RECENSIONI
Le connessioni invisibili dell'Albania con Dante |
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ISMAIL KADARE' |
"Nessuno ha il diritto di privarsi della gioia della Commedia, della gioia di leggerla in modo ingenuo. Dopo, verranno i commenti…ma all'inizio dobbiamo leggere il poema di Dante con la fede di un bambino, abbandonarci ad esso; ed esso ci accompagnerà per tutta la vita". Sono le parole con le quali J. L. Borges concludeva la conferenza sulla Divina Commedia svoltasi nel giugno del 1977 al teatro Coliseo di Buenos Aires. Il grande scrittore argentino che amava Dante (e la lingua italiana) di un amore viscerale e considerava la Commedia il "miglior libro scritto dagli uomini", immaginava nel labirinto della sua biblioteca visionaria dove c'è tutto, la storia del passato e quella del futuro, immaginava "un'opera magica, un'illustrazione che fosse anche un microcosmo". E il poema di Dante, secondo Borges, è questa illustrazione di vastità universale. Ecco, se Borges, più di tanti emeriti dantisti, è stato capace di dirci ciò che non avremmo pensato o osato pronunciare di Dante, anche Ismail Kadaré, il maggior scrittore vivente albanese, ci parla di Dante in modo sorprendentemente commovente, come ancora una volta non ci aspetteremmo, proprio con quella rara "innocenza" auspicata da Borges. Dunque, Dante l'incontournable (così nell'originale francese), e cioè l'inevitabile. Ma per chi, per cosa inevitabile? Inevitabile per la propria coscienza, perché "sfuggire a Dante è impossibile come sfuggire alla propria coscienza" afferma Kadaré, e "nessun'altra creazione letteraria colloca a tal punto la coscienza umana nel proprio epicentro". Il nostro pianeta è troppo piccolo per permettersi il lusso di ignorare Dante Alighieri, dice lo scrittore, nessun luogo può sconoscere colui che, in assenza di una terra, di un suolo che fossero suoi, si è spinto tanto lontano nello spazio e nel tempo. Ma chi avrebbe mai pensato che il popolo albanese amasse Dante di un amore altrettanto profondo come l'odio e il sentimento di vendetta del suo Kanun? Lo scopriamo in questo libretto in cui Kadaré, nel raccontarci le connessioni invisibili dell'Albania con Dante (quelle visibili della Albania con l'Italia nella storia, passata e moderna, purtroppo le conosciamo tutti), traccia con leggera e dolorosa spietatezza la storia del suo paese, troppo spesso martoriato (quante creature strane, primi gli Ottomani, fecero irruzione sul suo suolo per impadronirsi dell'Europa). Ebbene, in questo paese che a volte si è maledetto con le sue stesse mani (parole di Kadaré), in cui le varie "liberazioni" che si sono succedute, dall'italiana, alla tedesca, dalla comunista, sino all'ultima del 1991, piovuta dal cielo, hanno un qualcosa di orrendamente grottesco, provare un amore istintivo e appassionato per Dante è stato inevitabile. Il nostro poeta, ben conosciuto in Albania (peraltro separata dall'Italia solo da un braccio di mare), prima ancora che giungessero i turchi, divenne, con la sua storia di esilio, un'ancora di salvezza per un popolo che veniva perseguitato già per il solo fatto di voler difendere la propria lingua. Dopo, dopo ancora la prima guerra mondiale, sconcertante per l'Albania quanto lo sarebbe stata la seconda, esattamente nel '39, quando l'Italia invase l'Albania, il popolo albanese poté ingoiare tanti bocconi amari perché c'era un dono che l'Italia, l'invasore, portava con sé: Dante. Senza che ci fosse bisogno di nasconderlo anzi, con l'orgoglio di esibire, tra le tante icone ed emblemi nazionali, il suo ritratto severo con la fronte cinta di alloro. Insomma, l'Italia sbarcava sul suolo albanese, insieme al suo scalcinato esercito, l'arma del suo maggior poema nazionale, finalmente leggibile e frequentabile (da studenti, da lettori e da gente comune), icona di una propaganda che in quel tempo produsse decine di traduzioni, edizioni e riedizioni, ma anche serate di gala, concorsi, tavole rotonde, titoli a strade e piazze, citazioni estemporanee, per quella predisposizione quasi sensuale della lingua albanese ad assimilare i versi del poeta (gli albanesi hanno sempre recepito facilmente la lingua italiana, come noi italiani non riusciamo a fare con loro). Le piccole Beatrici albanesi non si contavano negli anni Trenta e la cosa continuò anche quando nel '44 il paese cadde sotto il giogo dei comunisti, ovviamente anch'essi giunti come liberatori, dai tedeschi in quel caso. Forse, quella pervicace volontà di "appropriazione" di un poeta imprestato da un altro paese (e per di più nemico per un certo tratto della storia) derivava dal fatto che la gente albanese sentiva Dante compagno di passione politica e di sofferenza: l'inferno dantesco in cui le anime pagano per i peccati del corpo era terribilmente vicino, anche se per contrasto, all'Albania dove erano i corpi a scontare le trasgressioni dell'anima, giacché nei sinistri cimiteri delle prigioni comuniste ispirate ai gironi danteschi, giacevano i detenuti che la morte aveva colto durante la loro pena e che in base alla legge albanese dovevano scontare gli anni restanti della pena lì, sotto terra, prima di poter essere sepolti come tutti. Oggi, conclude Kadaré, deve essere davvero grottesco quando una Beatrice albanese, con un futuro di prostituta in Italia, si ritrova con un cliente magari stupito per il nome che la fresca carne in svendita porta come un vessillo. Ma, cosa ancor più orribile che quel dolce nome di Paradiso affolli, nei freddi archivi di polizia italiana e albanese, le liste delle giovani annegate mentre cercavano di attraversare il mare per andare a prostituirsi in Italia: Beatrice Hysa, Beatrice Kodheli, Beatrice Marku, un inferno di Beatrici, per sempre perdute. |