JEAN ECHENOZ Ravel
Trad. Giorgio Pinotti pp. 116, euro 14 Adelphi, 2007
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Linnio Accorroni
Tutto su Ravel, niente a proposito di Ravel: forse solo cosi, con un escamotage retorico magari pure logoro, si può condensare la strana impressione che proviene da quest’o-pera che affascina ed irrita, che stupisce e magnetizza.
Quello che è sicuro è che, chiusa l’ultima pagina, si vorrebbe saperne di più non tanto sulla biografia quanto sull’autore: sapere se, per esempio, anche gli altri suoi scritti sono caratterizzati da quello che il risvolto, in perfetto Adelphi’s style, definisce acutamente «impavido». Una prosa sottile e perfetta in effetti è quella che si stende sulle pagine di questa «relazione biografica» assolutamente sui generis: una sinossi parziale ed arbitraria che procede per dettagli ed ellissi, e che, proprio a partire dalla centralità di questi eventi minimi dall’apparenza inerziale, ricostruiscono un quadro attendibile di un’esistenza tanto famosa quanto esemplarmente irrilevante: quella di Maurice Ravel. Anche a voler essere pignoli in fondo poi i nodi
più importanti dell’esistenza di questo musicista sono tutti presenti: la storia del Bolero, l’antagonismo motivato da un’inconciliabile diffidenza con Toscanini, il rapporto complesso con quel Paul Wittgenstein, mutilato di guerra, per il quale Ravel aveva composto il famoso “Concerto per la mano sinistra”, la tournée in America, la rivalità con Gershwin, le relazioni bizzarre con il cinema e con la letteratura…
Ma mai come in questa opera ciò che conta è il «come» e non la «cosa»: e, da questo punto di vista, di formidabile impatto appare la capacità che Echenoz ha di fondere insieme pietas, commozione, canzonatura ed ironia.
Del resto, iniziare questa biografia con la paziente descrizione dell’«eroe eponimo» che si fa il bagno, prima di un lungo viaggio, indica già una modalità di lettura e di approccio al personaggio del tutto particolare eche non verrà abbandonata fino alla fine. La materia trattata sarebbe pure ingombrante e rilevante (Ravel a 52 anni è all’apice della gloria, si contende con Stravinskij il ruolo di musicista più apprezzato del mondo, i giornali sono pieni di sue foto e cronache), ma Echenoz ci intrattiene su tutta una serie di dettagli che, nella prospettiva di questa narrazione irregolare ed originalissima, assumono una importanza assai più rilevanti di incontri ed opere. Per esempio, le tecniche messe in atto da Ravel per sconfiggere l’insonnia o, almeno, depistarla; oppure l’elencazione del vestiario da perfetto dandy degli anni ’30 preparato per una partenza oltreoceano («” Oltre ad una valigetta azzurra piena di Gauloise, […] sessanta camice, venti paia di scarpe, sessantacinque cravatte e venticinque pigiami che, se si tiene conto del principio della parte per il tutto, danno un’idea dell’insieme del suo guardaroba»), alcuni cenni decisivi sulla filosofia dell’arredamento post belle époque, la vexata quaestio della solitudine del genio e la sua misantropica indifferenza verso il prossimo, la problematica ricezione dell’opera d’arte in epoca moderna, i travisamenti e le incomprensioni quali ricorrenze insopprimibili nel percorso artistico di ogni innovatore... Ma soprattutto su ciò che significa essere preda di un ennui perenne: «La noia per Ravel è una vecchia conoscenza: associata alla fiacca, la noia può spingerlo a giocare per ore a diabolo, a sorvegliare la crescita delle unghie, a confezionare origami o modellare anatre con la mollica di pane». Ciò che incuriosisce e sorprende è che, con il passare delle pagine, invece di diradarsi, il mistero su Ravel si infittisce ed allarga sempre di più: la densa nebbia nella quale si muovevano i non-specialisti di questo musicista, tranne alcune nozioni elementarissime (sì, va bene, il Bolero, una sonata per piano ed archi a commento di certi noiosissimi film d’Oltralpe…) diventa sempre più fitta con il progredire delle righe e delle pagine. Come in una specie di incubo onirico, ci si illude di avvicinarci sempre di più all’oggetto dei nostri desideri, mentre esso invece si allontana impercettibilmente, ma decisamente: una strana biografia che invece di svelare, copre e nasconde. In un’intervista rilasciata proprio da Jean Echenoz a Beppe Sebaste questa ipotesi viene confermata:
«Più cose imparavo, più mi avvicinavo a lui, più lui si allontanava da me, come se fosse possibile stabilire una relazione intima, e la distanza restava permanente». In fondo, il cammino di Ravel è quello di uno che da persona si ritrova personaggio attraverso sottili, inavvertiti spostamenti semantici, giocati all’interno di una prosa incisiva e indifesa, chiara ed elegante, cifrata e misteriosa, speculare quindi al personaggio di cui si occupa.
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