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Facchi Laura - Il megafono di Dio

INTERVISTE

 

L'universo nascosto delle donne albanesi

LAURA FACCHI
Il megafono di Dio
pp. 174 euro 12,40
Baldini & Castaldi, 2003

Valentina A. Mmaka


Il megafono di Dio è un felice romanzo d’esordio di una giovane giornalista milanese, Laura Facchi, vincitrice del Premio Calvino e autrice di reportage dalla Cambogia, dall’Angola, dalla Russia durante la tragedia del Kursk, dall’India, dall’Iran e dall’Afghanistan durante la prima guerra al terrorismo e poi dal Congo dove ha intervistato Jospeh Kabila. Il megafono di Dio (Baldini&Castoldi) narra una storia ambientata nell’Albania sotto il regime di Enver Hoxha raccontata da due donne, una storia che muove l’attenzione sull’esistenza di un universo femminile “nascosto”, regolato da rigidi codici maschili e spesso rimasto sconosciuto all’Occidente pur così vicino.
Come è quando nasce Il megafono di Dio?
L’idea di scrivere questo romanzo nasce nel 1998. Andai in Albania durante le rivolte popolari del 1997, era il mio primo viaggio fuori dall’Europa “occidentale”. In maniera ingenua e inconsapevole desideravo cominciare a lavorare nel giornalismo e con il supporto e l’aiuto di un bravo amico fotografo sono partita per l’Albania. Rimasi un mese, un mese nel quale vidi accadere di tutto. In quel viaggio conobbi tanta gente che mi parlò della vita sui monti e decisi di andare a vedere cosa succedeva lassù. Così mi venne voglia di scrivere una storia legata a quel mondo.
L’ambientazione è quella dell’Albania tra il dopoguerra e la caduta del regime di Enver Hoxha.
Il regime di Enver Hoxha è stato uno dei più duri e chiusi al mondo esterno. L’Albania ha vissuto un periodo di isolamento durato 40 anni e durante i giorni nei quali si è tanto parlato di albanesi e di Albania troppo poco si è raccontato del background di questo popolo. La follia che sembrava trasparire da quel Paese era una conseguenza fin troppo logica del risveglio di una nazione dall’isolamento e dalla privazione. La voglia di riavere tutto e subito, quel sentirsi vittime e quindi legittimati a pretendere non mi ha mai sorpresa. In Albania chiedevo alla gente di raccontarmi dei tempi del regime, ho parlato con centinaia di persone e ogni loro racconto era scioccante, mi stupiva quanto poco sapessimo noi italiani dell’Albania, di una terra che sta proprio di là del mare.
Prima di partire per i monti ho cominciato a sentir parlare di Kanun, di quell’antico codice di leggi che ha regolato per secoli la vita delle popolazioni delle montagne del nord e mi raccontarono anche di alcune donne che avevano deciso di diventare uomini in seguito a tragiche storie familiari. Il mio è un romanzo, è una fiction che ha attinto molto dalle storie raccontate e da tutto quello che visto e toccato e non un romanzo storico o una testimonianza.
Nel tuo caso, l’ambientazione, ovvero il luogo, in che modo ha influito sulla storia dei tuoi personaggi?
Il luogo è tutto. I miei personaggi non potrebbero esistere lontano da quelle montagne. Non so immaginare come potrebbe essersi svolta la vita di una Pashka o di una Trëndafile a Tirana o a Scutari o a Valona. Senza gli anfratti, la neve, il freddo, le difficoltà di cammino, senza quelle case costruite una lontana dall’altra, le mucche e le capre, senza i tracciati nel bosco, i pascoli dove rilasciare il fiato, senza quella comunità di gente che mormora e si alita sul collo non avrei potuto scrivere questa storia. Un’amica di Tirana mi raccontava che la gente dei monti è strana gente, mi diceva che quando scendevano per vendere i loro prodotti tutti li guardavano stranamente e li consideravano dei diversi. Un piccolo mondo a parte all’interno di una realtà anch’essa isolata.
Le voci narranti sono due donne, Pashka e Trëndafile, due donne che non si conoscono e si incontrano solo alla fine del libro, unite da un comune destino, in una società comunista che opprime e terrorizza, quasi l’una fosse la parte mancante dell’altra. Cosa sarebbe stato di loro se non si fossero mai incontrate?
Avrebbero continuato una vita di solitudine e di emarginazione.
Ho costruito queste due donne pensandole come le uniche donne libere di quelle montagne e il loro destino, anticipato dall’impossibile dialogo che loro mantengono per tutto il romanzo, non poteva per me che essere quello di riunirsi in un micromondo fatto di loro due sole. Le immagino vecchie e sagge, mi piace pensarle sedute su un consunto divano davanti ad un fuoco a darsi un silenzioso supporto fatto di autentica comprensione e assenza del giudizio che le ha accompagnate tutta la vita. Sì, sono complementari una all’altra ma nello stesso tempo le considero come due scalatori che decidono di raggiungere la cima di una montagna affrontando la parete dai due lati opposti
Pashka ha la memoria intrappolata in un episodio tragico che le ha portato via padre e fratelli, comprende presto che sulle montagne nascere donna è una colpa, così decide di morire e rinascere: “Ho deciso di uccidermi. Uccidermi e rinascere uomo”. Da questo momento Pashka vive e pensa da uomo e anche l’io narrante di Pashka diventa il maschile Pashk. La scelta di Pashka è una più una fuga o un atto di coraggio?
