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Jay S. Jacobs - Wild years

RECENSIONI

 

Tra slang poetico americano
e bohémien dei sobborghi malfamati

JAY S. JACOBS
Wild years, la vita e il
mito di Tom Waits

pp. 397, euro 18
Fazi, 2004

Chiara Cretella

Una biografia imponente del grande cantante americano, corredata dalla discografia e dalla filmografia completa di Waits, e da ricche citazioni da interviste. Il testo di Jacobs è il lavoro più dettagliato uscito finora in Italia, e ripercorre la storia del genio del blues, grande cantore di megalopoli inumane, di ghetti, di gente di strada, di freack, di poveri e diseredati: “C’è una solitudine collettiva che si diffonde da costa a costa. È come una sconfinata crisi d’identità generale. È l’oscura, calda, narcotica notte americana”. Il cantastorie dei club malfamati e delle vite ai margini della società, è arrivato ad ottenere un successo planetario, senza mai venir meno alle sue qualità, dosando sapientemente collaborazioni e apparizioni, tenendosi lontano dallo star-sistem, nonostante le sue notevoli interpretazioni cinematografiche (chi non lo ricorda nel film Il nome della rosa, nei panni di un monaco allucinato?). Nato a Los Angeles da genitori insegnanti, fin da piccolo mostra uno spiccato interesse per la musica, e un’innata facilità a trasfigurare le storie quotidiane in epopee della vita moderna. Entrano ben presto a far parte del suo universo poetico una coppia di eclettici e improbabili zii alla Tristram Shandy e la figura di suo padre, che da ragazzo lo porta spesso in vacanza in Messico: “Quello fu il momento in cui cominciai a farmi l’idea che i mendicanti avessero qualcosa di Cristo... vedere un ragazzo senza gambe su uno skateboard, le strade infangate...”. La sua nascita, avvolta dal mistero, viene narrata in una fulminante battuta, illuminata da toni epici alla Gargantua: “Sono nato in tenera età sul sedile posteriore di un taxi giallo, con la barba di tre giorni, nel parcheggio dell’ospedale di Murphy, a Whittier. La prima cosa che feci fu pagare una cosa tipo un dollaro e ottantacinque segnati sul tassametro”. Waits continuerà a giocare sulla sua biografia in molte occasioni, confondendo mitografia e realtà, connotandosi come un’inguaribile inventore di storie. L’artista si è costruito un’identità inafferrabile, circondandosi di riservatezza, ed anche le sue interviste, infarcite di episodi squisitamente inventati, sono lo specchio di una tensione immaginativa fortissima. Influenzato dall’esplosione creativa del beat, affascinato dallo stile di vita di miti come Neal Cassady e Jack Kerouac, Waits compone un originale pastiche jazzato di cut-up sfrondati alla vita, mettendo a punto la pratica di “origliare la vita”: “Mentre lavorava all’Heritage, girovagava ascoltando le conversazioni dei clienti abituali e prendeva appunti. “Quando li misi tutti assieme”, ha spiegato tempo dopo, “ci trovai nascosta dentro un po’ di musica””. Il beatnik elegante esplora incursioni musicali raffinate, dal folk al blues, dal jazz al rock, il tutto condito da una voce roca, in cui alcool e fumo hanno modellato l’immagine bukowskiana del cantastorie seduto sul bordo della vita, eroico nella sua devastante sconfitta. Lo “spoken word jazz” di Waits, declinazione lirica da pianobar, conia uno slang poetico tipicamente americano, fluido e dissonante nella sua oralità, fortemente connotato dall’atmosfera disperata e bohémien dei sobborghi malfamati delle metropoli. Quando, qualche anno fa, la rivista Rolling Stone gli chiese di lanciare un messaggio per il nuovo millennio Waits rispose così: “Scappate di casa e unitevi ad un circo”. Il mito continua.


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