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Filip Florian - Dita mignole

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Di chi sono quelle ossa?

FILIP FLORIAN
Dita mignole
trad. Maria Luisa
Lombardo
pp. 247, euro 17,50
Ed. Fazi, 2010

Marilia Piccone

Vicino ad un sito archeologico nel nord della Romania viene trovata una fossa comune. A chi appartengono quelle ossa? Sono di persone morte per una pestilenza centinaia di anni fa oppure sono le vittime di un’esecuzione di massa dei tempi del regime di Ceauºescu? Vengono chiamati degli esperti antropologi argentini per dissipare i dubbi. Intanto scopriamo anche la vita dell’intero paese…
E’ l’unico a parlare in prima persona il giovane archeologo Petrus (nome perfetto per qualcuno che fa il suo lavoro), tra i tanti personaggi che popolano le pagine del romanzo
Dita mignole dello scrittore romeno Filip Florian. E forse c’è bisogno di tutti questi personaggi, con le loro storie, le loro stravaganze, il loro passato, insolito o banale che sia, per bilanciare gli altri personaggi muti, gli scheletri dalle ossa bianche che affiorano dalla fossa comune che è appena stata rinvenuta. Come se le tante voci potessero riuscire a coprire il silenzio di chi non ha più voce per raccontare che cosa è successo. Ed è anche giusto che, in qualche maniera, sia Petrus a raccogliere intorno a sé il filo delle storie, archeologo che dissotterra il passato e che porta alla luce le vite degli altri.
Ci sono tante maniere per affrontare la storia ‘pesante’ del proprio paese. Filip Florian ha scelto di restare a metà strada tra realismo e immaginazione fantastica, tra l’ironia e il grottesco, cercando un appoggio e un confronto con chi, a migliaia di chilometri dalla Romania, dall’altra parte dell’Oceano, ha vissuto una simile esperienza di morte. Perché la notizia del rinvenimento della fossa colma di scheletri è quella che domina il libro, non ci viene mai permesso di dimenticare che ci sono queste cataste di morti sconosciuti su cui si fanno un sacco di ipotesi. Stupisce che non si siano trovati proiettili, è strano che si faccia fatica a rintracciare dei fori nelle ossa e a capire la causa della morte: è possibile che questa strage risalga molto indietro nel tempo? Il problema è che non ci si può fidare di nessuno, ci sono troppi interessi contrastanti in gioco, di chi vorrebbe continuare a nascondere vecchie colpe e di chi vorrebbe invece scoperchiare tutto. A questo punto intervengono gli argentini, affetti dalla sindrome dei
desaparecidos. Hanno il vantaggio di essere esperti e, in più, sono osservatori imparziali.
Non veniamo a sapere le storie dei morti- di come la loro fine possa essere stata provocata, degli arresti, dell’angoscia di chi ha visto scomparire il proprio caro, lo apprendiamo dal flash back di storia argentina, per analogia, perché in fin dei conti tutto si ripete. E invece, per esorcizzare la morte, ci divertiamo con le vicende dei vivi.
Petrus alloggia nella casa della zia Paulina, che legge il futuro nei fondi di caffè, trova il tesoro nella forma di monete antiche nel muro della cucina e se ne parte per la Grecia. Dopo la sua partenza inizia la storia d’amore di Petrus con Josephine, nipote di Lady Embury che deve il titolo e il cognome all’inglese che ha sposato in giorni lontani, prima che la guerra li separasse. Più stravaganti di questi sono altri personaggi: il cacciatore di colombi che è anche l’uomo più vecchio del paese, il fotografo e il suo dromedario Aladin, l’ex detenuto politico che schizza disegni di un monumento per commemorare l’eccidio della fossa. E soprattutto il monaco eremita Onufrie a cui viene attribuita una particolare crescita di capelli (un dettaglio che sa del realismo magico di Isabel Allende) e che diventa il confessore di un anticomunista alla macchia.
Accostiamo una storia all’altra, e davanti ai nostri occhi le tessere del puzzle si incastrano, raccontandoci la grande storia di un paese che ha vissuto anni drammatici.
Stilos ha incontrato Filip Florian, per parlare con lui del suo romanzo e dei suoi insoliti personaggi.

