LUCA GOLDONI
Le mani sul fuoco
pp. 149, euro 15
Zonza, 2009 |
Patrizia Danzè
In principio fu Erostrato di Efeso, che bruciò il tempio di Artemide ad Efeso perché il suo nome rimanesse celebre. Poi fu Nerone, che, suggestionato dall’incendio di Troia, diede alle fiamme, incolpando i cristiani, una Roma di legno per farla ricostruire- si dice- di marmo. Folli gli incendiari? Gente maniacale i piromani? No, criminali. E Luca Goldoni, - a ragione- lo dimostra nel suo nuovo, delizioso libro intitolato Le mani sul fuoco, una serie di racconti-denuncia di incendi più o meno clamorosi intrecciati a ricordi personali, a squarci di vita vissuta tra mare, famiglia, amici e giornalismo. Senza mai dimenticare lo scopo vero del libro, che scorre, peraltro, con la prosa leggera propria di Goldoni così ironica ma anche così assertiva, come, appunto, una denuncia e concreta come un macigno. Così, mentre si parla di figli, avventure per terra e per mare, ricordi di gioventù, animali e amori, si incespica (ma non per caso) in un drammatico caso di incendio. Sì, drammatico, perché le conseguenze degli atti inconsulti di piromani (che parola gentile, per indicare dei criminali! da lessico buonista - dice Goldoni-) sono non solo disastri ambientali o distruzione di beni immobili ma anche perdite di vite umane, come purtroppo tanti eventi recenti del nostro paese hanno dimostrato.
Tante storie, una dopo l’altra sul fuoco. Grazie a chi lei ha messo “le mani sul fuoco”?
Grazie a Matteo Bragadin, alias Giampietro Zucchetta, che mi ha suggerito, anzi mi ha raccontato tante storie sul fuoco. Lui è un chimico, abita in laguna e con un suo barchino la percorre raccogliendo campioni di acqua per analizzarla in laboratorio stabilendo il grado di inquinamento da mercurio ed altro. Poi, per una circostanza fortuita, complice il fiuto e la conoscenza delle sostanze infiammabili è diventato un fire investigator che viene chiamato come consulente nei casi di incendi dolosi. Nel mio libro Zucchetta ha un nome da ammiraglio veneziano e il suo interlocutore, cioè io, si chiama Diego Palmer, tre figli, in età da nonno ma senza esserlo. Così Palmer si consola percorrendo anche lui la laguna a girare ora questo ora quel documentario. Inevitabile incontrarsi con Bragadin, questa sorta di Maigret del fuoco.
Quali delle storie di “fuoco” sono vere e quali sono finzioni?
Ma sono tutte vere! Capisco che sono talmente incredibili da sembrare finzione, ma sono tutte, purtroppo, vere. Il fatto è che siamo in un paese di incendiari, non solo megalomani, maniaci o folli; il fuoco infatti è diventato un’arma micidiale nelle mani di criminali.
Quasi tutte le storie che lei racconta sono dei successi investigativi di Bragadin. Dunque, c’è speranza di sconfiggere gli incendi dolosi.
Storie di successi e di amarezze, perché in nessun caso come per gli atti incendiari i colpevoli riescono a farla franca e gli incendi a passare per incidenti fortuiti. Le leggi, per esempio, sono ancora quelle che giudicavano gli incendi di mezzo secolo fa, quelli dei pastori che bruciavano le stoppie. Oggi, invece, dietro agli incendi si nascondono interessi colossali legati al turismo, alla speculazione edilizia. Non si pensa che un criminale che manda a fuoco ettari di bosco fa morire uomini e animali, oltre che danneggiare l’ambiente. Eppure le imputazioni sono ridicole.
Come nel caso del teatro “La Fenice” ad esempio.
Non ci furono morti, ma il caso del “La Fenice” è uno di quelli dietro ai quali ci stanno tali intrecci che anche uno come Bragadin se ne è tenuto lontano. Tra i vari tipi di incendi catalogati dal “Maigret” degli incendi, accidentali, colposi e dolosi, forse questo è di quelli “politici”. Sa com’è finita? Che colpevoli di quel rogo sono stati giudicati due elettricisti per aver provocato l’incendio per evitare il pagamento di una penale a causa del ritardo nei lavori. Però chi ha permesso di mettere in secca tutti i canali attorno al “La Fenice” durante i lavori di restauro, chi ha disattivato l’impianto di spegnimento a pioggia e tutti gli altri sistemi antifiamma, non ha alcuna responsabilità.
