KIM EDWARDS
Figlia del silenzio
Trad. Luciana Crepax pp. 412, euro 18,60 Garzanti, 2007
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Emilia Pagliano
Può un uomo fondamentalmente buono dannarsi per una sola decisione sbagliata? È possibile convivere con una menzogna per tutta la vita? Ed è del tutto privo di colpa chi supporta questa menzogna, pur a fin di bene? Sono questi i quesiti di fondo del romanzo Figlia del silenzio dell’americana Kim Edwards. Che David Henry sia un uomo buono è chiaro subito e lo sarà sempre di più nel corso della vicenda: un medico che non si risparmia, che cura gratuitamente chi non è in grado di pagare, che si dimetterà dall’ospedale quando viene commessa un’ingiustizia. Forse il limite della sua bontà - se la bontà ha dei limiti - è quello di eccedere nel senso di responsabilità, quasi che fosse suo preciso dovere proteggere gli altri da ogni tipo di dolore o infelicità. E la decisione di un attimo - dare via la bimba diversa, dire alla moglie che è morta subito - è dovuta a tanti motivi, primo fra tutti il ricordo della malattia della sorellina, morta mentre lui era al college, dello strazio di sua madre che non aveva retto a quella perdita. È questo che David vuole risparmiare alla moglie e al gemello sano; come medico (è il 1964, non dimentichiamolo) non si fa molte illusioni sui traguardi che una bambina Down può raggiungere e neppure sulle sue aspettative di vita. Ma il romanzo si sviluppa intorno a due decisioni, la seconda, dell’infermiera Caroline, una conseguenza della prima. Perché Caroline decide di disobbedire alle disposizioni di David Henry, entra soltanto nell’edificio dell’istituzione dove dovrebbe abbandonare la bambina, è sconvolta dallo squallore del luogo e se ne va, stringendosi al petto il fagottino della neonata. La decisione di un attimo, come quella del dottor Henry: terrà lei la piccola Phoebe. In apparenza David Henry è «cattivo» e Caroline è «buona», ma la realtà non è in bianco e nero, quello che Caroline fa non è dettato soltanto da pura generosità: è sola, sulla trentina, è innamorata del medico. E poi: è giusto o sbagliato partecipare alla menzogna di David Henry e non dire niente a Norah Henry, fino a dopo la morte del marito, quando non è più possibile ricucire i legami famigliari? Su queste domande e sulle conseguenze che un breve momento ha sulla vita di tutti quelli che sono coinvolti - genitori di sangue e non, figli sani e non - Kim Edwards costruisce un romanzo che segue le vicende dei personaggi per venticinque anni, evitando gli eccessi di sentimento o il melodramma. Se c’è una vittima in questa storia è Norah Henry, la madre che non ha mai neppure visto la bimba che crede morta, che avverte quello che è come «il dolore fantasma» di un arto amputato, che rischia di andare a pezzi cercando conforto nell’alcol e nel sesso, prima di trovare una nuova identità in un lavoro che la appassiona. C’è anche una storia del femminismo nel romanzo di Kim Edwards, di come sia cambiata la vita delle donne tra gli anni ’60 e gli anni ’80, ben rappresentate da Norah (la tipica moglie che aspetta il ritorno del marito dal lavoro con il sorriso sulle labbra e che scopre poi altre possibilità), da sua sorella Bree, fin dall’inizio libera, promiscua, battagliera, che manifesta contro la guerra in Vietnam, e dall’infermiera Caroline che ha sempre lavorato, perché appartiene ad un’altra classe sociale. E c’è la storia delle lotte per pari possibilità di vita per i disabili, combattute da Caroline in prima persona, per amore della bambina nata durante una tempesta di neve. Kim Edwards ha una delicatezza squisita nel descrivere il comportamento di Phoebe, la sua semplicità così toccante perché così vicina al cuore delle cose, l’innocenza che non conosce e neppure immagina il male. Senza tuttavia nascondere i problemi che nascono da questa ingenuità e mancanza di difese. Quanto a David Henry (responsabile di un’altra bugia nel suo passato, quella di non aver fatto correggere l’incompletezza del suo nome), lui espierà la sua colpa fino alla morte, soffrirà in silenzio per i tradimenti della moglie, per la lontananza affettiva del figlio, seguirà sempre, da lontano, la crescita della piccola Phoebe, provvedendo al suo sostentamento e al suo futuro. E il merito della scrittrice è in quella profonda umanità che ci impedisce di condannarlo: è anche lui, forse, una vittima? Abbiamo intervistato Kim Edwards, che insegna scrittura creativa all’università di Lexington, nel Kentucky, dove vive con il marito e le due figlie. Questo è il suo primo romanzo: ci ha pensato a lungo prima di scriverlo? Aveva sentito raccontare una storia del genere?
