ENRICO EMANUELLI Ippolito Pindemonte Uomo del Settecento
pp.126, euro 13 Aragno, 2008 |
Milva Maria Cappellini
Nel suo ritratto di Ippolito Pindemonte, Isabella Teotochi Albrizzi esordiva notando che «La dotta e felice penna dell’immortale Plutarco richiederebbesi per dipingere l’uomo che appartenere punto non sembra a questi tempi sciagurati, in cui la virtù è sì difficile, la dottrina sì pericolosa, il fino e squisito gusto sì raro». Al contrario, il sottotitolo del ritratto pindemontiano di Enrico Emanuelli suona Uomo del Settecento, come a premettere una perfetta coerenza dell’uomo con il proprio secolo. Isabella, è evidente, faceva ricorso a un topos encomiastico; meno semplice, invece, definire l’intento di Emanuelli, il quale, avuta « l’idea di scrivere la vita di un uomo del Settecento» trova che «tutte le espressioni tipiche» del secolo si assommino «per casi fortuiti e fortunati – in Ippolito Pindemonte». Il quale, continua il biografo, «visse in un’epoca bellissima, a cavaliere di due secoli che dovevano essere così differenti, negli aspetti morali e materiali, l’uno dall’altro». Di entrambi i secoli, in realtà, Ippolito sembra aver vissuto in superficie, incarnando di ognuno gli aspetti meno problematici e profondi: per esempio, nella Parigi in sentore di finimondo si alza tardi al mattino, passeggia per i boulevards, si lamenta di dover bere l’acqua sporca della Senna, poi verso sera esce di nuovo e si confonde «con quella gente già un poco irrequieta e che doveva, di lì a qualche mese appena, fare la rivoluzione». E questo è tutto. Anche del romanticismo, di cui anche in Italia si era già avuta «qualche ventata », Pindemonte interpreta gli aspetti meno tumultuosi: una moderata ipocondria (quando si crede ammalato di tisi, «lo spleen l’assale e tutto il mondo perde ogni valore, ogni attrattiva»), un’inclinazione malinconica che gli frutta uno sguardo seducente nei salotti mondani, una blanda meteopatia che gli impedisce di scrivere versi in inverno. Ma, nota Emanuelli, «Non ebbe crisi spirituali, non amori sfortunati; e non si sa se più saggio egli fu evitandone le cause ed i motivi, o non riconoscendone gli effetti». La vicenda umana di Pindemonte si snoda, in effetti, senza misteri né avventure. Da giovane, «Gli piacevano le donne belle, gli uomini eleganti ed i cavalli. Non desiderò nulla, che tutto aveva»; si innamora spesso e, quando è deluso, si consola presto, «volubile com’era»; concede una giornata sospirosa e un bacio all’attempata Madame du Boccage affranta dalla sua partenza, e la mattina dopo fa preparare la carrozza in anticipo per non dover sopportare ulteriori ritardi; entrando in un salone da ballo (il capitolo Il ballerino è davvero un piccolo capolavoro) «pensa che sarebbe bello aver tutte quelle donne, ma crede non valga la pena spender tempo e pazienza per accontentarle nei loro piccoli capricci»; ha nella figura aggraziata e nei modi gentili «qualità utilissime al successo»; balla con garbo, con «un sorriso di contenuta tristezza sulle labbra». Nemmeno l’arte e la poesia turbano il suo equilibrio: accingendosi a debuttare in teatro, «dinnanzi a uno specchio guarda il suo costume e con attenzione prova e riprova quale sia il miglior modo di disporre le pieghe e quale la miglior posa per meglio figurare»; camminando, «gioca con qualche bel verso» e indugia nella ricerca di «qualche ben acconcio aggettivo»; se veramente gli accade di sentire «tutto il fascino della poesia e tutta la sua altezza», lavora con lena, ma sempre «come un orafo». Naturale che non resista alla «tentazione d’essere arcade», anche perché, nota Emanuelli, «chi non lo era in quegli anni? Bastava un piccolo e tenue componimento con qualche ninfa, un pastore, un ricordo virgiliano e tutto era fatto». E anche in occasione del saggio poetico per l’ammissione all’Arcadia, la discussione verte più che altro «sul volto malinconico del nuovo poeta», sulla fattura dei suoi pizzi, sul candore