RICCARDO IACONA Racconti d’Italia (libro e Dvd)
pp. 104, euro 28 Einaudi, 2007 |
Alfio Siracusano
Si intitola Televisione aperta il volumetto di Riccardo Iacona a corredo dei Dvd di sei sue inchieste televisive andate in onda su Raitre tra il 2004 e il 2006: “W il mercato”, “W gli sposi”, “W la ricerca”, “Ospedali!”, “Case!”, “Tribunali!”. È bene dire subito delle inchieste, e dirne in due sensi: in quello dei contenuti sociali che le riempiono e in quello del linguaggio televisivo che le caratterizza. Che è poi l’argomento che Iacona affronta, anche lui in funzione propedeutica. Perché le inchieste affrontano tutte temi sociali, come si conviene a un giornalista che ha frequentato la palestra della Terza rete ai tempi di Angelo Guglielmi ed è poi stato spalla di Santoro fino a “Sciuscià”, e si incidono nella memoria non solo calandosi «dentro il tempo» dei fatti e della storia, come Iacona ci dice, a differenza di un fare televisione generalista che invece fugge dal tempo disperdendo vicende e storie in un universo indifferenziato che appiattisce tutto nel generico nulla, ma anche istradandosi con sapiente accortezza dentro il problema più generale di cui il tema dell’inchiesta è solo parte visibile, ancorché il più delle volte taciuta (che può sembrare, e non è, ossimoro: perché tacere il visibile è esattamente l’operazione di potere che le forze dominanti compiono per salvaguardare gli interessi forti, che Iacona denuncia nelle inchieste e nel libretto che le accompagna). Facciamo solo qualche esempio. “Case!” parla del problema degli sfratti a Milano, ma non si limita a raccontare la storia della famiglia D’Argento o delle tante altre famiglie costrette a vivere lo stesso dramma. In realtà racconta il problema sociale gravissimo della divisione in primi e ultimi con cui la società italiana deve ormai confrontarsi: dove i primi sono i padroni delle case - singoli o società - che approfittano delle situazioni di mercato per lucrare guadagni ingentissimi (tanto più in una grande città), e gli ultimi sono il popolo dei paria in fila perenne dietro le graduatorie di alloggi popolari assolutamente (e colpevolmente) insufficienti, costretti o a pagare affitti intollerabili o alla scorciatoia dell’occupazione abusiva, quando non all’umiliazione ultima dello sfratto eseguito dalla forza pubblica: con lo scandalo dell’esibizione muscolare di uno stato che tutela «il diritto» tutelando di fatto interessi di scandalosa rapina. Lo stesso può dirsi per “W gli sposi!”, dove il tema è quello del lavoro precario che non consente la possibilità di metter su famiglia a chi non ha la certezza del suo futuro, o per “W la ricerca!”, dove il tema cosiddetto della «fuga dei cervelli» su cui si esercita tanta parte della retorica nazionale è poi ricondotto all’osso delle infinite ragnatele clientelari che avvincono in spire di morte il sistema universitario italiano, ridotto ormai strutturalmente a produrre meccanismi di cooptazione in cui non c’è posto per i meriti (i «cervelli») e finiscono per prevalere i detentori di un qualche privilegio (censo, nascita). Con il che la questione si universalizza nel vero problema: il prevalere, in questa Italia, del privilegio comunque conseguito a scapito del senso di equità quasi del tutto disatteso, o al più perseguito in sede di volontariato più o meno compatito. Le altre inchieste si muovono dentro le stesse coordinate. Politiche, come si vede, talché il libro che le accompagna, scritto da un «homo televisivus» sottoposto alle vessazioni televisive di cui tutti sappiamo, non tarda a mostrarsi per quello che veramente è: un pamphlet di rara efficacia (e scritto benissimo, Iacona è anche uno scrittore di potente chiarezza) sulla televisione e sull’uso distorto che il potere ne fa (beninteso: di qualsiasi colore partitico). Che si traduce nel grottesco di una sorte di disinformazione organizzata quando la si costringe nelle pastoie della par condicio, peraltro rese inevitabili dall’anomalia tutta e solo italiana di un esponente politico come Berlusconi padrone in proprio di metà dell’intera rete, o nel non meno grottesco tentativo di limitare le voci di dissenso attraverso l’uso spregiudicato del potere di veto nei confronti di determinati programmi. Iacona racconta il caso suo e degli altri facenti parte dell’équipe di Santoro ai tempi di “Sciuscià” e del suo essere stato condannato, nella circostanza, a una forma mortificante di mobbing che si traduceva, peraltro, in una sottrazione di informazione al pubblico italiano: non tanto perché a un giornalista si proibiva di lavorare, quanto perché quella esclusione era il segno di una politica, la spia di un voler «non far sapere», come lo stesso Iacona documenta in pagine straordinarie dedicate al dramma di Nassiriya. Che Iacona non poté raccontare da giornalista, dovendosi limitare da «mobbizzato» a una sterile frequentazione delle agenzie, per accorgersi poi che neanche quanto riportato dalle agenzie finiva per alimentare una corretta informazione televisiva. Eppure quanto ci sarebbe stato da dire su Antica Babilonia, che non è stato detto. Iacona scrive dei suoi incontri con un funzionario italiano a Nassiryia, Marco Calamai, che gli racconta l’odissea della presenza inutile dei nostri soldati, forzatamente funzionale alla propaganda pacifista e democratizzatrice cui la nostra missione veniva ascritta, mentre nei fatti essa era sotto il dominio pieno di inglesi e americani e oggettivamente impossibilitata a rispondere alle domande di quella fetta di popolazione irakena. La risposta terroristica, se ne deduce, fu un accidente nient’affatto imprevedibile, come le inchieste giunte a maturazione in questi giorni stanno dimostrando. Ma c’è anche dell’altro in questo libro. C’è la denuncia dei tanti altri silenzi che la televisione spalma sulla vita degli italiani. Che è cosa gravissima, se si pensa che la maggior parte degli italiani proprio sulla televisione costruisce i suoi pensieri. Perché la televisione (tutta: anche qui c’è poco da distinguere) non solo parla poco (e tardi) dei contadini di Vittoria o dei forestali della Calabria o di Scampìa con quel che ne consegue (e non si sarebbe dovuto aspettare il libro di Saviano), ma è anche prigioniera di uno schema da reality perpetuo che, lo vediamo tutti, distorce il senso vero delle cose, proponendo modelli finti dove la stessa finzione è diventata parametro di verità, e il Costantino della De Filippi fa premio su altre e più serie emergenze. Iacona chiama questo «far da becchini alla televisione », riportando il problema a quanto già detto prima sul tempo: che non è tanto un fatto di tecnica registica quanto una scelta di cultura politica. Perché se nel futuro (lui dice tra duemila anni) gli storici volessero capire l’Italia di adesso dal «flusso informativo prodotto dalla nostra Tv avrebbero seri problemi a interpretare i fatti, a ricostruire i contesti, a ipotizzare le ragioni». Questa televisione che ci nega il presente rischia così di negarci anche il futuro.
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