ai "nouveaux philosophes" è segno anche, crediamo, dell'urgenza di riprendere il discorso ed estenderlo oltre i confini in cui lo avevano limitato gli stessi "nouveaux philosophes". Il maledetto Céline, a Dio spiacente e ai nemici suoi, sia occasione allora, ci auguriamo, perché il "perturbante", come direbbe il dottor Freud, non venga ancora rimosso e consegnato all'ideologismo moralistico dell'ipocrisia benpensante.
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