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Fitch Janet - Paint it black

RECENSIONI

 

Suicidi e profondi sensi di colpa

JANET FITCH
Paint it black
pp. 400, euro 17
Il Saggiatore, 2007

Marina Torossi Tevini

Non so se le scuole di scrittura creativa siano utili o meno. Ogni autore va a scuola dai libri che legge e si crea le sue piste mentali attraverso le opere di altri autori. Chi scrive ha spesso l'abitudine di leggere non abbandonato come un lettore qualsiasi, ma teso a scoprire i trucchi, il congegno, la struttura del libro. Lo scrittore non è il lettore ideale, perché non si lascia sedurre, ma studia le arti di seduzione per sedurre lui, a sua volta. La lettura quindi è la prima, ovvia, palestra. Ad essa si aggiunge la vita e gli stimoli che la realtà può fornirci, se li lasciamo graffiare sulla nostra pelle. Ma sempre di più mi rendo conto che, al fine di creare romanzi che coinvolgano un pubblico molto vasto, non ci si può accontentare solo di questo. Gli scrittori americani, molto più di quelli europei, fanno della stesura di un libro un vero e proprio lavoro. Noi del vecchio continente ci concediamo ancora di avere dei temi ricorrenti, dei temi a cui siamo in qualche modo legati perché si tratta di ferite non rimosse del nostro inconscio e allora si impongono come temi imprescindibili, che in qualche modo marchiano e firmano l'opera. Niente di male, intendiamoci. Se in Pirandello trovavamo rimodulato all'infinito il tema della frammentazione dell'io e in Svevo si ripresentava in varie forme la figura dell'inetto siamo abituati a considerare questi temi peculiari dell'autore. È proprio l'ossessione, il nodo irrisolto, la malattia dell'animo, la ferita sanguinante che produce arte. Così abbiamo sempre pensato. Ma poi è venuta la letteratura di massa, e nella massa di letteratura in cui affondiamo e in cui cerchiamo di trovare il bandolo della matassa per non perderci, constatiamo che, al fine di produrre attenzione e coinvolgimento da parte di un pubblico eterogeneo, lo scrittore non può più permettersi di scrivere lasciando gridare le sue ossessioni. Sono troppo private, troppo personali e irriconoscibili dagli altri. Purtroppo. Mondi diversi in rapida successione temporale e spaziale hanno reso le esperienze di ciascuno molto dissimili da quelle degli altri. E nei libri ognuno desidera sentire, almeno in parte, risuonare la sua anima. Siamo testimoni del veloce mutare del senso dei messaggi nell'arco di qualche decennio. Generazioni diverse interpretano in modo diametralmente opposto la realtà e danno a quelli che venivano considerati punti di riferimento fondamentali un significato diverso. A questo si aggiunge la scarsa influenza che la scuola ha esercitato in questi anni, non più portatrice forte di una cultura e di una tradizione che fino a poco tempo fa aveva anche il compito di far da freno a una troppo veloce trasformazione della società, ma debole intrattenitrice di generazioni sollecitate da mille altri interessi, senza un centro di gravità unificante. Di fronte a questi dati di fatto lo scrittore non può più permettersi di esprimere i nodi irrisolti del suo animo, perché nella rivoluzione copernicana di cui siamo testimoni potrebbero essere assolutamente incomprensibili (e insignificanti). Deve (ahimé) arricchire la sua scrittura di altre note, altri temi, altre corde che possano coinvolgere un gran numero di persone, ognuna evidentemente sensibile a qualche tema soltanto. Aggiungere, divagare, accrescere, toccare tasti molteplici e moltiplicare i temi è diventato un dovere. Molti scrittori americani lo fanno molto bene. Janet Ficht è una di questi. Proviene da una scuola di scrittura, si documenta ampiamente prima di scrivere, ha un esercito di persone che collaborano con lei. La figura dell'artista solitario che sprofonda dentro di sé per sentir risuonare l'universo è lontana. Sembra appartenere a un mondo che non è più il nostro.
L'effetto di questi libri però, anche se non sprigionano genio, è di grande impatto. Si leggono d'un fiato le quattrocento pagine di Paint it black, l'ultimo romanzo di Janet Ficht, in cui viene analizzata all'infinito, attraverso mille rimodulati affondi, la rimozione di un suicidio in due persone legate tra loro per il fatto di essere l'una la madre l'altra la ragazza del suicida. Tra le due donne profondo è il legame ma anche la lotta. È lo scontro tra due mentalità, due mondi, due modi di vivere molto diversi (Josie, la ragazza di Michael è un'attricetta e modella dicianovenne, viene da una famiglia poverissima ed emarginata, mentre la madre di Michael è una famosa pianista che appartiene a una ricca famiglia ebrea e vive in un lusso regale). Michael è un artista nel senso più autentico del termine, una persona su cui la vita scrive con troppa forza, una persona che riesce a dare agli altri tanto fino a prosciugarsi del tutto.
I personaggi hanno tutti alle spalle un passato traumatico: la madre è stata marchiata dal suicidio del padre, un pianista famoso che non accettava la superiorità nella sua arte da parte della figlia, Micheal è stato segnato da una madre troppo amorosa e opprimente che gli ha stretto attorno al collo vincoli potenti, Josie è stata vittima di violenze familiari e del degrado che connota gran parte della società americana negli strati più bassi. Michael rappresenta per lei il sogno di una vita pulita, l'àncora che la strappa dai suoi incubi vissuti tra droghe e barbiturici, l'amore con la A maiuscola. Ma improvvisamente, e in modo apparentemente immotivato, la fune si spezza; Michael sceglie di uccidersi e Josie si ritrova sola con la ferita terribile di questo rifiuto.
Il percorso che Josie fa per uscire dal senso profondo di colpa in cui affonda alla notizia del suicidio di Michael viene tracciato con abile maestria facendo vibrare tutte le corde dell'animo e coinvolgendo una platea disparata di lettori. Il lavoro della scrittrice è stato notevole, la tela sapientemente costruita. Il romanzo poggia anche su di un'ampia documentazione di esperienze di rimozione del senso di colpa nei familiari dei suicidi. La documentazione preparatoria è necessaria, come sostiene l'autrice stessa, perché ognuno ha fatto solo un numero di esperienze limitate. E così la scrittura sempre di più diventa un lavoro faticoso. Una costruzione - con tutto ciò che esiste di innaturale in una costruzione - a piani diversi, in cui una miriade di persone con alle spalle esperienze diverse si possano riconoscere, almeno in parte. L'attenzione agli odori ai sapori alla musica che percorre il libro, le citazioni da poeti pittori autori di canzoni, gli squarci metropolitani, la precisione nel descrivere i particolari d'epoca, dalle foto ai vestiti, sono intenzionalmente inseriti per coinvolgere il pubblico (alcuni saranno sensibili ai dati sensoriali, altri a quelli culturali, altri ancora alle vicende sentimentali oppure alla ricostruzione di ambienti appartenenti a epoche diverse). Potremmo vedere l'artificio in tutto ciò, potremmo vedervi la mancanza di un tema dominante, di quel vulnus che nasce dall'animo e che trova modulazioni infinite, ma sempre limitate a una gamma ristretta di temi e di modalità narrative. E invece leggendo quest'ottimo libro non ho trovato alcun appunto da fare. Davvero brava la Flicht. Chapeau.

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