Ci ho pensato per tre anni. All’inizio l’idea era soprattutto quella di un segreto al centro di una famiglia: avevo saputo di un uomo sulla quarantina che aveva avuto un fratello con la sindrome di Down che era stato messo in un istituto dai genitori ed era pure morto lì. Quell’uomo non ne aveva mai saputo niente. Ci ho pensato per tre anni, l’idea mi attirava tantissimo, specialmente il fatto che ci fosse questo segreto e come mettesse in moto le dinamiche famigliari. Poi mi è capitato di insegnare in un laboratorio per adulti con dei problemi mentali e allora è nato veramente il romanzo. La primissima pagina del libro fissa il tempo dell’inizio della vicenda, il 1964: è importante la data nella storia?
Sì, penso di sì: per motivi logistici volevo quell’epoca perché allora erano gli ultimi anni in cui veniva fatta l’anestesia alle donne che partorivano; ed era un dettaglio indispensabile perché Norah non doveva essere consapevole di quanto stava avvenendo. Inoltre a quel tempo pure l’atteggiamento di David Henry verso i bambini con la sindrome di Down era comune. Le mie ricerche hanno mostrato che questa mentalità era diffusa. Perciò era una data importante per due motivi, ci sarebbero stati dei cambiamenti in entrambe le cose negli anni a venire. La vita dei gemelli procede in capitoli paralleli e l’idea che ci facciamo è che, in qualche maniera, i problemi maggiori siano nella famiglia che ha il bambino sano: ha esagerato di proposito, per accentuare il peso della colpa?
La sua è un’osservazione interessante perché è vero che nel romanzo sono accentuati i problemi della famiglia con il bambino sano. Eppure non me ne sono resa conto mentre scrivevo. Non pensavo di imporre un’idea morale ma volevo seguire lo sviluppo dei miei personaggi e vedere quello che succedeva nella loro vita, osservare il loro percorso individuale e i cambiamenti che avrebbero fatto. Il dottor Henry fa un errore e paga per tutta la vita questo errore: è un eroe tragico?
Certamente David Henry è una figura tragica, è l’uomo che fa la cosa sbagliata con una buona intenzione. È come se poi la sua vita restasse fissata su quel momento. E tuttavia non è una figura malvagia, è un uomo che è stato foggiato dal suo tempo e dalla sua storia. Nessuno dei personaggi del libro è interamente buono, o interamente cattivo. Per esempio dovremmo provare compassione per la moglie Norah, la madre che ha perso un figlio, e tuttavia non ci è mai interamente simpatica. Perché?
Sono in molti a dire che Norah non è simpatica… Volevo che i miei personaggi fossero tutti esseri umani complessi, né buoni né cattivi. Personalmente ho simpatia per Norah anche se fa delle cose su cui non siamo d’accordo. Norah cerca di farsi una nuova vita, a volte in un tentativo del genere si prende una via sbagliata, è umano fare degli errori, agire in seguito a dei malintesi. Quanto all’infermiera Caroline, si suppone che faccia quello che è buono e giusto, eppure, di nuovo, avvertiamo che anche lei ha sbagliato…
Anche il personaggio di Caroline è creato in questo modo. Caroline agisce per dei motivi misti, buoni e meno buoni: vuole tenere Phoebe lontano dalle istituzioni - e questo è bene - ma, d’altra parte, lo fa anche perché lei è sola, ha la vita vuota e la bambina gliela riempie. Inoltre Caroline avrebbe potuto parlare: anche nella sua vita c’è un segreto, dunque. La vicenda si svolge in un arco di 25 anni. Nello sfondo c’è la guerra del Vietnam, in primo piano due lotte che riguardano direttamente i personaggi: quella di Caroline per ottenere diritti uguali per i bambini con la sindrome Down e per gli altri portatori di handicap. È un punto importante nel romanzo, per far ricordare ai lettori che il mondo non appartiene solo a chi è perfetto e c’è un valore intrinseco anche in chi nasce diverso?
