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Juan Manuel de Prada - Il settimo velo

INTERVISTE

 

Luci e ombre della memoria

MANUEL DE PRADA
Il settimo velo
pp. 644, euro 18,60
trad. Claudia Marseguerra
Longanesi

Patrizia Danzè

Un uomo, Julio, è diretto alla città della sua infanzia. Sua madre, Lucía, sta per morire. Sono passati alcuni anni da quando Nuria, la sua giovane moglie, incinta di poche settimane, è morta in un incidente automobilistico, nella stessa strada per la quale ora si reca alla veglia funebre di sua madre, dove lo aspetta Antonio, suo padre. Ma una notizia inaspettata lo turba, non appena arriva alla città della sua infanzia, la rivelazione di una verità che fino ad allora era rimasta nascosta e che, dopo la morte di sua madre, cambierà definitivamente il senso della sua vita. Julio è un uomo che vive “nel mondo delle tenebre”, ancora di più dopo la vedovanza e la morte della madre (una donna che sin dalle prime pagine s'intuisce eccezionale per la bellezza sfrontata, la scanzonata malizia del suo sguardo e per carattere).. E nelle tenebre rimane a brancolare mentre ascolta, prima da Antonio, poi da un prete, il “segreto” di sua madre. Apprende così, mentre padre Lucas apre le cantine tenebrose di una memoria più inospitale che benevola, la storia dei suoi genitori e di Jules Tillon, un ex membro della Resistenza francese, il suo vero padre profugo e spettrale di cui nulla ha saputo prima d'allora. A dissipare le brume dell'apparenza squarciandone i sette veli di pudore, timidezza e paura che celano la mente umana al mondo esterno, inizia padre Lucas, dal momento in cui, indietro nel tempo, nella Francia di De Gaulle che resiste ai tedeschi, un Jules ferito gravemente ritorna alla vita con un dolore acutissimo alla tempia, causa di una lunga amnesia. ne crede colori,non credere troppo alle apparenze, esortava Virgilio, e di apparenze nella storia personale di Jules, nella storia della Francia di Pétain, in quella della Spagna della guerra civile e di Franco, nella storia della Resistenza, insomma, nella cloaca della Storia tutta, di apparenze ce ne sono tante. Fragili sono i cammini della memoria e la ricerca dell'identità deve continuamente misurarsi con le bugie della memoria individuale e con gli inganni della memoria storica; anche chi legge settimo velo, il bel romanzo di Juan Manuel de Prada, vaga in un purgatorio di apparenze e più di una volta è spinto a pensare che l'oblio non è una malattia della memoria, ma una condizione indispensabile alla sua salute e alla sua vita: fughe e tradimenti, colpe ed espiazioni, a tirar su la carrucola cigolante della memoria, non consola specchiarsi nell'acqua evanescente del vecchio secchio. Si rischia di non riconoscersi, di vedere un altro io. E quando Jules, dopo la Francia dove milita tra i partigiani e diventa un abile escapista, dopo la Gestapo e le torture, dopo la fame e l'orrore, dopo l'amore di Lucía, la Spagna e il manicomio, quando infine avrà fatto cadere l'ultimo velo della mente, allora conoscerà tutta la verità, ma saprà anche che nessuna memoria potrà restituirgli quanto ha perduto. Barocco nella sua elaborata struttura, per la cupezza, a tratti macabra e funeraria, di certe sue atmosfere, e per la ridondanza, anche un po' picaresca, di alcuni personaggi, settimo velo, che ha vinto il prestigioso premio spagnolo “Biblioteca Breve”, mantiene costante un tono epico-tragico che ha fatto scomodare sia Dostoevskji che Céline, a proposito del personaggio di Jules, sia il vecchio romanzo d'appendice, il ín,o il romanzo-fiume, il ó,come dicono in Spagna, per l'intreccio avventuroso e il tono da epopea. Ma per capire come tutto questo possa andare d'accordo con lo scenario storico (anche qui ombre dappertutto) perfettamente ricostruito dallo scrittore (centinaia i volumi letti per documentarsi), è necessario conoscere più da vicino Juan Manuel de Prada. Nato nel 1970 a Baracaldo di Vizcaya, provincia della comunità autonoma dei Paesi Baschi, nella Spagna settentrionale, e cresciuto a Zamora, sul Duero, nella comunità autonoma di Castiglia e León, è stato sin da bambino un lettore vorace e onnivoro, sin da quando soleva recarsi quasi tutti i giorni, con la nonna, alla biblioteca pubblica. La nonna consultava i giornali e Juan Manuel iniziava a coltivare la sua formazione letteraria, tanto che a dieci anni scrisse il suo primo racconto con il quale ottenne il secondo premio in una gara letteraria. Seguiranno, successivamente, centinaia di racconti, in molti dei quali si affaccia pudicamente l'elemento fantastico. Sono anni in cui, se in capo a tutti c'è Dostoevskij di e castigo, dalla cui lettura Juan Manuel resta fortemente segnato, il gusto eclettico del giovane scrittore si rivolge in egual modo a Marcel Proust, ad Agatha Christie o anche al genere pulp che ama tanto tradurre (e tutto finisce per confluire nel fiume largo e maestoso dei suoi romanzi più maturi). Certo, c'è un abisso tra questi e ños (nell'edizione e/o), un libretto a dir poco singolare, con cui