GIUSEPPE ACCORINTI Quando Mattei era l’impresa energetica (io c’ero)
pp. 434, euro 16 Hacca, 2009
|
Alfio Siracusano
Nel centesimo anniversario dalla nascita di Enrico Mattei, il mitico “ingegnere” fondatore dell’Eni, questo libro di Giuseppe Accorinti può dirsi il benvenuto, e senza piaggeria (Quando Mattei era l’impresa energetica (io c’ero). Non perché siano mancati, o manchino, i libri dedicati al grande capitano d’industria, che ci sono e sono quasi sempre pregevoli e di grande impatto emotivo; quanto perché Accorinti, che lavorò con Mattei e poté vederlo all’opera dal di dentro (“io c’ero”, recita non a caso il sottotitolo), ha in realtà scritto un “non libro”, nel senso che, resistendo alla tentazione di fare anche lui un ritratto del Mattei personaggio e protagonista di un “romanzo” storico (e di che storia!), ha messo insieme con la sua logica di ex manager che fa parlare i fatti una quantità straordinaria di elementi costitutivi di quello che fu il “sistema Mattei”, desumendone, e facendone desumere, il quid originale, e irripetibile, che fece di Mattei quello che fu: uno straordinario “condottiero di ventura”, come lo definì Giogo Bocca, dotato di grande senso nazionale oltre che di formidabile mestiere e di lungimiranza non inferiore alla temerarietà, cui toccò in sorte di prendere di petto il problema dei problemi dell’Italia uscita sconfitta e umiliata dalla guerra. Oltre che distrutta. E cioè la questione energetica, dalla cui soluzione passava ogni ipotesi di sviluppo possibile. Fedele a questo assunto organizzativo, Accorinti non “racconta” e fa invece parlare i fatti, i documenti, le stesse foto scelte con sapiente precisione, e se qualcosa “racconta” questo qualcosa riguarda il grande universo Eni, Agip, Snam col seguito di sigle che nei pochi anni della gestione Mattei si ramificarono fino a raggiungere le decine come numero e i posti più lontani del pianeta quanto ad estensione geografica. Con al centro di tutto una sfida che ebbe la linearità, chiarissima a chi la combatté senza mai indietreggiare, di una catena di sillogismi. Ne indichiamo tre, ma potremmo continuare: i paesi crescono se hanno energia a costi competitivi; l’Italia non ha energia; se vuole crescere deve trovare energia a costi competitivi. E poi: l’energia (allora il petrolio e il metano) è nelle mani delle “sette sorelle”; le sette sorelle le vendono al loro prezzo, per l’’Italia non competitivo; l’Italia deve fare a meno delle sette sorelle. E ancora: il petrolio si trova nei paesi arabi e viene di fatto predato dalle sette sorelle; prima o poi i paesi arabi si impadroniranno del loro petrolio liberandosi di loro; l’Italia deve diventare amica dei paesi arabi scavalcando le sette sorelle. Che, fatto ora, può sembrare un ragionamento perfino ovvio, mentre negli anni cinquanta era una sfida temeraria che faceva apparire quanto meno velleitaria l’azione di Mattei. Cui era chiarissimo che stava giocando una partita politica oltre che economica. Che poi si tradusse nella convinzione che in quegli anni era lui il vero ministro degli esteri italiano. Che dal canto suo Mattei non fece nulla per abbassare il livello dello scontro, forse anche perché c’era poco da abbassare, così chiari erano i suoi termini. E poi l’uomo era fatto della pasta che abbiamo detto, come Accorinti documenta pagina dopo pagina e fatto dopo fatto: da quando “disobbedì” al governo che gli aveva ordinato di smantellare l’Agip, e lui non lo fece perché trovò il metano e si diede a metanizzare l’Italia del nord, a quando rivoluzionò la politica delle royalties offrendo ai paesi in cui l’Eni andava a cercare il petrolio il 75% invece del tradizionale 50%. Certo tutto questo costava. Costava in termini di determinazione, e Mattei determinato lo fu come più non si poteva, e costava in termini di inimicizie, al punto che Montanelli poté scrivere che nelle azioni di Mattei gli sembrava di leggere qualcosa che assomigliava al “molti nemici molto onore” di Mussolini. E costava anche in termini di necessità del consenso politico, per non