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Ignazio Silone - Ai piedi di un mandorlo

RECENSIONI




Il legame costante tra luoghi e antropologia

IGNAZIO SILONE
Ai piedi di un
mandorlo

a cura di Giuseppe
Papponetti
Nerosubianco, 2009
pp. 128, 12 euro

Milva Maria Cappellini

Leggere Silone con la mente sgombra dalle questioni "di contesto" - ammesso che, in generale, l'operazione sia possibile - che negli anni recenti lo hanno riguardato, è un'esperienza senza dubbio interessante. Tanto più quando si leggono testi siloniani quanto mai "contestualizzati", nel senso del radicamento in un luogo e, dunque, in un'antropologia.
E' proprio il legame tra luogo e antropologia - nella fattispecie: tra montagne abruzzesi e carattere abruzzese - e quindi tra natura e storia, il filo rosso che collega i testi raccolti, per le cure di Giuseppe Papponetti, in questo volume, che raccoglie brani di varia provenienza. "Il destino degli uomini nella regione che da circa otto secoli viene chiamata Abruzzo è stato deciso principalmente dalle montagne"; in questo modo, l'Abruzzo si è formato e consolidato "al riparo dall'urto immediato degli avvenimenti storici": così inizia il primo scritto, L'Abruzzo, apparso per il Touring Club nel 1948. E prosegue notando come "il fattore costante" dell'esistenza degli abruzzesi "è appunto il più primitivo e stabile degli elementi, la natura". Il concetto viene ribadito a più riprese (per esempio in Avezzano e la Marsica, in La terra e la gente). E' la conformazione delle montagne, "i personaggi più prepotenti della vita abruzzese", che spiega anche il paradosso geo-politico della regione: "l'Abruzzo, situato nell'Italia centrale, appartiene in realtà all'Italia meridionale". E' davvero un paradosso: un dato geografico determina un dato storico "antigeografico".
La natura è quindi la struttura, e da essa deriva ogni sovrastruttura, compresa anche la configurazione spirituale, poiché "Nel quadro severo delle montagne e delle difficili condizioni di vita da esse determinate, il profilo spirituale dell'Abruzzo è stato modellato dal cristianesimo". Il radicarsi di una religiosità tenace in cui l'intransigenza cristiana (di cui Pietro da Morrone è "una figura limite, un archetipo") si intreccia con una peculiare sopravvivenza di "miti e usanze pagane" che sono "raffigurazioni simboliche degli istinti e delle forze naturali", si spiega appunto con la condizione di "permanente difesa da un ambiente fisico ostile".
Una tra le più antiche rappresentazioni sacre abruzzesi, ossia il contrasto tra il corpo e l'anima, detto Verbum-Caro, si fonda proprio sul vincolo che la natura ha imposto all'uomo, alla sua esistenza materiale e dunque alla sua spiritualità: "Il carattere peculiare dell'uomo abruzzese non tralignato è un'estrema resistenza al dolore, alla delusione, alla disgrazia; una grande e timorosa fedeltà; una umile accettazione della 'croce' come elemento indissociabile della condizione umana". Ed è appunto "Sul sentimento cristiano della fraternità e un istintivo attaccamento alla povera gente sopravvive anche la fedeltà al socialismo. La politica nasce dalla spiritualità che nasce dalle montagne: la natura rimane matrice, di fronte alla quale, per forza, lo "stato d'animo umile e desolato" è quello "dell'irrimediabile solitudine e precarietà dell'esistenza individuale" (Ai piedi di un mandorlo, del 1972).
Poi, la meridionalità abruzzese, dovuta all'orogenesi e non ai paralleli, implica la marginalità storica, e fa oggi sorridere con una certa amarezza il cenno alla "spettacolare spedizione di giornalisti e parlamentari italiani" che nel 1909 "da Roma si era mossa sulla via Tiburtina-Valeria niente meno che 'alla scoperta d'Abruzzo'" (La terra e la gente). E' ovvio, lo scopo - ricorda Silone - non era stato affatto conseguito, non diversamente da altre ricognizioni e inchieste partire dalla capitale verso il Sud. Ma il resoconto di viaggio (com'è appunto La terra e la gente) è un genere letterario congeniale anche all'Abruzzo: basti pensare a In the Abruzzi (1908) di Anne Macdonnell, o alle escursioni di d'Annunzio che offrirono materiale alle sue pagine abruzzesi.
Tra i molti motivi di interesse, in queste pagine siloniane, il lettore troverà anche questo: il frequente riconoscere luoghi e costumi, per esempio, della Figlia di Iorio e della Fiaccola sotto il moggio (la mazza intagliata, la guerra tra pastori e contadini, la gara del solco dritto, i riti propiziatori, i vecchi in cerca di erbe medicinali nel grandioso scenario della Maiella, la festa delle serpi a Cocullo). Tuttavia, Silone non poteva certo, nel dopoguerra alla rincorsa del progresso, abbandonarsi all'idillio (neanche sul piano individuale: per sincerarsene, si leggano nel volume le tante pagine nutrite dal "vizio dei ritorni"). La modernità arriva anche qui, tanto che "Le pecore di Rocca a Cambio […] adesso sono i turisti" (La terra e la gente). La riottosità abruzzese alla modernità viene pian piano vinta, e del resto il passato, con il suo mondo patriarcale e le sue transumanze, garantiva, come ricorda il vecchio pastore, "nutrizione insufficiente, anzi, […] continua fame", e poi soprusi dei proprietari, ostilità della gente di pianura, ripugnanza manifestata dalle donne. Anche gli stravolgimenti del progresso hanno il loro compenso, e Silone lo sa bene, se pone all'amico nostalgico una sferzante domanda: "Per caso, rimpiangi anche l'analfabetismo della povera gente?".
Di contro, c'è anche in Abruzzo, regione meridionale senza essere a Sud, l'emigrazione, con le sue vittime e i suoi profittatori. E c'è, sempre e sopra tutto, la natura, che domina con le sue montagne e i suoi terremoti da Apocalisse. Si legge con un brivido (e con altra e più acuta amarezza, se si torna a considerare la dialettica tra natura e politica), dopo l'aprile del 2009, la descrizione dell'Aquila che, "nonostante alcuni disastrosi terremoti e forse grazie alla fragilità della sua vita economica […] aveva conservato in larga misura, nei suoi quartier più antichi, il carattere medievale"; è il 1963, e Silone scrive: il viaggiatore che percorra, "senza un itinerario preciso", gli antichi quartieri di Santa Giusta, Santa Maria di Paganica, San Pietro Coppito, San Marciano, "ad ogni passo incontra fondachi e case, anche modeste, con porte, finestre, lunette, di fine eleganza, fregiate di stemmi patrizio che vanno dal XIV al XVII secolo, oltre al frequente monogramma raggiato del nome di Gesù che ricorda la predicazione di San Bernardino".


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