HILMA WOLITZER La figlia del dottore
pp. 296, euro 16 Nutrimenti, 2008 |
Lidia Gualdoni
Ci sono romanzi che ci lasciano con una sensazione di lutto, di perdita. Se in genere alla fine di un libro si resta, come afferma Nick Hornby nel suo Una vita di lettore, “solo moderatamente compiaciuti di aver aggiunto un nuovo libro all'elenco”, può capitare - anche se raramente lo ammetto -, di vivere durante la lettura in un mondo popolato da figure memorabili, dove nessun gesto, nessun dettaglio viene trascurato, e di provare, una volta girata l'ultima pagina, una forte nostalgia: ci dispiace la fine sia della performance creativa dell'autrice sia della vita dei suoi personaggi. La figlia del dottore di Hilma Wolitzer è uno dei libri più interessanti e piacevoli in cui mi sono imbattuta negli ultimi tempi: non solo pullula di vita, ma è anche un romanzo sul valore della scrittura e della lettura, sui meccanismi della mente umana, in cui i lettori troveranno di che identificarsi. Come se Hilma Wolitzer avesse offerto loro uno specchio attraverso il quale guardarsi da vicino e ritrovare quella parte di loro stessi che ancora non conoscevano, o che non avevano ancora messo a fuoco. La trama, sui cui tratti autobiografici, prima negati e poi in parte riaffermati, scherza la stessa Wolitzer, racconta di una cinquantunenne, Alice Brill, figlia di uno stimato chirurgo, colpito, nella vecchiaia, da una grave forma di demenza senile, e di una poetessa morta di cancro trent’anni prima. Alice, che da sempre si è dedicata alla scrittura, dopo essere stata licenziata dall’importante casa editrice per cui lavorava come assistente editor, si è reinventata un’attività come “dottore di libri”, proponendo assistenza ad autori esordienti. Alice è legata ad Everett, con il quale è stata in competizione fin dai tempi del laboratorio di scrittura creativa durante il quale si sono conosciuti – nessuno dei due è riuscito mai a pubblicare qualche cosa, anche se Alice ha avuto la meglio, rispetto ad Ev, che è finito nella tipografia di famiglia: brochure, carta intestata e cose del genere… Il loro matrimonio sta attraversando un periodo di crisi, anche a causa del rapporto con uno dei tre figli, Scott: il diverso atteggiamento dei genitori - troppo indulgente e protettiva Alice, troppo freddo e autoritario Everett -, provoca continue liti e tensioni in famiglia. A questo si aggiunge un ispessimento al seno che insinua il sospetto di un tumore, lo stesso che ha colpito la madre di Alice e, prima ancora, la nonna materna. Questa è, in sintesi, la vita di Alice Brill quando, una mattina di primavera, si sveglia con qualcosa che non va: “Lo sentii nel petto, dietro lo sterno, lì dove si infilano le brutte notizie come pubblicità indesiderate attraverso la feritoia della porta. Fu lì che per la prima volta mi resi conto che i miei genitori sarebbero morti prima o poi (“oh, tesoro, ma sarà tra tanto, tanto tempo!”), fu lì che capii di essere inadeguata e che nessuno mi avrebbe mai amato, fu lì che cominciarono ad assalirmi spasmi di rimorso per il mio matrimonio e i miei figli, e la paura della loro morte e della mia. Dio solo sa quante altre cose al mondo non andavano e destavano un simile senso di angoscia, ma qualunque cosa si fosse impigliata nel mio petto, quel mattino di aprile, riguardava solo me, non il mondo.” Si tratta di una vaga sensazione di vuoto, di perdita, l’origine della quale si dimostra sfuggente come un sogno che si dissolve alle prime luci dell’alba. Ed è proprio il ricordo evanescente di un sogno con una porta chiusa a chiave e dove tutto è bianco che, aggiungendosi al dolore al petto, spinge Alice ad indagare su se stessa e sul suo passato. Scoprire le cause di un malessere che, solo apparentemente, si presenta come la crisi esistenziale di mezza età che la porterà anche alla separazione dal marito e poi nelle braccia del meccanico-scrittore di cui sta curando la stesura del promettente romanzo d’esordio, diventa allora una priorità . A