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Everett Percival - Ferito

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La brutale intolleranza dell'etica individuale
tra opposizioni e contraddizioni irrisolte

PERCIVAL EVERETT
Ferito
trad. di Marco Rossari
pp. 236, euro 16
Nutrimenti, 2009

Paolo Mantioni

Percival Everett è uno scrittore nero americano che aspira a non fare del colore della pelle, e di tutto ciò che esso comporta, il centro di gravità del suo lavoro letterario. In una breve riflessione apparsa sul "Magazine littéraire" (n. 483 febbraio 2009) Everett racconta un episodio della sua carriera di scrittore che è in questo senso piuttosto indicativo. Durante una serata mondano-letteraria (traduco e adatto liberamente), gli capitò di incontrare il consulente editoriale di una casa editrice che aveva rifiutato il suo primo romanzo incentrato sul mito di Dioniso. Nella chiacchierata che ne seguì il consulente chiese a Everett: "Ma cosa ha a che fare Dioniso con i Neri?" e lo scrittore, dopo aver fatto decantare per qualche secondo la rabbia e l'imbarazzo: "Quasi nulla, poco di più, comunque, di quanto la sua casa editrice ha a che fare con la letteratura." Insomma da uno scrittore di tal fatta c'è da aspettarsi una concezione della letteratura se non nuova, almeno non comune e non strumentale. Cionondimeno, nel suo ultimo romanzo Everett mette in scena proprio la diversità - Neri, Omosessuali, Nativi americani - ispirandosi, per altro, ad un fatto di cronaca molto noto: l'omicidio nel 1998 del giovane Matthew Shepard, colpevole, secondo i suoi assassini, di essere omosessuale. Ma è proprio a partire da questi due elementi eminentemente antiletterari, la cronaca e le storture dell'ideologia, che lo scrittore americano ci offre un romanzo squisitamente letterario, di grande qualità artistica.
L'intreccio narrativo si costituisce secondo una struttura a raggiera: i singoli episodi, più o meno estesi, che la compongono informano il lettore sul protagonista-narratore, sull'ambiente, naturale e sociale, sui personaggi, sui fatti, ma, pur non essendo digressioni, pur non allentando la tensione narrativa, sono anche episodi che mantengono una propria autonomia, sono linee narrative "aperte", non immediatamente strozzate nell'imbuto della vicenda principale. Un giovane omosessuale viene trovato cadavere, legato "come un alce", con la gola tagliata. Del suo omicidio, evidentemente rituale, viene però accusato un altro giovane, dipendente di John Hunt, voce narrante e proprietario di un ranch dei paraggi. Wallace Castlebury, l'accusato, un po' tonto, forse, ma certo non cattivo, confessa al suo ex-datore di lavoro di essere a sua volta omosessuale e di essere stato semmai innamorato della vittima, e distrutto dalla solitudine e dall'accusa infamante si toglie la vita in cella. In città, Highland, si aggirano due o tre brutti ceffi che prendono di mira una coppia omosessuale capitata lì per partecipare alla manifestazione gay commemorativa dell'omicidio e che alloggia proprio nel ranch di Hunt essendo uno dei due figlio di un suo vecchio amico del College. Nel frattempo, non solo John Hunt, nero, ma anche altri rancheri della zona, nativi americani, debbono subire offese personali o attentati alle loro proprietà. David, il figlio del suo vecchio amico, in un momento di particolare crisi esistenziale, chiede a John Hunt di ospitarlo come lavoratore nel suo ranch. Però, dopo essersi ambientato felicemente alla dura ma sana e pratica vita della fattoria, David sparisce senza nessuna ragione evidente. Un indolente sceriffo, bianco, e un infido ispettore, bianco, intraprendono svogliate indagini che però non conducono a nulla. John, spinto dalla rabbia e dalla volontà di non abbandonarsi all'inerzia, trova la pista giusta e in breve scopre i colpevoli del rapimento e il corpo quasi esangue del suo giovane amico. La vendetta, o la giustizia, seguirà implacabile, ma non sarà lui ad esserne lo strumento, bensì il suo anziano zio, malato e vicino alla morte, che lo accompagnava nelle ricerche.
