RECENSIONI
Suicidi e profondi sensi di colpa |
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JANET FITCH
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Non so se le scuole di scrittura creativa siano utili o meno. Ogni autore va a scuola dai libri che legge e si crea le sue piste mentali attraverso le opere di altri autori. Chi scrive ha spesso l'abitudine di leggere non abbandonato come un lettore qualsiasi, ma teso a scoprire i trucchi, il congegno, la struttura del libro. Lo scrittore non è il lettore ideale, perché non si lascia sedurre, ma studia le arti di seduzione per sedurre lui, a sua volta. La lettura quindi è la prima, ovvia, palestra. Ad essa si aggiunge la vita e gli stimoli che la realtà può fornirci, se li lasciamo graffiare sulla nostra pelle. Ma sempre di più mi rendo conto che, al fine di creare romanzi che coinvolgano un pubblico molto vasto, non ci si può accontentare solo di questo. Gli scrittori americani, molto più di quelli europei, fanno della stesura di un libro un vero e proprio lavoro. Noi del vecchio continente ci concediamo ancora di avere dei temi ricorrenti, dei temi a cui siamo in qualche modo legati perché si tratta di ferite non rimosse del nostro inconscio e allora si impongono come temi imprescindibili, che in qualche modo marchiano e firmano l'opera. Niente di male, intendiamoci. Se in Pirandello trovavamo rimodulato all'infinito il tema della frammentazione dell'io e in Svevo si ripresentava in varie forme la figura dell'inetto siamo abituati a considerare questi temi peculiari dell'autore. È proprio l'ossessione, il nodo irrisolto, la malattia dell'animo, la ferita sanguinante che produce arte. Così abbiamo sempre pensato. Ma poi è venuta la letteratura di massa, e nella massa di letteratura in cui affondiamo e in cui cerchiamo di trovare il bandolo della matassa per non perderci, constatiamo che, al fine di produrre attenzione e coinvolgimento da parte di un pubblico eterogeneo, lo scrittore non può più permettersi di scrivere lasciando gridare le sue ossessioni. Sono troppo private, troppo personali e irriconoscibili dagli altri. Purtroppo. Mondi diversi in rapida successione temporale e spaziale hanno reso le esperienze di ciascuno molto dissimili da quelle degli altri. E nei libri ognuno desidera sentire, almeno in parte, risuonare la sua anima. Siamo testimoni del veloce mutare del senso dei messaggi nell'arco di qualche decennio. Generazioni diverse interpretano in modo diametralmente opposto la realtà e danno a quelli che venivano considerati punti di riferimento fondamentali un significato diverso. A questo si aggiunge la scarsa influenza che la scuola ha esercitato in questi anni, non più portatrice forte di una cultura e di una tradizione che fino a poco tempo fa aveva anche il compito di far da freno a una troppo veloce trasformazione della società, ma debole intrattenitrice di generazioni sollecitate da mille altri interessi, senza un centro di gravità unificante. Di fronte a questi dati di fatto lo scrittore non può più permettersi di esprimere i nodi irrisolti del suo animo, perché nella rivoluzione copernicana di cui siamo testimoni potrebbero essere assolutamente incomprensibili (e insignificanti). Deve (ahimé) arricchire la sua scrittura di altre note, altri temi, altre corde che possano coinvolgere un gran numero di persone, ognuna evidentemente sensibile a qualche tema soltanto. Aggiungere, divagare, accrescere, toccare tasti molteplici e moltiplicare i temi è diventato un dovere. Molti scrittori americani lo fanno molto bene. Janet Ficht è una di questi. Proviene da una scuola di scrittura, si documenta ampiamente prima di scrivere, ha un esercito di persone che collaborano con lei. La figura dell'artista solitario che sprofonda dentro di sé per sentir risuonare l'universo è lontana. Sembra appartenere a un mondo che non è più il nostro. |