de Prada, una laurea in Diritto all'Università di Salamanca, fa la sua apparizione nel 1995 nel panorama letterario ed editoriale spagnolo. Pubblicato in forma semiclandestina e artigianale, il volumetto circolò di mano in mano in originale e in fotocopia. Vi si esaltavano i misteri gaudiosi della “fica” in brevi capitoli che erano glosse più che racconti veri e propri: da alla fica(anche qui guarda caso c'è un personaggio femminile di nome Nuria) a fica delle vergini,dalla delle sconosciutealla delle vedove, fiche in affitto e fiche mercenarie accompagnate da disegni di donne nude in posizioni buffe, un libro scritto a metà strada tra la prosa lirica e la scrittura automatica, tutt'altro che impudico o pornografico, ma esercizio di visionarietà immaginaria scritto con quella prosa di talento che faceva presagire altri sviluppi. Che giungono nel 1997, anno in cui con il romanzo tempesta si alza, ambientato in una Venezia lugubre e oscura, come una grande scenografia gotica,vince il premio Planeta e si fa conoscere dal grande pubblico. Ha già pubblicato, nel '96, maschere dell'eroe, opera di circa seicento pagine che ricrea la bohème spagnola dal principio del XX secolo fino alla guerra civile, e poi è la volta di vita invisibile(2003) cui toccherà il Premio Primavera de Novela, che per temi e modo narrativo anticipa settimo velo.Entrambi i romanzi hanno in comune i temi della colpa attraverso i cui labirinti si muovono i personaggi, del tradimento, e dell'espiazione. Ma settimo velo, titolo che si ispira ai sette veli della Salomé del pittore preraffaellita Burne-Jones, fonde passioni, storia e tradizioni in un grande affresco che se lascia vivo, benché in chiaroscuro, il fuoco sacro dell'amore, demistifica la propaganda storica, le immagini false che diventano icone del passato, i miti-emblemi di un eroismo che si rivela spesso inesistente. Pronto ad attaccare gli ideologismi, comunque si presentino, e a difendersi dall'accusa di romanzo ideologico per il suo velo, de Prada, che è tanto amato quanto detestato da critici e lettori, sostiene, in piena polemica con una certa memoria storica compiacente di oggi, che “il recupero del passato deve essere misericordioso e comprensivo con la meschinità umana, altrimenti non è fecondo. E l'eroe della resistenza Jules Tillon, uno dei tanti personaggi triturati dagli ingranaggi delle ideologie, rappresenta un passato che si deve recuperare ma anche demistificare, se si vuole che il recupero sia fecondo”. In fondo, afferma, il compito dell'intellettuale è quello di essere una cojonera, insomma una mosca rompiscatole che deve piuttosto incontrare motivi di discrepanza che di adesione al potere, qualunque esso sia. Juan Manuel de Prada è stato in Italia, il 27 maggio scorso alla libreria Feltrinelli di Milano e il 28 all'Instituto Cervantes di Roma.
La storia comincia con un personaggio che perde la memoria. In un romanzo che può dirsi storico come il suo cosa rappresenta allegoricamente l'amnesia di Jules?
In linea di principio l'amnesia del protagonista è il motore della storia ma serve anche a creare una certa suspance. Ci spinge a chiederci come sarebbe Jules se non soffrisse di amnesia. Sarebbe lo stesso uomo se non avessimo la versione offerta dagli altri? L'amnesia è utile anche per creare un intreccio più fitto nella storia. In quanto metafora, l'amnesia lo è, della paura del nostro passato, dei nostri timori di affrontare chi siamo stati, in buona sostanza di scorrere quel velo che abbiamo steso per coprire il passato (il settimo velo). Jules dimostra il suo coraggio non accontentandosi della versione compiacente della sua vita che non ricorda e che gli viene servita su un piatto d'argento. Porta la sua ricerca fino alle estreme conseguenze, pur sapendo che lo aspettano cose sgradevoli. Quindi, parte del significato del romanzo è proprio legato al pericolo che la ricerca del passato rappresenta. Ma è anche una rivendicazione della memoria, del recupero della memoria, ma non come avviene ora in modo compiacente e travisato, quasi su misura delle nostre convenienze; il libro difende un recupero della memoria radicale, con la piena accettazione di quello che ci piace come di quello che non ci piace.
Il suo libro è dunque un'opera sulla memoria storica, ma anche sulla memoria individuale: una memoria traditrice o salvifica?
Credo terapeutica, attraverso il dolore. Se cerchiamo di evitare il dolore sbagliamo perché il recupero della memoria necessita della sofferenza. Oggi si impone una versione della storia manichea, divisa in modo definito tra buoni e cattivi, ma se vogliamo attingere ad una visione reale del passato dobbiamo affrontare il bene e il male nostro come quello di coloro a cui apparteniamo. Il dolore può così trasformarsi un una forza positiva. Se accettiamo in modo caritatevole la natura umana con le sue debolezze, le sue viltà, il male che racchiude, ne potremo trarre un buon insegnamento. In questo modo la memoria può essere salvifica, redentrice, se ne accettiamo la componente dolorosa.

