ELLA IMBALZANO Di cenere e d’oro, Gesualdo Bufalino
pp. 457, euro 14,50 Bompiani, 2008 |
Gianni Bonina
Non è un libro per conoscere Bufalino questo di Ella Imbalzano ma per riscoprirlo. Bisogna infatti averne letto l’opera per cogliere, con un senso di rivelazione e disvelamento, il profluvio di citazioni che lo pervadono con frequenza ossessiva, funzionando esse da chiavi di comando e mezzi di contrasto: esattamente come le criptocitazioni che Bufalino dissemina nei suoi testi a beneficio di pochi iniziati. Se la qualità del libro fosse tutta qui, in un gioco cioè che si costituisce come coazione inesausta a ripetere modi espressivi bufaliniani, a volerlo insomma spiegare con le sue stesse parole secondo un modello alla fine tautologico, potremmo pensare a una sfida emulativa, lo studio della Imbalzano presumendo in questa prospettiva di reggere l’audace scelta di interpretare Bufalino con il suo stesso stile sontuoso ed evocativo: e su questa scala, ancorché il confronto sia impari, la Imbalzano riesce a tenere per tutta la lunghezza il respiro, rifiatando solo nell’ultimo capitolo di sessanta pagine dove dà conto della critica e lo stile si fa piano e discorsivo, come scritto da un’altra mano. Senonché i meriti di questo saggio, che integra il recente e tardivo secondo volume delle Opere Bompiani di Bufalino, non vanno cercati nel linguaggio aulico, intonato a un classicismo accademico di spetta marca che, alla maniera di una trascorsa tradizione, non si risparmia per esempio di chiamare l’autore «il Nostro», ma nella proposta che avanza di un Bufalino non più né soprattutto scrittore nichilista - e come tale oggetto di spericolati accostamenti con gli autori più impensati - ma anche e innanzitutto scrittore «falsificatore» della vita, concepita come «illusione e parvenza», che solo perché evanescente e indistinta può essere ambulacro della morte, dunque fonte del cupio dissolvi e dell’amor fati che sono i capisaldi della ricerca bufaliniana e della sua stessa vicenda. Spieghiamoci meglio. Se Bufalino viene strappato dalla visione mortifera, derelettiva e in fondo decadente cui una critica ancora confusa sulla sua reale cifra continua a tenerlo confitto e lo si trasferisce anzichenò sul piano della pienezza della vita, ma tutta giocata nel senso del «riessere», del ricominciamento («La mer, la mer, toujours recommencer», ama ripetere Bufalino echeggiando Valéry) e quindi della sua aporia, perché la vita risponde a un processo entropico ed è preda di quella che Bufalino chiama «la maledizione di Eraclito», allora appare evidente la necessità di correggere lo stereotipo di un Bufalino meramente tragico e votato a un sentimento prevalente della morte e a un senso finitimo e nicciano della vita. Bufalino è accostabile semmai a Landolfi, che è infatti uno dei suoi autori più amati, mediando entrambi la vita, falsificandola il primo e farsificandola il secondo, allo scopo di ingannare la morte con bello e lussuoso stile. Un modo di falsificare la vita - come anche la morte - è per Bufalino quella di teatralizzarla, facendone un contrario da sé e un doppio, un ossimoro dunque. Tant’è che nella sua utensileria semantica accanto all’ossimoro troviamo anche il trucco. E la Imbalzano ne coglie appieno l’importanza. Si legga questo passo, nel quale la Marta di Diceria dell’untore viene vista come un archetipo incipitario, riscontrabile poi in altre sue opere, che coagula la simbologia tra verità e inganno: «Il tema della vita come illusione e parvenza, benché inserito in un contesto tragico che sfocia in una educazione alla pienezza dell’essere, non produce in Bufalino una assoluta fascinazione come in altri grandi scrittori siciliani attenti al rapporto fra l’uomo e il destino, ma si avvale ancora della valvola moderatrice dell’ironia impiantata nel registro espressivo del teatro e della recita, coincidente con quello del trucco». Teatro e trucco dunque: ecco gli elementi che Bufalino ha pur messo in buona evidenza e che adesso ci troviamo portati in primissimo piano. Li conoscevamo. Sapevamo che c’erano. Ma il primato del pre-giudizio nichilista (insieme con la prevalenza degli altri grandi temi: la malattia, l’isolitudine, la