È interessante la sua maniera di leggere il testo: mentre scrivevo pensavo ai grandi cambiamenti sociali, alla nuova apertura, all’inquietudine serpeggiante per via della guerra. Non ero del tutto consapevole del significato di questo, ma certamente pensavo alla posizione delle donne e alle loro nuove opportunità nella società. E di sicuro la legge di quegli anni per uguali diritti civili fu un passo importantissimo sia per permettere l’ingresso dei disabili nelle scuole sia per abolire la discriminazione razziale. La seconda lotta è per la libertà femminile: il cambiamento di Norah serve per far ricordare alle lettrici che le cose non sono sempre state così come sono ora?
È vero, a volte le donne giovani sono irritate nei confronti di Norah, pensano: «Ma che problema c’è? Poteva chiedere il divorzio». Ma allora i tempi erano diversi, Norah si sposa con certe idee sul matrimonio e poi, dopo quello che succede, scopre una nuova vita. Io provo simpatia per Norah, perché si trova in un paesaggio che non riconosce e guadagna forza mentre procede nel suo cammino. I due uomini del romanzo, David Henry e il camionista Al che sposa Caroline, hanno qualcosa in comune, la loro origine povera. La profonda umanità di Al è collegata, in qualche modo, al suo non aver mai tradito le sue origini, a differenza di David Henry?
Questa è un’altra percezione interessante del testo, quello che dice può essere vero, perché Al si sente a suo agio con se stesso, Al non porta maschere, a differenza di Henry. Forse per quello Al è più umano. Il titolo originale, “The memory keeper’s daughter”, la figlia del guardiano della memoria, è connesso all’hobby di David per la fotografia: usa la fotografia come metafora?
Ho saputo molto presto che Henry si sarebbe appassionato alla fotografia, poi, mentre il libro procedeva, mi sono resa conto che era una bella metafora del suo desiderio di controllare la percezione del mondo e della maniera in cui lui è rimasto «fissato» nel momento della sua decisione proprio come una fotografia blocca una certa immagine della realtà. E poi c’è un’altra cosa interessante nella fotografia, il fatto che rimane nascosta finché il rullino viene sviluppato. Come il segreto di Henry. In parecchie occasioni sembra che lei usi pure il tempo atmosferico e il paesaggio come metafore: la tempesta di neve durante la quale nascono i gemelli, la gita in cui Norah è fotografata su un ponte, la vacanza nell’isola tropicale. Che cosa rappresentano la tempesta, il ponte, l’isola?
Devo dire di nuovo che non ho pensato consciamente ad un uso metaforico del tempo o dei luoghi. Mi hanno fatto osservare anche che ricorre spesso l’immagine del fiume con le due sponde, che parrebbe un chiaro significato delle due storie… In realtà uso i luoghi che conosco, ad esempio ho nostalgia della neve perché sono cresciuta nell’Upper State di New York e vivo nel Kentucky dove proprio non si vede neppure l’ombra della neve - da qui la scena iniziale… La scrittura è spesso intuitiva e le cose vengono in un libro non sempre deliberatamente. C’è un’altra scena indimenticabile, quando Caroline esce dalla galleria e vede Pittsburgh per la prima volta. È veramente così bella Pittsburgh? Perché Pittsburgh?
Pittsburgh è veramente molto bella e l’ho messa nel romanzo perché ci ho vissuto per quattro anni. Non la conoscevo prima di andarci ad abitare e pensavo fosse una brutta città, poi sono sbucata dalla galleria e mi è apparsa questa visione splendida: l’esperienza di Caroline è stata la mia. Il finale è aperto: è il turno del gemello Paul adesso di fare del suo meglio in una situazione difficile?
A volte i lettori vogliono un seguito di un libro, sapere che cosa è successo dopo. È vero che il finale del libro è aperto: c’è stata una riconciliazione, il segreto è stato svelato, Paul e Phoebe proseguiranno il loro cammino, la loro vita non sarà necessariamente felice, ci saranno delle lotte da portare avanti, ma quello che importava era la loro riunione e la rivelazione di quanto era stato tenuto nascosto.
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