So che dietro al suo libro c'è una vasta ricerca bibliografica e molte letture. Ma si è anche ispirato a qualche fatto veramente accaduto?
La maggior parte degli eventi dello sfondo storico sono veritieri, anche le date e i luoghi sono reali. Per esempio le poche bombe sganciate su Parigi dall'aviazione militare tedesca sono state fatte cadere proprio sulla fabbrica della Renault di Billancourt. Anche gli attentati narrati sono tratti dalle cronache dei tempi. Quello messo in atto da Fabien contro un ufficiale della marina tedesca, è il primo attentato francese compiuto contro l'invasore dopo che per ben due anni la resistenza era rimasta inerte. La maggior parte degli eventi sullo sfondo fanno parte della storia. Anche la storia degli esiliati repubblicani è vera, e ho potuto verificarla parlando con persone che hanno vissuto quegli avvenimenti tremendi o con i loro figli o nipoti. Quindi possiamo affermare che il romanzo si basa su fatti veri. Voglio sottolineare come, scrivendo un romanzo storico, volessi evitare possibili critiche per eventuali inesattezze, poiché so che quando il romanzo uscirà in Francia scatenerà non poche polemiche e voglio risparmiarmi almeno le accuse di aver inserito degli errori passibili di essere impugnati come un tentativo da parte mia di travisare la storia. Ciò che più conta per me non è tanto la fedeltà storica quanto piuttosto la possibilità di sviluppare una storia volta ad illustrare la ricchezza e la complessità della natura umana come reagisce in situazioni estreme.
La parte iniziale del romanzo c'è l'immagine magica del circo. Anche i suoi personaggi sembrano avvolti, tutti, da un alone di magia, almeno quelli sulla scena. Dunque, fatti storici e personaggi immaginari?
Io sono un grande amante del circo. Rappresenta, secondo me, la sopravvivenza di un'espressione culturale che rimonta all'inizio della nostra civilizzazione. I miei ricordi di ragazzo sono legati al circo. La maggior parte dei personaggi sono di fantasia ma possiedono tratti che plausibilmente troveremmo in persone vere. Fanno eccezione sono circa sei personaggi secondari. Sono creazioni molti verosimili che avrebbero potuto esistere davvero, che avrebbero avuto un senso, così come sono descritti, nel quadro degli eventi.
Cosa ha perso Jules perdendo la memoria?
Ha perso con la memoria la coscienza di quello che ha compiuto, la capacità di giudicare le proprie azioni, esattamente come le società di oggi, che hanno perso la memoria di sé, perché non vogliono farsi carico del peso che implica. Aderiscono a una sorta di impunità. La grandezza di Jules consiste risiede nel fatto che potrebbe accontentarsi di questa impunità che gli viene offerta, tuttavia, preferisce recuperare il senso di colpa, del male che ha fatto. Elementi costitutivi insiti nella natura umana.
Ad un certo punto quando parla della Spagna del primo franchismo, descrive Madrid come una città volgare, paesana e pretenziosa, piuttosto confusa e quasi senza identità. Perché?
Non è vero, almeno non nell'aggettivazione. Madrid è ritratta per come è, una città convalescente, che si lascia alle spalle una guerra civile, una guerra particolarmente sanguinosa, nell'ambito della quale, Madrid è stata retroguardia oltre che fronte, tenuta sotto assedio per l'intera durata della guerra. Una città quindi stremata dal logorio bellico, su cui si sono abbattute le rappresaglie dei vincitori. La situazione della Spagna in questo momento è particolarmente difficile, è un Paese isolato dal resto d'Europa, autarchico, con gravi problemi economici, per molti aspetti stretto nella morsa della paura di parlare che allora costituiva un pericolo. Si è quindi testimoni di una miscela di ingredienti come la povertà e la paura che affliggono quest'immagine della Madrid convalescente e tutti questi elementi insieme si riflettono nel romanzo. Non ne parlo forse in modo diretto ma la Guerra Civile si chiude nel 1939, tuttavia, l'anno peggiore del dopoguerra è il 1946, anno in cui la carestia stringe d'assedio la città in seguito a un raccolto particolarmente esiguo mentre le città non dispongono di scorte. Sono in pieno auge le tessere del razionamento e la povertà è tangibile sotto ogni aspetto. Ed è proprio in quell'anno se facciamo bene i conti che Jules e Lucia tornano in Spagna.
