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Jacottett Philippe - La parola Russia

RECENSIONI

 

L'inferno celebra la camminata umana

PHILIPPE JACOTTETT
La parola Russia
pp. 99, euro 9,80
Donzelli, 2004

Linnio Accorroni

Quella variegata e nutrita colonia di russofili di casa nostra, affetti da smanioso, immedicabile amour fou verso la letteratura della Grande Madre Russia, devoti adepti di quell'Olimpo su cui deità inarrivabili quali Angelo Maria Ripellino e Serena Vitale svettano trionfanti, non potranno certo perdersi un'opera siffatta che, con tanto nitore, sa "coniugare rigore e bellezza, riflessione critica e struggimento di fronte al visibile". Val la pena riutilizzare, a suggello della bellezza miniaturistica di questa opera, la famosa icastica chiosa-cadeau, con la quale Brodskij omaggiò un esemplare romanzo breve di Fleur Jaeggy: "Tempo di lettura: un'ora, tempo del ricordo: una vita". Questo La parola Russia, infatti, a dispetto dell'esilità del formato, è opera luminosa ed ispiratissima, sapientemente istoriata dal poeta, saggista, traduttore Jacottett che, attraverso tre piccole ante, screziate da squarci lirici e meditazioni, immagini e citazioni, consente al lettore di addentrarsi in quell'"immensa distesa a est del cuore" che si spalanca a ce mot de "Russie". Una incantata, maliosa schiera di toponimi e personaggi, di figure e parole popolano questo libretto, in cui la ricerca colta e sofisticata del connaisseur appassionato appare saldamente fusa con l'evocazione di una educazione all'humanitas in cui la letteratura non è di "personaggi libreschi impegnati in varie finzioni. Al contrario, essi vivevano da qualche parte, non so dove, non me ne curavo: esistevano più di altri esseri viventi in cui mi accadeva di imbattermi giorno dopo giorno". Jacottett, per muoversi in questa letteratura-costellazione, che si preserva e si agita "in quelle meravigliose arnie che sono le biblioteche, con il brulichio dei loro mille segni, come tante api, a volte, feconde", in cui talvolta persino singoli autori possono assumere la dimensione esorbitante di un continente (cfr. Chlébnikov, secondo la lectio ripelliniana ), seleziona alcuni scrittori-astri, irradianti bellezza e profondità. Questa crestomazia si adagia anche su alcuni personaggi , tutti intrisi comunque di una fortissima carica simbolica, il cui stigma può essere quello della malinconica semplicità (il monaco-traghettatore del Cechov del racconto Notte di Pasqua) o la febbrile inquietudine di quelli dostoeskijani, dominati da tenebra illimitata (l'Ippolit de L'idiota ossessionato dal Cristo morto di Hans Holbein) o la degradazione dell'anima del capitano Schneider, protagonista di uno de I racconti di Kolima. La prima immagine di questa viaggio, Bildung e quête al tempo stesso, è costituita dalla lettura di Michele Strogoff, con copertina rosso ed oro delle edizioni Hetzel: il lettore adolescente si trova già avvinto dalla ”sonorità rude, brutale” dei toponimi e dei nomi più specifici: Czar o tarantas piuttosto che "knut (frusta), la cui "k" con cui terminano tanti nomi propri russi, schioccava all'inizio come lo stesso colpo di frusta che strava la schiena o il viso della vittima". È solo la prima, ammaliante tappa di un tragitto reale e simbolico, che necessita de "il movimento, il muoversi, l'andare di un'emozione che può essere messa in comune"; così Antonella Anedda nell'ottima, appassionata introduzione, consonando con l'Osip Mandel'stam di Conversazione con Dante, i "sentieri da capre" percorse dal nostro poeta, la scoperta liason fra poetare e camminare: "L'Inferno e ancora di più il Purgatorio celebrano la camminata umana, la misura ed il ritmo dei passi, il piede e e la sua forma. Del passo, congiunto alla respirazione e saturo di pensiero, Dante fa un criterio prosodico". Proprio Mandel'stam (tre sue poesie, tradotte a due voci da Jacottett e dall'Anedda, costituiscono l'emozionante exitu del libro) è icona dell'ultima anta di questo trittico, affratellato, per destino e vocazione, al Salamov dell'orrore concentrazionario , proprio là dove si scopre che il fondo dell'inferno non è il fuoco, come vuole una vulgata sciocca, ma il ghiaccio, e la pietra, della Kolyma-Caina.


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