Nel libro Dita mignole c’è un evento centrale da cui scatta la trama, il ritrovamento della fossa comune. La fossa comune è situata vicino ad un sito archeologico: è stato un espediente narrativo oppure intendeva collocare questo ritrovamento, con la sua giusta importanza, nella Storia?
Ci sono entrambi i significati. C’è un legame con la storia lontana e ce n’è uno con la storia vicina. Guardi alla prima senza piangere e senza sorridere, mentre hai un rapporto più vivo con la seconda.
Mi sono chiesta se non sarebbe stato possibile, con un esame tecnico delle ossa, appurarne l’età. Anche se mi rendo conto che in questo modo il romanzo sarebbe terminato prima ancora di iniziare…
Ipoteticamente sì, si potevano fare dei test alle ossa, ma nella Romania degli anni ‘90 era impossibile fare esami di questo genere.
Dita mignole è un romanzo corale fatto di tante storie, una Spoon river di viventi su una fossa di morti. Quando uno scrittore decide per questo tipo di romanzo, come sceglie quali personaggi creare? O sono i personaggi che bussano alla sua testa?
Sono dei personaggi che nascono da un mio bisogno in quanto scrittore. Quando ho pensato alla fossa comune, ho pensato ad una sorta di specchio in cui i personaggi si riflettono e possono relazionarsi in una maniera particolare sia con la storia personale, sia con se stessi e con il passato comunista, perché alcuni uscirono da questa realtà con un senso di colpa.
In che senso? Di quale colpa?
Perché sicuramente per le persone vissute sotto il regime è stato impossibile non essere coinvolti in maniera attiva nel sistema. Per esempio, alcuni personaggi come il procuratore militare, che è un uomo della legge del regime. Ma anche le persone comuni per sopravvivere dovevano fare dei compromessi che andavano contro la loro coscienza.
E’ per questo motivo che sono così ambigue le speranze che si creano intorno alla fossa? C’è chi spera siano di vittime del regime e chi invece si augura che siano di vecchi morti.
Sì, perché esiste la certezza dei crimini comunisti e per questo la scoperta della fossa comune scatena la tempesta. Molti di questi casi di fosse comuni non sono ancora stati risolti, sono poco chiari, lasciano molti dubbi. Il fatto che esista la certezza dei crimini determina però una tensione nei personaggi, temono che la fossa sia una prova di quanto è accaduto. Da qui l’ambiguità. Il passato è troppo vicino, è impossibile guardarlo e analizzarlo con lucidità.
Alcune delle storie sembrano fantastiche, altre hanno dettagli curiosi: ha preso qualche spunto dalla realtà? ad esempio, per il cacciatore di colombi? O per lady Embury?
Mi ispiro a qualcosa di reale, ma non conosco delle persone così, non esistono. C’è però una certa tipologia, ad esempio il cacciatore di colombi rappresenta coloro che erano ricchi prima del comunismo e dopo si sono ridotti a fare lavori umili. Oppure la complicata storia d’amore di Lady Embury: in Romania, all’epoca, chi era sposato con un occidentale era considerato come la peste, veniva evitato da tutti.
Il personaggio più stravagante è Onufrie: che ruolo ha Onufrie? Perché è il monaco che diventa confessore di un ribelle anticomunista…
Nella Chiesa ortodossa esiste un tipo di ortodossia che la stessa Chiesa tiene a distanza, rappresentata da personaggi un po’ folli, che credono in ogni sorta di miracoli ed eventi bizzarri. Credo che per la letteratura questo genere di folli rappresenti una miniera d’oro. Per quello che riguarda la relazione di Onufrie con il ribelle anticomunista, non è un caso, perché questi rappresentanti dell’ortodossia marginale possono essere considerati come una specie di ribelli: l’anticomunismo e l’ortodossia marginale si incontrano. Ancora oggi nei boschi della Romania si possono incontrare monaci di questo genere.
Sono una sorta di idiota dostojevskjiano?
Non escludo questa similitudine. Ma, pensando a Onufrie, ho pensato ad una persona al di fuori della società, con una prospettiva diversa sul mondo.

Hanno sofferto i religiosi sotto Ceauºescu? C’era libertà di culto?