E invece chi ha cercato di dare una mano è stato persino diffidato.
Sì, quel che è capitato al pilota Roberto Tentelli è veramente paradossale. Questo eroico pilota (ex Vietnam, ex marina militare, ex pompieri) alla cloche di un vecchio elicottero ha fatto la spola tra “La Fenice” in fiamme e il canale della Giudecca abbassandosi sulle onde a raccogliere acqua con un grosso secchio agganciato sotto la pancia e andava a vuotarlo sul rogo del teatro. Un eroe? No, perché qualche giorno dopo, il pilota che ha rischiato la pelle ha ricevuto una lettera di diffida dal Ministero. Che non pensasse più di ripetere una cosa del genere perché il velivolo non era abilitato per il volo notturno con il secchio appeso.
Ci sono, tuttavia, anche gli incendi scoppiati per quella cicca di sigaretta lasciata cadere per distrazione.
Sì, certamente, ma sono sempre quelli meno frequenti. I più ricorrenti, mi creda, sono quelli dolosi. La cosa strana, come nel caso che racconto nel mio libro del classico mozzicone di sigaretta lasciato cadere sul letto da una povera squilibrata di una casa di cura per anziani, è che ne è nata un’inchiesta giudiziaria surreale, con difensori, avvocati, indagini a non finire. Un polverone sollevato apposta su un episodio chiaro e lampante.
Lei parla di tanti tipi di incendi e tra tutti non mancano gli incendi che accendono gli animi, come nel caso di Eluana Englaro.
Sì, un incendio metaforico ne parlo di passaggio prima di trattare del raccapricciante incendio di un clochard da parte di un minorenne. Ho ammirato moltissimo il padre di Eluana, ma secondo me ha commesso un errore. Per diciassette anni non ha permesso ad alcuno di documentare le condizioni della figlia e così facendo ha alimentato le illusioni di milioni di persone semplici che hanno avuto negli occhi l’immagine di quella splendida ragazza a cui, come si è ritenuto, è stato delittuoso togliere acqua e cibo.
Ma qual è la storia più curiosa che ha ascoltato?
Quella del tizio che appicca il fuoco al moplen, un materiale che andava anni fa. Anche questo un incendio-truffa. Dunque, io e Bragadin, insieme ad un cane labrador di nome Camomilla, andiamo in uno stabile incendiato, dove la cosa curiosa è che il fuoco è partito dall’alto. Raggiungiamo il terrazzo e in un groviglio di travi carbonizzati e plastica fusa, sentiamo un forte odore di cherosene, lo stesso che si sente negli aeroporti durante il rifornimento. Ma ecco che Camomilla trova un cilindretto annerito che io, appassionato da giovane di aeromodellismo, riconosco essere, appunto il cilindro di un motorino di un aeromodello. Sembra un’impresa disperata scoprire il colpevole, chissà quanti appassionati di aeromodellismo. E invece, quando scendiamo in strada e ci mescoliamo alla gente che commenta l’incendio, Camomilla d’un tratto si avventa contro una tizia che ha addosso lo stesso odore di cherosene della terrazza. Insomma, caso risolto, grazie a Camomilla e alla mia antica passione di pilota.
C’è poi la storia di un ragazzo, anche lui incendiario, figlioccio di Bragadin.
Ecco, quella è una storia inventata, perché Bragadin e sua moglie non hanno figli e così gli ho attribuito questo figlio adottato che scivola nella tossicodipendenza e ricattato da uno spacciatore per disperazione ruba il bancomat al pensionato presso cui abita nella città in cui frequenta l’università. E’ spaventato a morte e non vuole ricorrere alla generosità dei Bragadin. Così, per avere la certezza che il pensionato non si accorga del furto appicca fuoco alla stanza, ma poi proprio prima che il suo attimo di follia si trasformi in tragedia telefona ai pompieri. Ma il ragazzo ci ha saputo fare e sull’incendio non c’è traccia di dolo. A Bragadin resta un dilemma, se dire ciò che sa o seguire il corso della verità processuale. Insomma, ho voluto rappresentare un Bragadin più umano di quel che può sembrare dai casi brillantemente risolti.
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