JEAN ECHENOZ Correre
pag.148, euro 15 Adelphi, 2010
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Linnio Accorroni
C'č uno spazzino a Praga. Quando si mette a raccogliere i rifiuti, tutti si affacciano alla finestra ed incominciano ad applaudirlo; i suoi colleghi di lavoro non gli permettono di raccogliere la spazzatura ed allora lui, quasi per ricambiarli della gentilezza, si mette a correre dietro il camion dei rifiuti, tra urla ed incitamenti. Pił o meno, come accadeva una volta, allo stadio, qualche tempo prima. Addirittura, in certe occasioni, gli abitanti scendono sul marciapiede per guardarlo ed applaudirlo pił da vicino; per evitargli tristi incombenze, vuotano da sé le pattumiere nel cassone. Questo spazzino si chiama Emil Zątopek: č stato pluricampione olimpico su tutte le distanze del fondo, recordman per una serie impressionante di volte, leggenda vivente tanto da meritare senz'altro l'epiteto di 'locomotiva umana'. Zątopek, da eroe nazionale ed icona della nazione cecoslovacca, era stato 'degradato' a spazzino perchč nel 1968, al tempo della Primavera di Praga, s'era schierato contro l'invasione russa. Gli antidubcekiani e filorussi, fedeli esecutori della realpolitik del Patto di Varsavia, non potevano certo tollerare passivamente che questo campione che era nel cuore di tutta la nazione ceca, si schierasse dalla parte sbagliata. La paranoia che impregnava la gerarchia del socialismo reale non poteva esimersi dal sospettare uno come Zątopek: " nelle sfere pensose del potere, qualcuno gią si diletta a chiedersi con logica stringente se la sua condizione di grande sportivo popolare non sia una forma di individualismo borghese, giacché l'adorazione per un atleta distorce gravemente l'ideale stacanovista". Zątopek stava alla corsa come Rimbaud stava alla poesia, come Buster Keaton al cinema muto, come Pantani alle salite ed alle discese, come Stefan Edberg alla volée: era un Bobby Fischer della pista, un Glenn Gould del fondo, un John Coltrane della maratona, un Basquiat della corsa. A dispetto della innaturale postura che adottava correndo (" la sua testa incassata fra le spalle, sul collo sempre inclinato dallo stesso lato, ciondola di continuo, ballonzola e traballa da destra a sinistra") lui era la corsa. In questa biografia inattendibile e veritiera come tutte quelle che scrive Echenoz ( si pensi a quella di antifrastica fattura su Ravel, sempre Adelphi, ) non si fa neppure un accenno alla psicologia del personaggio, non si tentano goffe perlustrazioni del suo apparato psichico, non si spreca una sola parola sul groviglio interiore di quest'uomo, su ciņ che davvero amava o odiava, su ciņ che lo commuoveva o straziava, su ciņ che lo irritava o intrigava. Un uomo senza interioritą, una personalitą tutta in superficie, eppure impenetrabile ed insondabile. Per questo l'autore si pone nei suoi confronti, su ciņ che egli fa- semplicemente correre, solo correre, sempre correre- con la stessa marmorea indifferenza con la quale possiamo riflettere sugli stati di coscienza di un lamellibranco, sull'attivitą onirica di un celenterato, sulla cognizione del dolore che puņ avere un sasso. Quel cognome Zątopek " che non diceva niente, che era solo un buffo cognome, e ora echeggia universalmente in tre sillabe mobili e meccaniche, implacabile valzer a tre tempi, rumore di galoppo, rombo di turbina, ticchettio di bielle o di valvole ritmato dal k finale, preceduto dalla z iniziale che gią schizza via, come se questa consonante fosse uno starter. Senza contare che la macchina č lubrificata da un nome fluido: l'oliatore Emil č fornito insieme al motore Zątopek". Ma per Echenoz ogni nome č un simulacro di enigmi indecifrabili: e Zątopek non sfugge certo a questa legge. Puņ essere certo che la scrittura dell'autore francese sia, come dice la seconda di copertina, "sovranamente limpida, increspata di quell'impagabile ironia che č [
] solo un affetto pudico", ma in realtą essa depista ed allontana il lettore, impedendogli ogni conoscenza reale del personaggio. |