La salva la memoria ma cade nell'espiazione della colpa commessa. Perché alla fine di essa lasciare ancora tutto nel mondo delle tenebre?
Non credo che sia possibile giudicare in modo banale equiparando un mondo di tenebre alla mancanza di un finale felice. In realtà Jules trova la sua pace attraverso la consapevolezza del male che ha compiuto. Julio, da parte sua, intuiamo che ha di fronte a sé una nuova vita. E' vero che manca un certo riconoscimento che forse nella tradizione romanzesca ci si sarebbe aspettato tra Jules e Julio. Non trovano consolazione nel reciproco incontro. Sono entrambi sommersi in un mondo di tenebre, ma in un certo modo Jules ha espiato le proprie colpe e Julio si è spiegato il proprio passato. Forse un abbraccio li avrebbe resi più felici? Forse, o forse avrebbe risvegliato il dolore di Julio per l'abbandono del figlio molti anni prima. Julio, dopo le sue vicissitudini, alla fine della sua ricerca riesce a rendersi conto che il suo vero padre è Antonio che lo ha accettato e allevato. E' questo il significato profondo della sua ricerca; l'accettazione di Antonio come padre che lo ha amato da subito.
Mi sa che lei condanna il femminismo come l'ideologia più distruttiva del XX secolo. Eppure i personaggi femminili da lei rappresentati, alcuni dei quali molto marcati, come quello di Lucia, sono molto determinati e liberi se non trasgressivi.
A mio avviso il femminismo ha svuotato le donne, le ha private di quella dimensione dell'eterno femmineo. È come se avesse virilizzato le donne costringendole in un corsetto, reprimendole. È vero che il femminismo ha in un certo qual modo liberato le donne da quell'immagine che alcuni avevano delle donne affermando che lavoravamo come muli da soma, che erano esseri sottomessi, il che forse in parte è vero, tuttavia è un'assurdità anche solo vederle solo sotto questa luce. Le nostre mamme, le nostre nonne sono state donne straordinarie. I miei personaggi femminili sviluppano e recano in sé tutte le potenzialità della donna. La loro generosità, la loro abnegazione, la loro capacità di creare a partire dalla sofferenza che sapevano trasformare in una forza positiva. Quindi sono contrario al femminismo ideologia pur ritenendomi un femminista perché credo che abbia ucciso una certa dimensione femminile. È come se, attraverso il femminismo, le donne avessero acquisito e assimilato il peggio degli uomini. Chesterton diceva che la donna è come un coltello, se hai fame taglia la carne, se vuoi scrivere ti permette di fare la punta alla matita, se hai davanti un nemico ti difende. La donna insomma ha sempre saputo adattare le proprie capacità alle circostanze e ha sempre avuto molte più potenzialità dell'uomo. Il femminismo ha accentuato alcune di queste potenzialità ma ha soffocato le altre. Diceva sempre Chesterton che è come se il coltello si fosse specializzato nella sua funzionalità di temperino e servisse solo per fare la punta alla matita. Il femminismo ha combattuto l'essenza femminile, il buon femminismo avrebbe dovuto rinforzare la donna in tutte le sue potenzialità senza penalizzarne alcune a favore di altre. È come se le donne avessero pagato quale tributo per il loro trionfo nel mondo del lavoro il sacrificio della loro femminilità, alla quale le donne del mio libro non rinunziano.

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