Forse né uno né l’altro. Pashka non arriva mai a meditare profondamente la sua scelta, non ci sono spazi in lei per la riflessione e il dialogo interiore con se stessa. Il suo è un coraggio inconscio, del quale non comprende appieno la portata. C’è il lei la forza di rompere lo schema di servilismo e subordinazione che ha accompagnato sua madre e le sue nonne e tutte le donne che sono nate e cresciute accanto a lei. C’è la consapevolezza di un’ingiustizia senza che questa consapevolezza possa prendere forma. Pashka è lontana da quello che potremmo definire femminismo, non c’è in lei una forma di solidarietà e vicinanza con altre donne, il suo destino è unicamente suo e deve imparare a gestirlo. Non passa mai per la sua testa la possibilità di sposarsi e vivere una vita “serena” delegando tutti quei problemi di ordine pratico e materiale ad un compagno uomo. La morte dei suoi fratelli e di suo padre è una disgrazia ma nello tempo quella morte si trasforma nella sua liberazione. Se il padre o uno solo dei fratelli fosse sopravissuto non avrebbe mai, nemmeno per un secondo, potuto pensare di slegarsi dal suo destino di donna. È per lei impossibile immaginare una vita libera e autonoma dentro a panni femminili e questa è la grande tragedia, non sa concepire la possibilità di una donna libera e solo attraverso la sua vicenda e quella di Trëndafile arriverà a comprendere che una scelta diversa sarebbe forse stata possibile. Indossare gli abiti di un uomo per cambiare tutto il corso della sua vita è invece la sola salvezza che riesce ad afferrare quando ancora è giovane e ha tutta la vita davanti a lei.
Rispetto a Pashka che rinnega il suo essere donna, Trëndafile vive la sua esistenza di donna attraverso il martirio della sofferenza fisica e psicologica sconfinando in un delirio mistico che le dà la forza di sopportare il dolore. A quale di questi tuoi personaggi ti senti più vicina e perché?
Per quanto possa sembrare scontata questa risposta io sono in entrambe loro. Ho spesso fatto muso duro nella vita, trattenendo le lacrime e andando avanti anche se faceva male e tante altre volte mi sono accucciata in un angolo senza avere il coraggio di reagire e lasciando che tutto mi passasse davanti e accadesse senza alcun mio intervento. Entrambe sono cresciute e si sono formate mentre davo loro corpo battendo sui tasti del computer. Quando ho cominciato a scrivere questa storia non conoscevo le loro fisionomie e il loro carattere, le ho viste plasmarsi senza che me ne rendessi veramente conto. Provavo tenerezza per Trëndafile e una sorta di timore per Pashka che all’apparenza non lasciava trasparire tutto il suo mondo di paure e fragilità interiori. Non ne sono certa ma ho la sensazione che l’espressione del mio viso cambiasse mentre scrivevo con la voce di una o con quella dell’altra. Ho un impulso di protezione nei confronti di Trëndafile e c’è molto di me in quella Pashka che si prende cura dolcemente di lei e la rassicura così come tante volte ho sognato di essere rassicurata anche io.
Ad un certo punto del libro Trëndafile dice: “I destini sono scritti in due lingue diverse; per gli uomini si usa l’albanese, per le donne è diverso. Ognuna deve inventare una propria lingua per inscrivere il suo destino.” Dove risiede la forza di una donna di “inventare la propria lingua”?
Non per tutte esiste la necessità di inventare una propria lingua. Io e come me la maggior parte delle donne che conosco e che mi circonda non ho bisogno di usare una lingua diversa da quella del mio uomo o di mio padre. Non ne ho bisogno perché per loro e per la società in cui vivo sono un essere umano, sono una persona, sono una donna e come tale ho peculiarità differenti ma le nostre voci hanno la stessa forza nel mondo. I miei bisogni sono ascoltati e compresi così come le mie idee e le mie opinioni. Sono fortunata, sono nata in Italia dove la mia lingua è tale perché altre donne prima di me hanno inventato la loro per permettermi di vivere la vita che conduco oggi. Quando subisci un’oppressione non puoi permetterti di parlare il linguaggio del tuo oppressore, devi costruirti un’isola privata per non soccombere totalmente.
Come vivono le donne in Albania oggi? Si può dire che Pashka e Trëndafile sono due personaggi appartenenti al passato, o qualcosa di loro e della loro esistenza è ancora attuale?
L’Albania sta viaggiando veloce verso un radicale cambiamento. Sin dai primi anni del dopo regime erano le donne a portare avanti e a tenere alta la bandiera di una trasformazione dentro al paese. Le donne stanno cominciando ad imporsi dentro ad un mondo rimasto per troppi anni esclusivamente maschile. Tornano molte ragazze che hanno studiato all’estero e come in tutti i paesi in espansione economica e culturale fanno in fretta a trovare posti di lavoro vantaggiosi e di spessore. La cultura europea è penetrata da ogni punto del confine del piccolo paese, c’è voglia di lasciarsi il passato alle spalle e, soprattutto nelle città, si fa fatica a riconoscere l’Albania di oggi da quella di 10 anni fa. Sì, Pashk e Trëndafile appartengono al passato. Se sui monti e nelle campagne le condizioni di vita delle donne sono ancora disastrose, anche lì c’è spazio per un’apertura in quanto le vie di comunicazione rendono i collegamenti più immediati, la televisione porta visioni dal mondo dentro ad ogni casa e i giovani scappano dalle realtà rurali attirati dal luccichio di vite migliori e più semplici. Ho spesso sentito discorsi legati al timore di una perdita di identità culturale per poter stare dietro a modelli importati ma il fatto che ci si ponga di questi interrogativi e si sia presa coscienza di questo rischio è già di per sé un segnale positivo.


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