PAOLO GIORDANO
La solitudine dei numeri primi
pp. 309, euro 18 Mondadori, 2008
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Marcello D'Alessandra
La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano è il romanzo d'esordio, nella stagione in corso, più apprezzato da pubblico e critica. Da mesi ai vertici delle classifiche di vendita, per i critici un'occasione per un bilancio sulla narrativa italiana contemporanea, la sua vitalità, i suoi limiti, in tema di linguaggio soprattutto: particolare che testimonia quanto il libro - finalista al Premio Strega - si sia imposto all'attenzione. Questa la storia. Alice è una bambina costretta dal padre a seguire una scuola di sci: la sveglia mattutina, colazione veloce, e le raccomandazioni continue, uno stress che trova sfogo nel fare la pipì, senza farsi accorgere, nella tuta da sci. Ma un mattino di freddo e nebbia, la bimba quando decide di farla, accucciandosi sulla neve, poco discosta dagli altri, si accorge sgomenta di essersi fatta addosso non solo la pipì. Cerca di allontanarsi, ma cade in un canalone, è sola. Di quella brutta avventura si porterà dietro, tutta la vita, un vuoto incolmabile e una zoppia. Mattia è un bambino molto bravo a scuola, con una sorella gemella con seri problemi psichici di cui lui deve prendersi cura. Il giorno in cui finalmente sono invitati a una festa, Mattia decide di lasciare la sorellina al parco, su una panchina, tanto sarebbe tornato presto e lei da lì non si sarebbe mossa. Ma quando torna non la trova, forse è caduta nel fiume, e non si troverà mai più. Gli occhi della sorella, al momento di lasciarla lì da sola, non li dimenticherà mai, saranno l'immagine della paura. Da quel giorno, un vuoto quasi autistico lo separerà per sempre dagli altri, macerato da un senso di colpa che lo porterà ad atti di autolesionismo. I primi due capitoli, coi traumi vissuti da Alice e Mattia, sarebbero due racconti perfetti, se non fosse che le vicende dei due personaggi preparano una storia che vuole essere raccontata, capitolo dopo capitolo, alternando il racconto dei due destini. Fino a farli incrociare, adolescenti, alle scuole superiori. Il racconto è scandito, con studiata grazia, in sezioni temporali, ciascuna a segnare un momento, inesorabile nella sua fatalità, dei due protagonisti. Da bambini, coi due eventi traumatici che li segneranno per sempre, passando attraverso l'adolescenza, la giovinezza, fino all'età matura. La prima parte è eccellente, Giordano (classe 1982) si dimostra particolarmente versato nel cogliere dell'adolescenza gli impacci e gli slanci imprudenti, i gridi taciuti, i silenzi, le paure e gli ardimenti, sa descrivere con semplicità e penetrazione il cono d'ombra entro cui si muovono, nell'incomprensione sorda degli adulti, i ragazzi del nostro presente. Rappresentati dai grandi occhi intensi, in primo piano, che dalla copertina del volume ci guardano, le labbra chiuse, e c'inchiodano. Sono pagine di una feroce verità (e bellezza), come quelle che raccontano della festa a casa di Viola, la cattiva ragazza che mostra di saperla lunga su sesso e droghe, e della quale le compagne di classe, vittime dei suoi soprusi, subiscono la seduzione del male. Alice compresa. Festa che è all'origine dell'incontro con Mattia, nell'occasione accompagnato dall'amico Denis, preda delle sue pulsioni omosessuali - personaggio secondario particolarmente riuscito. Nel corso della narrazione l'intensità della prima parte, quando ogni evento è una ferita che scava un solco nella vita dei giovani protagonisti, si stempera fino ad attenuarsi nei diversi rivoli in cui la trama scivola, con l'incontro eternamente mancato, a distanza di anni, tra Alice e Mattia: due solitudini, l'amore come approdo salvifico. I due personaggi sono il pregio di maggior rilievo del romanzo, perché sono di quelli che toccano il cuore e, ultimata la lettura, si portano dentro, che sembrano uscire dalla pagina per confondersi col nostro vissuto, come accade coi personaggi che incarnano un destino che in qualche modo ci riguarda. Sono come due numeri primi, pensava Mattia nelle sue divagazioni dietro i numeri, quando la sua mente si avventurava fino a isolarsi dal mondo: numeri divisibili soltanto per 1 e per se stessi, ma di quelli anche più speciali, detti primi gemelli: coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, separati, a non farli toccare un numero pari, che sta in mezzo. Come l'11 e il 13, il 17 e il 19. "Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero. A lei non l'aveva mai detto". La reticenza, il non detto, è tra gli aspetti più rilevanti della narrazione, la sua cifra stilistica. Dentro c'è il mondo di ragazzi chiusi nei loro chiusi e ostinati silenzi, perché l'essenziale non si dice mai, e gli eventi sono sentiti come troppo grandi per essere spiegati a parole. L'adolescenza è l'età in cui la vita è destino: "Le scelte si fanno in pochi secondi e si scontano per il tempo restante", è la minaccia, o la condanna, che sentono gravarsi addosso e da cui è impossibile sfuggire. "Il peso delle conseguenze", come si legge nel romanzo, autentico demone nella vita dei personaggi, che produce uno scarto, una deviazione - tratto, questo, che accomuna l'esordiente Giordano a Elena Varvello: comune è la città d'origine, Torino, comuni sono soprattutto certe atmosfere rarefatte, sospese, cariche d'una inquietudine sottile, come apprezzato nel libro di racconti della Varvello, L'economia delle cose (Fandango, 2007). Il successo di pubblico ha attirato sul romanzo un'attenzione speciale sul piano linguistico, per certi tratti avvertiti come emblematici della narrativa italiana presente. Giuseppe Antonelli sul Domenicale del "Sole-24Ore" (25/05/2008) osservava come il punto di riferimento per tanta narrativa italiana oggi sia "la lingua corretta, scorrevole, pacatamente brillante o moderatamente letterata delle traduzioni", per rilevare infine "una forte spinta all'omologazione: un antidoping stilistico che punta a normalizzare la lingua, appiattendola su ciò che i linguisti chiamano il "neostandard", vale a dire la grammatica riveduta alla luce della cosiddetta "grammatica del parlato"". Antonelli coglieva inoltre, tra le spie più allarmanti di questo stile definito "traduttese", l'eccessiva semplificazione sintattica, e citava, come emblematico, il romanzo di Giordano, dove assente è la punteggiatura intermedia - i due punti e il punto e virgola, "sentinella della letterarietà" secondo la definizione di Michele Mari. Tutti particolari che spiegano la fruibilità di un'opera presso un pubblico ampio, giovane soprattutto, cui lo scrittore consapevolmente ha scelto di rivolgersi. Aspetti che saranno da assumere, considerata la qualità del romanzo, senza preclusioni a priori, se mai con interesse. Sul piano dello stile, inoltre, andrà notato il ricorso alla similitudine di specie sempre concreta, attinta dal quotidiano più prosaico e familiare. Riferito a Denis, l'amico di Mattia: "Il senso di colpa, lo stesso di sempre, l'aveva atteso dietro la porta del cesso e l'aveva investito come una secchiata d'acqua gelida"; oppure, sempre Denis: "sentì la lingua invadente di Giulia Mirandi cacciata dentro la sua bocca come un asciugamano arrotolato".
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