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Giuseppe Ardica - Baby Killer

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Odore di morte nelle strade di Gela

GIUSEPPE ARDICA
Baby killer
pagg. 144, euro 13
Marsilio 2010

Alfio Siracusano

Quando si dice: parlano i fatti. E parlano proprio i fatti in questo libro di Giuseppe Ardica che ci immerge nello scannatoio di Gela a cavallo degli anni ottanta e novanta, quando la stidda prese possesso delle strade di quella città seminandovi la morte.

Ma cos'è la stidda? Anzi cosa fu, visto che ora sembra essere scomparsa dal panorama criminale siciliano? In origine fu un'organizzazione un po' fai da te nata ai margini della mafia ufficiale, diffusa nelle zone dell'agrigentino fino alle propaggini del vittoriese e del ragusano, e gestita da carusazzi audaci affiancati da uomini più di rispetto. Si erano messi in testa, costoro, di gestire in proprio il traffico della droga e il mercato delle estorsioni, e altro modo di affermarsi non avevano che contrapporre ferocia a ferocia, crudeltà a crudeltà, morti ammazzati a morti ammazzati. A Gela si fece anche di più, sotto la guida di figuri come Cavallo Pazzo e il Tedesco: si reclutarono i ragazzini dai tredici anni in su, li si irretì con le carte da diecimila in tasca e i motorini truccati e la pizza il sabato e lo sballo assicurato, e insieme si misero loro in mano pistole e mitra e li si addestrò ad usarli. Uno di loro, di soprannome Diamante e figlio del Tedesco, racconta in questo libro la loro storia, che è insieme la storia di un orrore senza fine e di una generazione bruciata in una città dove la vita sembrò allora sospendersi insieme all'ordine e alla legalità (Giuseppe Ardica, Baby killer, Marsilio 2010, pagg. 144, € 13.00).

Non ci sono nomi, in questa storia dei ragazzi d'onore di Gela, come recita il sottotitolo del libro. Salvo quello di un ragazzino, Salvatore Tumeo, scannato e poi diluito nella calce viva per aver fatto uno sgarro alla moglie di Cavallo Pazzo. Ma Ardica, che ha scritto il libro raccogliendo confidenze originali e compulsando documenti inoppugnabili, assicura che le storie sono tutte vere e semmai corrispondenti per difetto all'efferatezza dei fatti. I protagonisti vi hanno nomi fittizi, soprannomi tratti dalle loro 'ngiurie, Tommicruise, Occhiazzurri, Pistola, Sfasato, Patatina, Kraft e tanti altri; e fu con loro che Cavallo Pazzo e il Tedesco sfidarono a Gela il potere dei Rubulìa, capi della vecchia mafia, e si illusero essere riusciti a scalzarlo. Finché il delirio di onnipotenza li portò ad organizzare una vera e propria strage con tre agguati in contemporanea e otto morti in mezz'ora di fuoco, e la conseguenza fu che l'organizzazione non resse e i gruppi di fuoco finirono tutti in galera.

Dove, chi prima chi dopo, si pentirono svelando agli attoniti magistrati i particolari di quegli anni incredibili.

Posto sul crinale tra il romanzo ad effetto e il réportage giornalistico, Ardica sceglie a sua cifra stilistica l'asciuttezza del linguaggio, colorito di venature siciliane come a sottolineare una specie di oralità tratta dal racconto che gli fa Diamante. Di cui lo scrittore riporta anche rammarichi e postume angosce. Che un po' sono di maniera, se non altro perché contraddetti da una mai dismessa abitudine al linguaggio degli anni del suo impegno "sul campo", un po' testimoniano l'oggettiva presa d'atto di un fallimento che è anche storico, sociale. E che vale per chi fu della stidda come per gli affiliati alla mafia normale. Perché non può essere senza effetto la considerazione di quanto sia assurda una vita che di fatto nega se stessa, autocondannandosi a una mancanza di normalità (semplificando: la gestione visibile degli affetti) in nome dell'esercizio di un potere che proprio per la mancanza di normalità si traduce quasi sempre in un'autotirannia più che mai odiosa (la latitanza, la lontananza dei figli, il destino quasi certo del carcere a vita).

Ma di questo i killer, baby o non baby, si rendono conto solo "dopo". Quando è troppo tardi per quelli che hanno ucciso, ma anche per loro che premettero il grilletto.



Il libro

Diamante, figlio del Tedesco, racconta la storia dei ragazzini di Gela ingaggiati dalla Stidda e trasformati in feroci killer che uccidono per cinquecentomila lire. Scorrono nelle sue parole fatti di inaudita violenza, a cavallo degli anni ottanta e novanta del secolo scorso, con protagonisti giovani tra i tredici e i diciotto anni agli ordini di chi ha dichiarato guerra alla mafia ufficiale con l'intento di sostituirsi ad essa nello sfruttamento dello spaccio di droga e nella gestione del pizzo. Un insieme di episodi veri, tratti dai documenti processuali.

L'autore

Giuseppe Ardica è nato a Gela e vive a Roma. Lavora a Rai Parlamento. Il suo primo libro è stato Io, l'uomo nero, scritto a due mani con l'ex terrorista nero Pierluigi Concutelli (Marsilio 2008).

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