Le qualità letterarie del romanzo non stanno, ovviamente, né nello svolgimento narrativo, in ciò che si racconta, né nell'orizzonte ideologico a cui fa riferimento. Esse attengono al modo in cui il testo è costruito, alla forma in cui si offre al lettore. La scrittura, in quanto a sintassi e a lessico, è asciutta, essenziale, denotativa, in un certo qual modo tende a riprodurre le caratteristiche dell'ambiente naturale e sociale in cui si svolge la vicenda. Sembrerebbe che lo scrittore ambisca ad un virtuale "grado zero", percorso, qua e là, raramente, da fremiti connotativi. Tutto il romanzo è attraversato da una serie di opposizioni, di contraddizioni irrisolte. Da un lato la natura, solitaria, selvaggia, splendida, ma anche dura, pericolosa, inospitale, dall'altro il mondo degli uomini, percorso sotterraneamente da un basso continuo fatto di violenza e sopraffazione, ma anche di cordialità, tenerezza e amore. Lo stesso protagonista-narratore, benché nero e culturalmente evoluto (laureato in storia dell'Arte e ammiratore di Klee e Kandinskij), è perfettamente a suo agio in un ambiente retrogrado contrassegnato da espressioni linguistiche quanto mai stereotipate, sicché, pensando, il ranchero nero si può chiedere, dovendo abbattere un alce ferito, "se stavo ponendo fine al suo dolore o al mio che lo guardavo", ma, parlando, può arrivare a dire "quel ragazzo sta scivolando su un fiume di lava con un canotto" (frase che nemmeno uno sceneggiatore di Tex Willer avrebbe più il coraggio di scrivere). E di pensieri o gesti "alti" e di battute e comportamenti "bassi" è intessuta tutta la caratterizzazione del personaggio. Alla stessa maniera, la presenza scenica e l'importanza degli animali, cavalli, asini, mucche, cani, coyote, con i quali il narratore ha un rapporto fortemente empatico, indica un'opposizione tra violenza o amorosa sollecitudine di cui sono oggetto e danni o affetto di cui pure sono capaci. Un'opposizione più sottile, ma non meno rilevante, è quella tra le domande che presuppongono un preconcetto (come quella citata all'inizio) e domande che non hanno risposta.
Tra le linee divergenti dal nucleo narrativo centrale sono da segnalare quella dei sogni del protagonista-narratore e quella della caverna, da lui scoperta non lontana dal suo ranch. I sogni rimandano ad un pre-pensiero, ad un sub-cosciente che è, e rimane, inspiegabile. La caverna, che rientra per vie traverse, nella linea principale del racconto, rimanda ad un tempo a-storico nel quale il personaggio può sentirsi un "troglodita". E una delle scene più belle ed emozionanti del romanzo è proprio quella in cui John Hunt scopre di non essere l'unico a conoscere l'esistenza della caverna e di esservi penetrato fin lì, tanto da provare "il panico che nessun luogo, nessuna tempesta, nessun animale è il grado di creare, solo gli esseri umani". È l'irruzione della Storia laddove sembrava poter essere sospesa.
Nonostante la pacifica interrelazione del narratore con l'ambiente che lo circonda, e nonostante il suo credo sinceramente democratico e tollerante, che gli procura la fiducia e la considerazione dei suoi vicini e l'amore sincero della sua donna, John Hunt vive un'intima contraddizione tra quelli che sono i suoi comportamenti istintuali e la elaborazione cosciente e successiva di essi: è frequentemente attraversato da rabbia e senso di colpa (si crede corresponsabile della morte della moglie perché per non prevaricarla non era intervenuto tempestivamente ad impedirle un comportamento pericoloso, non è convinto di aver fatto bene a spaccare il naso al giovanotto neo-nazista che lo aveva offeso). Ma è da questa contraddizione, che si estende a macchia d'olio su tutti gli altri personaggi, che scaturisce uno degli aspetti più rilevanti del romanzo: la rappresentazione di quanto i comportamenti umani siano dettati da impulsi che rimangono impliciti e inconsapevoli. Cosicché la stessa ostentazione della propria diversità a cui i due giovani omosessuali, amici di John, non si sottraggono è, sì, una legittima affermazione dei propri diritti, ma anche un'aggressione alla sensibilità altrui, è un modo per urtarne la sensibilità, sia pure fatta di pregiudizi, è l'implicita e inconsapevole assunzione del punto di vista dell'intolleranza, ha il suo stesso sostrato ideologico, è una sfida alla "cultura dell'oppressore" che si avvale delle sue stesse armi.
Nello scovare l'implicito e l'inconsapevole dei comportamenti propri e altrui, nel lasciare aperte le opposizioni e le contraddizioni di ogni esperienza della realtà, nel formulare domande senza risposta, nell'indurre il lettore a fare altrettanto (per vivere e affermare i propri valori, bisogna essere altrettanto violenti e intolleranti di coloro che li combattono e li disprezzano? E quali sono le ragioni degli altri?), sta, forse, la lezione più importante che ci viene da questo romanzo e dal modo di intendere la letteratura di Percival Everett.

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