GIOVANNI ARPINO Azzurro tenebra
pag 254, euro 9,80 Garzanti, 2010
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Linnio Accorroni
Va dato merito alla Bur per aver ripubblicato "Azzurro tenebra", romanzo di Giovanni Arpino uscito in prima edizione per l'Einaudi nel 1977. Un romanzo che il giornalista de "La stampa" prima e poi de "Il Giornale" pubblicò tre anni dopo la tragica spedizione in Germania della nostra nazionale di calcio, esclusa sorprendentemente al primo turno di eliminatorie ( l'aggettivo 'tragica' non paia esagerato: in realtà fotografa con fredda oggettività la percezione collettiva di quell'evento da parte di tanti nostri connazionali, soprattutto emigrati che vedevano in quella competizione un'occasione di rivincita rispetto alla Germania che li accoglieva, nazione non certo esente da spinte xenofobe). Una nazionale che era partita con enormi ambizioni ( una squadra composta da fuoriclasse di lungo corso come Mazzola, Rivera, Riva, Facchetti, Capello, Zoff etc…, logicamente inclusa dagli osservatori internazionali fra le più attendibili candidate alla vittoria finale ) e che si ritrovò, in un epilogo tra un problem play shakespeariano ed un cinepanettone alla De Sica-Boldi, a dover allontanarsi da un' uscita secondaria di Fiumicino per sfuggire l'ira feroce e violenta di tifosi e fans che volevano attaccare i reduci di quella Waterloo calcistica. Chi meglio di Giovanni Arpino, gran signore del giornalismo sportivo, ma non solo, romanziere tra i più originali e di razza del nostro Novecento, nei suoi memorabili elzeviri fustigatore brillante e caustico dei molti vizi, degli innumerevoli vezzi e delle poche virtù dell'homo italicus, poteva raccontarci nella sua inimitabile maniera ( quello stile sporco ed efficacissimo, dove la conoscenza non effimera di grandi e minori della nostra letteratura si scioglieva nelle ruvidezze di una prosa piena di torsioni espressionistiche, di calembours argutissimi ed aforismi di marca esistenzialistica a getto continuo) di questo epos pallonaro repentinamente virato in farsa, di questo carnevale mutatosi, partita dopo partita, in un' apocalisse dalle venature grottesche e sarcastiche? Ma questo "Azzurro tenebra" non è semplicemente un romanzo a sfondo calcistico; in realtà Arpino, parlando di calcio, dettaglia con lucida precisione la fase storica di una nazione che vive un momento assai particolare: già desolatamente fuori dall'euforia del boom ed alle prese con una crisi morale, civile, culturale che, di anno in anno, si allargherà sempre di più fino ad arrivare allo sfacelo da waste land dei giorni nostri. Una vicenda collettiva di disincanto e scoramento che pare riflettere la crisi umana del vecchio Arp, alle prese con i rammarichi e le delusioni di un uomo giunto al crepuscolo della propria esistenza. Tutto questo partendo da un racconto scritto sul campo, di impianto quasi cronachistico : nel romanzo si parla infatti di un inviato speciale, chiamato trasparentemente Arp che ha il privilegio di assistere alla disfatta direttamente sul campo di battaglia, commentando i fasti di questa rovina insieme ad una serie di altri colleghi e compagni di sventura: Bibì, una specie di Pancho in sedicesima, che altri non è che Bruno Bernardi,, firma illustre delle pagine sportive de " La stampa", Gauloise, cioè Carlo Parola, ex giocatore ed allenatore, poi il Grangiuàn, cioè il cronista sportivo per antonomasia, cioè Gianni Brera e soprattutto il Vecio, cioè Enzo Bearzot. Ma poi anche giocatori:in primis, la figura nobile e pura di Giacinto Facchetti, una specie di hidalgo senza macchia prestato ai campi di calcio. Da quei dialoghi amari e cinici, dove il sarcasmo regna sovrano, si evidenzia come il calcio sia, soprattutto per il nostro paese, un evento attraverso cui leggere antropologicamente i caratteri e i destini di una nazione.Il triste esito della spedizione italiana ai Mondiali di calcio del '74 altro non è che il diagramma della nostra penisola: una terra di vecchie glorie consunte ed isteriche, un gruppo di Cassandre-pennivendole che, nell'indifferenza generale, ne preconizza la caduta imminente, una moltitudine il cui feticcio inalienabile è il Dio pallone. Ad impreziosire questo gran bel libro, una preziosa introduzione di Massimo Raffaeli ed una intelligente, curiosa testimonianza di Dino Zoff.
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