dire del suo avallo totale, al punto che lo stesso Montanelli poté anche scrivere che l’arma politica di Mattei fu la corruzione, da lui usata a livelli che mai si erano visti prima, anche se personalmente l’ingegnere fu un “corruttore assolutamente incorruttibile”. Cosa che, considerata alla luce degli anni, e degli uomini della più tangentopoli, getta una luce sinistra su come si sia guastata, per dirla con Franceso De Sanctis, la “pianta uomo” nel nostro paese. Mostra anche la ferocia degli attacchi che si scatenarono contro il temerario condottiero di ventura. Ben consapevole di essere, come confessò a Giorgio Bocca, “un corsaro al servizio del suo paese”. Che faceva la sua politica come si fa la politica nel paese che ha dato i natali a Machiavelli, e come la facevano le compagnie sue avversarie. La stampa conservatrice lo attaccò senza pietà, Montanelli primo fra tutti. Mattei rispose dando vita a un giornale “nuovo” come lui, Il Giorno. Le sette sorelle gliela giurarono, addirittura intervennero presso il governo americano perché si facesse sentire dal governo italiano. Buon per Mattei, il presidente Eisenhower e Foster Dulles non ne vollero sapere niente (“è spregiudicato come un grande americano dei tempi eroici”, risposero più o meno agli emissari dei petrolieri), ma l’OAS lo condannò a morte con sentenza scritta, e notificata, pochi mesi prima che l’aereo di Mattei, partito da Catania, precipitasse a Bescapè, a pochi chilometri da Linate. Ora sappiamo dalle indagini del magistrato Calia, e anche qui Accorinti è molto esaustivo, che l’aereo fu sapientemente sabotato all’aeroporto di Catania con una piccola carica di tritolo, quel tanto che bastava per fare sembrare un incidente quello che in realtà era stato un attentato. Forse, secondo un’opinione di Fanfani raccolta en passant da Accorinti, quell’attentato fu l’inizio della strategia delle bombe, assai prima di Piazza Fontana. O forse, aggiungiamo noi, fu una tappa della guerra mortale che si combatté nel dopoguerra per determinare il destino dell’Italia: se cioè dovesse essere a democrazia “subordinata” o a democrazia “progressista” e dunque libera di scegliere il suo destino. In questa logica tutto può farsi cominciare da Portella delle ginestre, e non è forse un caso che Mattei abbia finanziato e sostenuto l’Operazione Milazzo e che l’attentato di Bescapè abbia fatto seguito alla scoperta del metano proprio in Sicilia. E che De Mauro fosse ucciso mentre indagava sul caso Mattei. Forse fu un caso, ma le ultime parole che Mattei pronunziò furono parole di riscatto per i braccianti di Gagliano invitati a tornare per lavorare nella loro terra. Con il che si saldava anche il destino e il senso tragico di una vita che era cominciata, nella sua dimensione pubblica, nella veste di partigiano che difende la libertà e la dignità della sua terra. E sta sempre, come Mattei non mancò mai di dire, dalla parte dei più umili. Che è peccato mortale per i reazionari di tutti i tempi. Parole, si potrebbe dire. Pensieri stimolati da questo “non libro” ricco di suggestioni fondate sui fatti. Che alimentano la commozione che a volte può apparire apologetica di Accorinti, come alimentarono la dimensione “epica” dello straordinario film che Francesco Rosi dedicò ad Enrico Mattei. Ma parole e pensieri che meritano di essere detti e pensati in questi nostri tempi sbracati nei quale imperversa un ceto dirigente non sai se più impertinente o incompetente, il cui unico valore sembra essere il successo del visibile apparire con delega esplicita del decidere all’ultima incarnazione di uomo della provvidenza. Accorinti ci racconta di un Mattei meritocratico, duro nel comando ma fornito di un intuito straordinario nello scegliere i dirigenti delle sue imprese: che voleva giovani e che seppe fare protagonisti entusiasti e partecipi di un’avventura che fece dell’Italia devastata dalla guerra un paese non solo diverso da quello che era stato ma con ancora quel tanto di buono che gli permette di sperare nel futuro. Sperabilmente più degno del presente.
|