dispetto di un’infanzia apparentemente idilliaca, trascorsa in quella che sembrava essere la perfetta famiglia dell’upper class newyorchese cui non è mai mancato nulla, sia in termini di affetto e di amicizia, sia in termini di prestigio e di disponibilità economiche, Alice comincia a riflettere sulle poesie scritte dalla madre – alcune pubblicate su piccole riviste letterarie – e sul rapporto di familiarità instauratosi fra la donna e l’editor di una sua opera. Ritorna con la mente ad episodi legati a brevi periodi di analisi: il primo in occasione del suo licenziamento, il secondo quando, a circa dieci anni, aveva sviluppato un orrendo tic che le faceva sbattere ripetutamente le palpebre; ripensa a momenti solo apparentemente insignificanti della sua infanzia e della sua adolescenza, spesso condivisi con l’amica Violet, ed a quelli più importanti, come le circostanze della morte della madre. In questa ricerca tenta di coinvolgere il padre dal quale non ottiene però che vaghe allusioni di difficile interpretazione. Solo il riaffiorare nelle memoria di ricordi rimossi, perché troppo dolorosi, permette ad Alice la necessaria, anche se dolorosa presa di coscienza che la porterà alla guarigione dai suoi sensi di colpa e dai suoi complessi di inferiorità. Il tutto grazie anche ad una terapia che non può fare a meno della scrittura e che, anzi, è come la scrittura. Il pensiero, una volta terminato questo romanzo, va certamente alla sua autrice che lo ha scritto all’età di settantaquattro anni e pubblicato nel 2006, dopo un lungo e sofferto periodo di silenzio e di assenza dalla scena letteraria. Uno scrittore mette sempre qualcosa di sé nei personaggi dei suoi romanzi, a maggior ragione quando il protagonista è, anch'esso uno scrittore. Lei stessa racconta come, nel frattempo però, avesse sconfitto un cancro ai polmoni, accudito i genitori malati, lavorato sui libri degli altri, insegnato e scritto un libro sul blocco della creatività, dispensando trucchi per superarlo. A livello sotterraneo, la sua mente di scrittrice non ha mai smesso di lavorare e le ha finalmente permesso di dar vita, quasi di getto, ad un romanzo che merita davvero i commenti più lusinghieri, che lo descrivono, ad esempio, come “un romanzo elegante e ricco di sfumature che esamina brillantemente una delle verità incrollabili della condizione umana: la ricerca di se stessi non ha mai fine” (Robert Olen Butler). L’autrice possiede il dono di saper scrivere la sua storia come se l'avesse vissuta in prima persona, e forse con più passione. Ci consegna un personaggio, la protagonista, al quale sarà facile affezionarsi, ed una trama perfettamente costruita con un andamento narrativo inaspettatamente vivace nella sua complessità che fa muovere il lettore tra presente e passato, fra la necessità e l’incapacità di ricordare. Il suo allievo e premio Pulitzer Michael Cunningham l’ha paragonata a Virginia Woolf e a Gracey Paley, per la capacità di “scrivere di donne con profondità e rispetto”, ma la Wolitzer mantiene comunque una sua originalità, che si esprime nella leggerezza e nell’ironia con cui la protagonista vive anche i momenti difficili o delicati della sua esistenza: sono gli affetti, i tradimenti, i silenzi e gli scontri familiari, le ribellioni generazionali e le fragilità della vecchiaia, le illusioni perdute e le opportunità inaspettate, le scelte, i rimorsi e i rimpianti, con cui tutti, prima o poi, dobbiamo fare i conti. Il messaggio del romanzo che, dobbiamo ricordarlo, ha un'ambientazione di prim'ordine - i più suggestivi angoli di Manhattan colta in una luminosa primavera newyorchese che, di volta in volta, sembra adattarsi agli stati d’animo della protagonista, o farne da contrappunto -, ci ricorda che anche dai momenti più drammatici della nostra esistenza può nascere l’opportunità di una diversa comprensione del nostro passato e di ciò che siamo e, perciò, offrirci la possibilità di un nuovo inizio.
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