GIUSEPPE SCHILLACI L'anno delle ceneri
pp. 224, euro 15 Nutrimenti, 2010 |
Davide L. Malesi
Romanzo aspro, scritto in una prosa vibrante di passione civile e veemente nell’evocazione di vicende sanguigne, L’anno delle ceneri di Giuseppe Schillaci racconta un amore impossibile, quello del “picciotto” Masino Basile e la sedicenne Ninetta, sullo sfondo di una Sicilia in odore di elezioni decisive: è il 1948, l’anno i cui risultati elettorali stabiliranno, nel bene e nel male, l’assetto politico della penisola italica per lungo tempo. Ciò in un clima di eccitazione – ma anche di stanchezza - per la fine della guerra mondiale, con i comunisti in attesa di una rivoluzione proletaria che non verrà, e i democristiani intenzionati a evitare, ad ogni costo, la presa del potere da parte dei “rossi”: anche attraverso una rete di poteri obliqui, in larga parte estranei al contesto democratico, come le compagini mafiose e la Chiesa cattolica (spicca tra i personaggi del romanzo don Cola Maddalena, boss mafioso dal carattere complesso, in cui si mescolano scaltrezza e ignoranza di fondo, e una natura gretta e provinciale sposa lo spiccato intuito per l’intrallazzo).
Partiamo da prima dell'inizio: le parole di Vitaliano Brancati in epigrafe: "E tuttavia, nonostante la sua intensità, o forse a causa di questa, la luce del sud rivela nella memoria una profonda natura di tenebra". Perché questa necessità di evocare una affermazione così perentoria, che fa quasi pensare a un Joseph Conrad dell'estremo mezzogiorno, più che al Brancati che tutti meglio conosciamo?
Volevo raccontare una storia delle origini, delle origini mie e della mia gente, e quindi ho sentito la necessità di guardare alla nostra tradizione letteraria, di riscoprire alcuni autori siciliani e italiani che spesso sono etichettati in modo riduttivo, autori come Landolfi, Brancati, D’Arrigo. E in Brancati ho ritrovato una vena tragica inattesa, il coraggio di fare i conti con i lati oscuri dell’identità individuale e collettiva; ho ritrovato la potenza e la profondità di una visione lucida della realtà, e dunque terribile, spietata. In fondo anche i personaggi di Brancati, come quelli di Conrad, sono degli anti-eroi, delle personalità controverse che lottano contro i propri demoni interiori e contro un immaginario sociale a cui non riescono ad aderire: un destino che porta inevitabilmente al grottesco, all’alienazione, al delirio. E a questo proposito vorrei citare la chiusura dell’ultimo romanzo di Brancati, Paolo il caldo, da cui ho scelto la citazione in esergo al mio romanzo: “la moglie non tornava (più) da Paolo ed egli, in successivi accessi di fantastica gelosia, si aggrovigliava sempre di più in se stesso fino a sentire l’ala della stupidità sfiorargli il cervello”. Il tuo romanzo gira attorno a una storia d'amore drammatica. Ma il dramma, più che nel sentimento amoroso e nelle sue controversie innate, è nello sfondo, nell'ambiente che produce sofferenze, interagendo ferocemente con la vicenda amorosa. Masino e Ninetta sono tragici: nessuna Provvidenza farà di loro due novelli Renzo e Lucia. Perché la scelta di un tale sviluppo drammaturgico?
Nel mio romanzo la storia d’amore s’innesta nel racconto di formazione del protagonista, Masino Basile. Il sentimento amoroso è sempre alla base della crescita di un individuo perché genera, inevitabilmente, un cambiamento; ma ogni rivoluzione esistenziale deve fare i conti con l’ambiente esterno e quindi può incontrare resistenze, muri di gomma. Nel mio romanzo sono le credenze magico-religiose e le dinamiche sociali del potere a tramare il destino di Masino e Ninetta, un destino che assomiglia al fato tragico, al verdetto di un oracolo, in cui nessuna Provvidenza ha potere d’intercessione. Il tuo romanzo sembra essere una critica anche al modello sociale della Palermo del 1948: familistico, paternalistico, basato su intrallazzi, dove una parola detta a mezza bocca - se a dirla è un potente - può decidere di un destino. E' pura rievocazione storica, o si tratta di un modello che esiste ancora?
È un modello che esiste ancora e che detta le regole di vita nel nostro Meridione e nel Mediterraneo in genere. Il territorio è governato da regole non scritte, immanenti, mentre la legge dello Stato viene vissuta come imposizione astratta e ottusa. È questo l’humus della Mafia. Ma nel 1948, nel nostro passato prossimo, pare ci fosse anche un lato vitale e rassicurante della comunità: le feste popolari, l’incanto delle storie e degli insegnamenti antichi, il rapporto non ipocrita con la morte, la simbiosi col tempo della Natura. Tutto questo s’è definitivamente perduto nella mutazione antropologica degli anni Sessanta e nella successiva “tele-stupefazione” del Paese, specie per le componenti sociali più fragili della società, come quelle popolari. Oggi le borgate di Palermo sono il regno del grottesco, e l’alienazione ignora ogni umanità, ogni storia.
La società descritta nel tuo libro, ormai prossima all’implosione, appartiene a un passato che si tende a credere tramontato per sempre. Eppure oggi assistiamo a più riprese al debordare dell'ingerenza ecclesiastica, della politica delle mafie, del familismo amorale. E' pura coincidenza che nel romanzo questi fantasmi riprendano vita, o si tratta della spaventosa proiezione di una serie concreta di timori?
Le ceneri del mio romanzo sono quelle di oggi, sono emblema: ceneri di una civiltà, ceneri delle ideologie politiche, di una comunità, ma anche di una speranza, di un amore. E questa fine era già scritta nell’inizio, come condanna, come oracolo. Nel 1948 nacquero gli equilibri politici che ancora oggi governano l’Italia e cioè l’alleanza, più o meno tacita, tra un grande partito populista, la Chiesa, la Mafia, gli Stati Uniti d’America e pezzi ripuliti del precedente governo (ieri i fascisti, oggi i democristiani). E infatti, nel mio romanzo cito due episodi storici determinanti per capire la nostra identità, due fatti di sangue e di fondazione, due stragi terroristiche architettate dal Potere per incutere paura e fare tornare l’ordine, due episodi tragici che avvengono in Sicilia e che segnano la nascita dello Stato italiano prima (1862, la strage dei pugnalatori di Palermo), e della Repubblica poi (1947, la strage di Portella della Ginestra). Quindi a ben vedere, il destino dell’Italia era già scritto nella sua storia. Per lo scavo che L'anno delle ceneri opera nel tessuto sociale e umano della Palermo del 1948, mi sentirei di definirlo un “romanzo antropologico”. Cosa ne pensi di questa definizione? E - anche per la serie di riferimenti inseriti nel racconto - ritieni si possa dire che L'anno delle ceneri abbia pure una valenza politica?
Mi piace la definizione di “romanzo antropologico”, se per antropologia s’intende la ricerca dei valori ancestrali dell’uomo, l’inconscio di una comunità, il rapporto con la morte, il divino. Penso che ogni opera letteraria abbia una valenza politica, il problema è che spesso la letteratura è complice, accomodante rispetto alle logiche del potere e quindi, ad esempio, ammicca alle strategie di marketing editoriale. Al contrario, ci sono opere che cercano di farci riflettere sulla nostra umanità, che cercano il particolare e l’universale insieme, che ci obbligano a farci vacillare, a ripensare la nostra identità e il nostro tempo.
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