Ufficialmente c’era la libertà di culto, di tutti i culti, ma i religiosi hanno patito angherie sotto il regime. Per esempio, i capi spirituali sotto il regime venivano emarginati o tenuti sotto controllo, mettendo agenti della Securitate intorno a loro. Adesso che si aprono gli archivi della Securitate vengono fuori nomi di uomini di Chiesa che si trovavano vicini ai leader spirituali. Lo scopo era impedire che questi leader influenzassero le masse. La Chiesa che ha più sofferto, che è stata quasi annientata, è quella greco-cattolica: i preti greco-cattolici sono stati sbattuti in carcere.
Quindi venivano usati dei preti per sorvegliare altri preti?
Sì. Alcuni lo facevano per soldi, altri per fare carriera nella Chiesa e altri per paura, naturalmente.
Petrus è l’unico che parla in prima persona: archeologo anche degli animi?
In un certo senso sì. Probabilmente Petrus nasce dalla mia necessità di creare un personaggio che analizzasse gli animi degli altri. Forse nasce anche dal desiderio della mia infanzia di diventare archeologo, perché da piccolo pensavo che gli archeologi fossero persone di grande libertà mentale, perché potevano essere presenti nel nostro tempo e avere, contemporaneamente, la mente rivolta al passato. E per questo avessero quindi un dono particolare, di scavare negli animi degli altri.
Quando arrivano gli argentini e si parla della dittatura argentina, c’è anche una parte in cui, ironicamente, si parla della passione popolare per il calcio che distrae dalle cose più serie: calcio come oppio dei popoli?
Sì, certamente. Sotto il regime il calcio era uno spazio in cui ci si poteva esprimere liberamente. In un campo di calcio non c’erano partiti politici o passioni politiche. C’era solo il tifo per la propria squadra. C’era la libertà di essere un tifoso senza timore. Si deve pensare che non c’era altra libertà all’epoca- né libertà di parola, né libertà di stampa. C’era un solo partito, nessuna libertà di scelta, solo quella di scegliere una squadra di calcio per cui tifare. Ho messo gli argentini nel romanzo per parlare di dittatura in generale, che è uguale sia che si tratti di destra o di sinistra, perché il crimine è sempre lo stesso, non importa chi lo compie. Dopo la caduta del comunismo, negli anni ‘90, dopo più o meno 45 anni di comunismo è nata una passione per la destra, e io ho voluto parlare di due tipi di dittatura per placare questi animi e far capire che non va bene né un estremo né l’altro, ma che ci vuole una via di mezzo.
Il dettaglio delle falangi delle dita mignole tranciate: perché metterlo nella trama?
Perché credo che la buona letteratura si costruisca attraverso piccoli dettagli. Per esempio, parlo del procuratore militare ma non dico che è un imbecille, lo faccio dedurre dalla passione folle che ha per le dita mignole. Questo è il metodo che mi piace: non dare un giudizio pronto al lettore, ma lasciare che tragga lui le conclusioni, conducendolo per mano.
Ancora una domanda riguardo alle fosse comuni: c’è libertà di parlarne ora?
Per esserci, c’è, al 100%. Il problema è che si parla a vuoto. Dicono, ‘speriamo che qualcuno venga punito per i crimini commessi’. I giornali parlano di queste cose, fanno dei nomi, ma si tratta di persone così potenti economicamente che possono comprarsi il silenzio. C’è una rete di copertura. E’ una situazione analoga a quella russa: i funzionari del vecchio regime, che conoscevano i retroscena, si sono ritrovati miliardari dall’oggi al domani. E’ semplicemente una forma di controllo meno violenta di quella di prima.
E la Securitate esiste ancora, in un’altra forma?
L’istituzione della Securitate non esiste più, ma esiste il servizio segreto che funziona secondo leggi democratiche- tuttavia ci lavorano ex agenti della Securitate. C’è poi una cosa particolare: la legge sugli archivi della Securitate obbliga a rendere pubblici i nomi degli informatori. Ci potevano essere centinaia di informatori per ogni ufficiale. Però gli informatori vengono additati e condannati, mentre invece non è lecito che vengano resi noti i nomi degli ufficiali della Securitate che li ingaggiavano.

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