FRANCIS SCOTT FITZGERALD Il crollo
trad. di Ottavio Fatica pp. 64, 6 Euro Adelphi
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Pierluigi Pietricola
A meno di quarant'anni, Fitzgerald era un uomo pienamente appagato: scrittore di successo, sceneggiatore per Hollywood, marito di una donna che amava intensamente e con la quale condivideva tutto: gioie, passioni, dolori. Hemingway, il più abbietto fra i suoi amici, amava chiamarlo: "La mia farfalla", quasi intuendo la fragilità che si celava dietro quell'uomo dal talento inarrestabile. E come le farfalle, che volano intorno a una candela accesa disegnando via via circoli sempre più piccoli fino ad avvicinarsi alla fiamma e bruciarsi le ali: come un uccello, che morendo cala dalle grandi altezze in sempre più strette volute, Fitzgerald, inconsapevolmente, si stava avvicinando a un fuoco che gli avrebbe provocato ustioni dolorosissime. Nulla gli permise di prevedere la catastrofe alla quale stava giungendo. Tutto sembrò accadere senza motivazioni, come se il male, da sempre, dominasse e guidasse la vita di Fitzgerald. All'improvviso, nulla ebbe più valore per lui: il lavoro, gli amici, il suo amore per Zelda, la letteratura, la scrittura. Un colpo violento e spietato prendeva forma, cresceva, e Fitzgerald si sentì dominato, vinto, posseduto da un vuoto: un vuoto vertiginoso, immenso, senza fine, terribilmente crudele. Per tentare di fuggire da questo dolore, arrivò a dormire fino a venti ore al giorno. Ma anche questo rimedio si dimostrò inutile: finì per odiare la notte che lo conduceva al giorno e il giorno che lo separava dalla notte. In quei momenti amò definirsi come un "piatto crepato", utile solo a poggiarvi o gli avanzi della cena, o dei biscotti da mangiare quando i morsi della fame si facevano irresistibili. Non avendo più un "io" a cui rivolgersi, Fitzgerald si identificò con il suo dolore: non era un uomo disperato, ma la sua disperazione. Da quell'assenza assoluta nacque un autentico capolavoro: un libro piccolo, intenso, dolorosissimo, crudelmente lucido ma meraviglioso: Il crollo.
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