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Fantuzzi Matteo - Kobarid

RECENSIONI

 

La speranza della seconda occasione

MATTEO FANTUZZI
Kobarid
pp. 72, euro 10
Raffaeli, 2008

Francesco Matteoni

Kobarid è il nome slavo della città di Caporetto, scenario di una delle più dure sconfitte della prima guerra mondiale sul fronte italiano, assunto a simbolo di disfatta totale, delle esistenze e delle illusioni. Sul significato potente di questa parola Matteo Fantuzzi costruisce il suo primo libro di poesia, proiettando la Caporetto storica dei primi del Novecento in un quotidiano instabile, di voci diverse, accomunate da un destino fallimentare che non ha nemmeno il dono d'insegnare alle vittime un'adulta consapevolezza. I protagonisti, che Gilberto Finzi nella sua bella nota conclusiva indica come uomini senza qualità, sono perdenti in partenza, restano sospesi, ignoti a se stessi, esattamente come il luogo-emblema del titolo, disperso perfino alla lingua. Sono, è bene evidenziarlo, soprattutto persone giovani, come dice lo stesso Fantuzzi, animati da una disperazione sorda, da un mancato riconoscimento di se stessi e del mondo, in una società dove le cose vanno come devono andare solo apparentemente. La tragedia che si attualizza nei personaggi è intrinseca alla loro debolezza, all'incapacità di incidere sulla storia, sia quella minima individuale, che quella di un paese, che si trasforma nella pastoia letale dell'accidia. Così nelle tre sezioni del libro affiora un'umanità intorpidita, in perenne attesa, delineata fin dalla poesia d'apertura sul portiere di riserva, che spera in una seconda possibilità (la grande occasione), girando "con il cappotto anche di luglio per non prendere un malanno", e ripresa nel fastidio delle terre di mezzo, precarie, siano esse l'anonimato lindo dell'aeroporto (Malpensa) o una città, chiusa nei suoi spazi domestici come nei vagoni tristi dei treni. In questi non luoghi del contemporaneo s'incontrano figure deprivate di un'identità mentre lottano per assomigliare ai modelli prestabiliti: il poeta di successo, ma schiacciato nell'intimo dai compromessi, la giovane donna inquieta che non trova una direzione dopo un primo fallimento; la bambina emarginata a scuola che insegue il mito della bellezza da starlet televisiva (dimmelo mamma: che sono bellissima, come le ballerine della televisione). Tutti vittime di una sostituzione del vero dove la vita nella televisione ha più voce della storia, annullando la "traccia del pensiero", che Fantuzzi evoca nell'unica poesia fortemente accusativa, uno dei perni del libro, dedicata non a caso a Primo Levi. In questa società del mostrarsi, dove è negato lo sguardo verso l'interno e la memoria, perfino la sfera sentimentale non è salva: l'amore è declinato sempre nell'assenza, ma soprattutto non avviene mai una completa elaborazione della perdita. Così il corpo morto dell'altro diventa il concreto del presente, meglio se filtrato ancora da uno schermo protettivo, che attutisca l'urto col reale (Vederti nella webcam mi fa bene), mentre la voce narrante subisce un processo di inevitabile e totale sparizione (Ho deciso di iniziare/ da 80 chili, il due per cento/ a settimana). Il contatto diretto con gli altri manca di scambio e passione - in Porno, avviene in una squallida mercificazione anaffettiva, mentre in un altro quadro urbano (È quando i portici si fanno più vicini), la forzata interazione con la folla testimonia il dramma dell'estraneità. Ogni reazione eccessiva, e a questo punto ci viene da dire ogni reazione che segnala un'emotività autentica, deve essere paralizzata o repressa (Devo prendere gli antipsicotici): la normalità è descritta come stato afasico dell'essere, che senza gradi intermedi risponde ad una scompostezza feroce, ma anche a suo modo vitale (Ode al Lexotan®).
La voce dell'autore è in disparte, segue i personaggi, senza esprimere giudizi enfatici, ma innervando la scrittura di una nota amara, di una morale suggerita più che dichiarata marcatamente. I testi si sviluppano dunque come microstorie, in cui emerge la prima persona, sorta di comunicazioni interrotte, dove il linguaggio spezzato della poesia aggalla dalla prosa. Nella lingua, come nel tema narrativo, Fantuzzi innesca per sottrazione (dell'altro, di un sentire, del proprio io alienato e illuso dal sistema) un ordigno esplosivo, che rimanda all'immaginario scaturito da tanta cronaca nera, dove la maschera dell'uomo mite, qualunque, nasconde il volto del potenziale assassino o stragista. E l'esplosione "devastante" chiude l'opera, con l'ultimo testo lasciato cadere come una nota a margine, che evoca la ferita italiana della strage di Bologna (la stazione - uno di quei luoghi di transito, che Fantuzzi tratteggia fin dalle prime poesie), ma al tempo stesso la rabbia di un'intera, nuova generazione, quella più atroce, che non sappiamo dire.

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