delle mani. Inevitabile che con Alfieri la sintonia risulti scarsa (si legga la pagina assai gustosa in cui, mentre Vittorio surbisce la cioccolata, Ippolito declama versi con un boccone di omelette soufflé infilato sulla forchetta brandita in alto), e che con lord Byron non ve ne sia per niente. In ogni caso, Pindemonte - che molti intellettuali conobbe, tra i quali anche Parini e Madame de Staël - «Corretto nell’agire e prudentissimo nel carteggio non si abbandonò mai e sempre in tempo si seppe frenare dagli eccessi». Ogni tanto, sembra balenargli la coscienza della propria superficialità: «Pensa con tristezza a questo suo carattere facile ai rapidi passaggi, un poco incredulo, sempre pronto, dopo il primo e subito entusiasmo, alla pigra indifferenza». Rimedia presto con qualche buon proposito e con una serata di danze e conversazioni piacevoli. Anche della vecchiaia, quasi inavvertita, «non sentì il peso» né colse il monito, e perfino la morte gli giunse leggera. Sembra mancare affatto, nella vita di Pindemonte come la racconta Emanuelli, il senso dello sviluppo, del faticoso apprendere, del laborioso costruire, del doloroso comprendere. «Insomma – spiega Emanuelli - una buona “figura” (un poco teatrabile, forse troppo), che si poteva far rivivere nello sfondo fantasioso d’una fine di secolo simile ad una languida morte, e nel principio d’un altro simile ad una fiorente primavera». Una vita da mezze-stagioni, in cui la malinconia è una «ninfa gentile», in un secolo in cui «ogni rafinatezza ebbe il suo culto» e in cui si poté trascorrere una un’esistenza intera senza avvertire l’agonia dell’ancien régime né i travagli della modernità. Potrebbe destare sorpresa che il giornalista così attento ai movimenti spesso traumatici del proprio tempo (due titoli della sua carriera di inviato: Il pianeta Russia del 1952 e La Cina è vicina del 1957) abbia prediletto una simile figura, e soprattutto che l’abbia ritagliata in uno scenario di tale elegante staticità. Tanto più che nel capitolo iniziale del volumetto Emanuelli offre una serie di riflessioni «sull’argomento (tuttora discusso e discutibile) “del far biografie”», e denuncia «un malinteso: troppo l’autore perdeva di vista la mira dell’assieme per scendere ai particolari, o, peggio, al pettegolezzo». Alla fine, una volta convintosi «che scrivere una biografia, attenendosi ad un modello ideale, è cosa difficile», Emanuelli conclude: «Quali avvenimenti possono interessare nella vita di un uomo? A prescindere da quelli inevitabili (nascita, morte, viaggi, amori, ecc.), a ben altro dovrebbero mirare i biografi; e per prima cosa dovrebbero guardare di ricostruire il tempo, ossia quella speciale “atmosfera” che ogni secolo si è creata e che porta con sé, lontano profumo. Contano i rapporti, la misura, i fatti nella loro impostazione, le luci ed i piani». Allora, se Emanuelli assolve il Settecento cicisbeo e frivolo affermando solo che questi difetti «valgono sino a un certo punto», non è certo per leggerezza né per ironia. Piuttosto, la chiave si trova forse in una rapida nota: «Tempo passato: gli anni sbiadirono il ricordo di giorni così felici, cantati dagli arcadi di tutte le colonie». Lontano profumo, giorni così felici. Forse il secolo di Pindemonte - figurina esile di eterno «giovin marchese» - è il Settecento-adolescenza, il tempo della grazia e dell’incanto fragile sotto le minacce della storia che irrompe. Ha dunque ragione Beppe Benvenuto quando nella sua spigliata introduzione a questo «librino gracile, ma di una gracilità luminosa», osserva che «il poeta amico di Ugo Foscolo vi è descritto in forma altamente stilizzata. Quasi un archetipo». Un archetipo disegnato proprio come una silhouette, una di quelle figurine che Johan Kaspar Lavater nel Settecento tracciava per i suoi studi di fisiognomica e che Christian Andersen si sarebbe poi dilettato a ritagliare, raccontando fiabe.
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