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Druznikov Jurij - Il primo giorno del resto della mia vita

RECENSIONI

 

Due mondi, due epoche

JURIJ DRUZNIKOV
Il primo giorno del resto
della mia vita

pp. 432, euro 15,90
Barbera, 2008

Alfio Siracusano

Ci sono molti modi per essere scrittori sociali, e il migliore è per certo quello di chi racconta fatti che hanno a che vedere con la società (come è di tutti i fatti) e insieme ne ricostruisce, della società, le magagne, giudicandola attraverso la demistificazione dei suoi miti. Può anche capitare che la società messa sotto la lente d'ingrandimento dello scrittore sia il doppio di se stessa, siano due, quella americana del capitalismo affluente in cui tutte le stramberie sono possibili e quella russa passata dal sovietismo staliniano dell'ultima decadenza bolscevica (parliamo di stili di vita) al post-sovietismo della scoperta del libero mercato di tutto col conseguente libero arricchimento di tutti (di tutti quelli che ci riescono, è ovvio). È questo, a vedere la cosa per linee generali, il caso di Jurij Druznikov, scrittore russo formatosi nell'Unione sovietica post-staliniana, nell'area del dissenso di ascendenza solghienietziana, poi approdato negli Stati Uniti dove ha potuto dare vita, liberamente, alla sua vena di demistificatore di miti: nel nome di un'idea tollerante dell'essere sociale, inclusiva di un giudizio fondamentalmente amaro che vede uomini e donne inseguire sempre qualcosa di effimero e giocare così la loro eterna partita tra la vita e la morte. E perderla, inesorabilmente.
In questo Il primo giorno del resto della mia vita, Barbera 2008, pagg. 432, € 15,90, che è il suo ultimo romanzo (ultimo sul serio: l'autore purtroppo è morto nel 2008), la vicenda si dipana tra i due mondi e nell'arco di due epoche, ha come oggetto la ricerca di una decorazione sovietica (la Stella del generalissimo) fatta realizzare direttamente da Stalin per se stesso e poi finita in un harem del Kuwait, e propone una sfilza di protagonisti estremamente significativi della realtà russa nella sua dimensione diacronica (da Stalin ai nostri tempi) e di quella americana (californiana) del nostro tempo. C'è lo stesso Stalin con le sue manie piuttosto ridicole di dittatore e l'ossessione per la sicurezza, Molotov e Beria non più che sciocchi servitori, Timofej Pokusaj sua guardia del corpo che custodisce "il lato sinistro" di Stalin, Ahmed sceicco del Kuwait col quale Stalin intenta una partita di politica estera a colpi di onorificenze e scambi di donne da piazzare nei rispettivi harem, la bella spia Mavra ingravidata dallo stesso Stalin, amata da Timofej (poi evirato, ma per ordine dello sceicco) e madre di Julie, bella e scapestrata moglie di Paul Rivers, eccentrico miliardario americano che colleziona carri armati, da lei infine lasciato insieme alla figlia Nicole per amore di un pallido musicista. Potremmo continuare, ma già questo è un elenco sufficiente a dire la rete di fatti inestricabili in cui l'agile fantasia di Druznikov si muove a intrecciare eventi di sapida quanto irriverente demistificazione. Anche se Druznikov non manca di avvertire che i fatti che narra "sono autentici" e che lui si è solo limitato a cambiare qualche nome per "evitare piccole offese e grandi proteste".
Con sullo sfondo, accanto al sorriso che accompagna il grottesco delle trame, la presenza non meno grottesca ma ugualmente inquietante di due personaggi non certo storici che si muovono tra le quinte delle azioni umane, cinici e ghignanti sui loro significati ultimi: Dio e il Diavolo, che poi sono, nell'immaginario dell'autore, la stessa cosa. Che fuor di metafora vuol dire la tragica impossibilità per l'uomo di segnare un confine netto tra il bene e il male, essendo la realtà ugualmente impregnata di bene e di male.
Il racconto, portato avanti con satira impietosa, non evita di addentrarsi nel grottesco di situazioni assolutamente esilaranti, che si fatica a considerare reali: come quando, per fare solo qualche esempio, Stalin immagina di impadronirsi del petrolio kuwaitiano tirando dalla sua parte lo sceicco Ahmed col dono di un'onorificenza unica seguita da otto fanciulle-spie di formidabile sovietica avvenenza, o come quando lo scrittore racconta la maxi festa nel ranch di Rivers con scene che sembrano tratte dalla Cena di Trimalcione di Petronio, con tra i protagonisti lo stesso governatore della California, forzuto come nella realtà ma evidentemente sotto altro nome. È certo prevalente il disgusto per il mondo sovietico, le tinte che accompagnano gli anni di Stalin sono sempre fosche, ma ugualmente inquietante è il giudizio implicito del mondo "della libertà" con le sue mille miserie ingiustizie contraddizioni e i lussi senza senso, mentre freddo e perplesso appare il punto di vista sulla nuova Russia degli affari facili e inesorabilmente loschi. I magnati russi che cercano la Stella di Stalin, e lo fanno con metodi che più brutali non potrebbero essere, in fondo lo fanno perché vedono in essa un simbolo di "quel" potere e di "quel" tempo, che la dice lunga sulle speranze che Druznikov aveva per il futuro.
Il romanzo diventa dunque una gigantesca metafora di questi nostri anni di passaggio, quando il mondo della contrapposizione tra i blocchi è finito ma un altro non è veramente ancora cominciato, posto che possa mai cominciare, e ogni giorno è "il primo giorno" di una vita che resta comunque da vivere. Anche se nel guazzabuglio dei fatti che si intrecciano tra di loro, e che amano assai spesso smentirsi nella pagina successiva, lo scrittore mantiene il sorriso ironico di chi le ha viste tutte e cerca di mettere ordine, intrufolandosi nella trama e "raccontandoci" la genesi del romanzo, in una realtà che ordine non ha: lui e la moglie Lera (docente universitario lui, medico lei), garbati esponenti di una middle class americana che sembra aver rinunciato a tutte le illusioni e di fatto anche loro protagonisti del meccanismo narrativo.
Che è di notevolissima sapienza compositiva, anche se può apparire talora dispersivo. In realtà nelle pagine del libro c'è la vita coi suoi fili invisibili, che camminano per vie anch'esse invisibili molte volte, finché s'incontrano a chiudere il cerchio. Vorrà pur dire qualcosa che alla fine quella stella non l'avrà nessuno e che ai magnati di Mosca ne sarà solo consegnata una falsa. Forse, sembra dire Druznikov, non tutto è perduto e al primo possono anche seguire altri giorni.

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