memoria, il sogno, il fiele della vita, il paese come luogo cordiale) li ha schermati lasciandoli a regredire come un inifluente e dissonante rumore di fondo. Invece erano un basso continuo, una barra ritmica che scandiva una cadenza d’inganno: tant’è che la Imbalzano li sorprende in altri luoghi dell’opera, se può stabilire che Bufalino «replica la propria vocazione all’opera buffa, al teatro, al mimo, a un folclore epico-popolare trapelante della gestualità del dire e del fare». Entro questa visione non c’è dunque la morte, ma la vita con la sua versicolarità; non c’è il vuoto, ma la pienezza. E l’autrice ne è convinta perché per la quarta di copertina sceglie non a caso una citazione che non lascia dubbi: «Vita, più il tuo fuoco langue più l’amo. Gocciola di miele, non cadere. Minuto d’oro, non te ne andare». Un orizzonte questo che testimonia un Bufalino che vuol fare il pieno della vita, sicché fa bene la Imbalzano ad avvicinarlo per certi versi al Vittorini degli «astratti furori». A riprova, eliciamo una parola frequentissima in Bufalino, ma non segnalata abbastanza, che può dare la misura di una esperienza letteraria ancora da porre sotto la sua luce più corretta. E’ «peripezia», una parola che la Imbalzano richiama più volte: un turning point, una chiave di volta per capire quanto Bufalino falsifichi la realtà, volendola rompere nella sua struttura interna, così come prova più volte a fare con il meccanismo del romanzo tradizionale: basti pensare all’ultimo suo titolo, Tommaso e il fotografo cieco, che vuole prima intitolare «Il patatrac» e che non è soltanto una prova vertiginosa di sperimentalismo, culminante nella soluzione palindromica capace di rimettere tutto in gioco dichiarando i trucchi, ma è anche il tentativo di rovesciare il reale facendone un guazzabuglio, un ’helzapoppin di falso e vero. Un teatro insomma. Sul quale la morte, lo spettro che pure seduce Bufalino per tutta la vita, può avere un ruolo se demistificata e detabuizzata, il solo modo di esorcizzarla rimanendo l’ironia e il disincanto. Sicché non è la vita che si pone in funzione della morte, ma viceversa: come l’io narrante fa in Diceria dell’untore tornando alla vita dopo essere stato preda della morte, a differenza di Marta che dall’esuberanza della vita si vota a farsi simulacro del sacrificio umano, martire della condizione umana, a testimoniare e certificare l’uno e l’altra un principio di realtà che è questo: vita e morte sono reali e complementari, valendo dunque la dicotomia nicciana thanatos-eros che involge anch’essa un ossimoro. La cenere e l’oro di cui ci ricopriamo e bardiamo secondo l’attimo e l’animo. Il talento del saggio è perciò di esplorare sentieri appena intravisti, aprire strade nuove e revolvere un Bufalino che si presta sempre più, come in una partita a scacchi con il suo lettore, a un gioco a nascondere di cui lui abbia la mano. E’ per questo che lo svolgimento del saggio non sottende una storia di Bufalino, tant’è che la biografia è ridotta a specchio dove riflettere l’opera, ma postula una relazione, un rapporto scientifico su ogni parte della produzione, notomizzata titolo per titolo secondo l’ordine cronologico. Entro questo impianto, l’attenzione dell’autrice non è rivolta alla sinossi dei libri - il lettore, lo ripetiamo, deve aver letto Bufalino - e nemmeno alla loro fabula quanto alla loro struttura, meglio: alla loro anima, in ciò che essa sia il portato della vita. Lo sforzo della Imbalzano è di stabilire la vita di Bufalino e ricostruirne l’identikit di uomo secolare attraverso l’esame autoptico del suo corpo letterario. L’approccio è dunque anti-proustiano e anti-strutturalistico e riprende tecniche e gusti debenedettiani e fors’anche crociani: in controtendenza dunque rispetto alla dottrina invalente della critica letteraria. Ma con Bufalino è forse questo il registro migliore di conoscenza, perché continua a sottrarsi in modo anguillare a un canone deterministico. La Imbalzano l’ha adottato con coraggio e originalità di metodo e ha ottenuto il risultato di esitare uno studio che appare sin d’ora imprescindibile per il prosieguo della ricerca.
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