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Dolce Simona - Madonne nere

INTERVISTE

 

Il destino siciliano di madre e figlia

SIMONA DOLCE
Madonne nere
pp. 102, euro 12
Nutrimenti, 2008

Andrea Caterini

Più che un romanzo, Madonne nere di Simona Dolce, classe 1984, è una narrazione in presa diretta di un pensiero chiuso. Tutta la cornice della storia, la Sicilia, la famiglia, l’incesto che si trova a subire Rinulla e l’idea stessa che la Dolce ha dello sviluppo narrativo, sono in realtà tutti risolti in un unico dolore. Il dolore del quale parlo però non è rintracciabile esclusivamente in quelle immagini nelle quali a Rinulla viene sottratta la volontà, quella capacità tutta umana di scegliere e di conseguenza agire. Perché lei è ‹‹nata per questo gioco››, le dice il padre mentre la prima volta le fa sfilare i vestiti e il dolce biancore della pelle, e Rinulla non può che prenderne coscienza, scoprire che il suo destino è solo suo e che solo ad esso può appellarsi e cercare una salvezza che è costretta a trovarsi addosso, su quel corpo perduto e taciuto. Perché Rinulla ha trovato suo malgrado un altro corpo, un altro ritmo, un altro odore che neppure il padre, che crede di possederla per intero, può conoscere e sentire. Rinulla fa del padrone il suo servitore, del carnefice il mezzo attraverso il quale la lingua che ha trovato può chiudersi nella stanza dei nostri segreti.
La lingua di Simona Dolce sottolinea bene il corpo chiuso delle immagini di Rinulla, il suo non sapersi pensare diversa, il suo calarsi nel precipizio di un cerchio che non può che ripetere se stesso. La stessa ripetizione di alcune frasi nel corso della narrazione farebbero pensare di primo acchito a un risvolto prima ancora che narrativo semantico, dove lo slittamento della lingua apre il suo spazio all’intero nucleo dei significati. No. Simona Dolce ripete le sue frasi come in una preghiera strozzata, come in un rosario che non avrà fine perché non c’è stato mai realmente inizio. Il dolore è una sillaba nuda, come fosse la parte infinitesima di un’unità che misura la primordialità del senso di colpa di ognuno; quello a cui Simona Dolce sembra aver affidato la lingua, e perciò il significato, di tutto il suo libro. Abbiamo parlato di Madonne nere con Simona Dolce.

-Come nasce il nome di Rinulla e l’idea di questo romanzo?
Rinulla è il diminutivo greco del nome Marina. Madre e figlia nel romanzo portano quindi lo stesso nome come per far emergere un destino identico. Volevo che già nei nomi fosse contenuta l’intera storia.
L’idea del romanzo nasce proprio dal personaggio di Rinulla e dalla sua fisicità prepotente; capelli neri, un corpo smagrito e profondi occhi neri mi hanno raccontato la violenza e il dolore di tutta quella famiglia.

-Quando scrivi che Rinulla è “nata” per quel gioco, riferendoti all’incesto che subisce, hai in mente un’idea di predestinazione che non appartiene a una volontà umana, a un destino che ci sceglie nostro malgrado?
Quando scrivo quella frase faccio riferimento a un’idea di destino che però è molto umana; penso ai rapporti familiari, all’attribuzione dei ruoli – che di solito avviene per la prima volta e in maniera netta all’interno del nucleo parentale – e dunque all’attribuzione e alla costruzione di un’identità. Il padre che guarda Rinulla con occhi incestuosi e affettuosi allo stesso tempo e la madre Alina che la guarda invece con astio e risentimento contribuiscono in modo decisivo, e in questo caso definitivo, a formare l’identità di Rinulla come persona nel mondo finché lei finisce davvero con l’essere solo l’oggetto del desiderio sessuale e quindi si convince di essere “nata per questo gioco”.

-Nella cornice di Madonne nere c’è la Sicilia e la famiglia che danno entrambe al testo un’aria asfissiante, chiusa. Eppure questi elementi rimangano appunto una cornice. La chiusura mi sembra si esprima invece tutta nella lingua. Come e quanto hai lavorato allo stile della storia?
La lingua e la struttura del romanzo sono funzionali a creare questa sensazione di asfissia che dici, che è poi il tratto distintivo delle vite dei personaggi. Avevo bisogno di trovare una strada stilistica che fosse del tutto complementare alla storie e ai dolori dei protagonisti. Raccontare la gabbia morale, individuale e sociale in cui vivono rinchiusi significava raccontarla con uno stile tutto teso all’ossessione e alla ripetizione, per costruire una gabbia anche concettuale e linguistica che si stringesse intorno ai personaggi. D’altra parte questo stile mi appartiene totalmente; scrivo così da sempre perché fino ad ora ho scelto di raccontare queste gabbie, nel prossimo romanzo invece lo stile sarà meno ossessivo perché racconto dei recinti meno definiti e violenti.

-Nei personaggi femminili della tua storia, è possibile riconoscere una volontà a scegliere della propria vita. Eppure tutte le donne del libro in realtà non decidono nulla. Tutte le decisioni sono affidate ai personaggi maschili. In quali forme si manifestano le scelte di questi personaggi?
Sì i personaggi femminili sono consapevoli in apparenza, sono forti e decisivi solo in apparenza; la realtà è che i personaggi maschili decidono ogni cosa ma lo fanno senza urlare, lo fanno in maniera più subdola. La scelta più decisiva in assoluto credo sia quella di Giovanni che accetta il matrimonio con Rinulla. In quel suo sì c’è tutto il futuro della famiglia; è un ruolo ancor più decisivo perché Giovanni finge inconsapevolezza, finge ingenuità mentre invece è molto calcolatore, è molto vigliacco e la sua viltà lo rende calcolatore al punto da fingere di non decidere nulla.

-Marina sembra avere una funzione particolare nel libro. Tu scrivi che è «la somma delle loro esistenze vissute allo specchio», come dire che è la coscienza della colpa di ognuno?
Sì, è proprio questo. Marina è la somma delle loro esistenze e porta un peso anche più gravoso perché assistendo agli intrecci all’interno della famiglia con uno sguardo più distante (lei è una conseguenza di quei rapporti e non l’artefice) è costretta anche a prenderne consapevolezza in maniera violenta. E poi è la somma delle loro esistenze perché tutti i caratteri degli altri personaggi, le loro colpe, ossessioni e paure si mescolano e si riversano in lei forgiandone la personalità. Per questo credo che infine Marina sia il personaggio meno libero del libro.

-Simona, tu hai voluto dare un riscatto diverso ad ogni tuo personaggio femminile, eppure tutte e tre sembrano non poter più vivere senza la colpa che il destino le ha irrimediabilmente affidato. Che forma ha il riscatto che ottengono se porta nonostante tutto dietro di sé la colpa?
È così, nessuno può vivere senza la propria colpa, anche se nel caso di Marina è una colpa “ereditata” e non del tutto personale. E nessuno può vivere senza la propria colpa perché la colpa crea insoddisfazione ma anche una forma di giustificazione rispetto alle proprie mancanze; ciascuno dei personaggi vuole una vita diversa da quella che vive ma questa dimensione di colpa diventa un rifugio per la loro identità, come un sentimento di rassegnazione che però deresponsabilizza. Il riscatto in quest’ottica non esiste davvero perché il riscatto per me deve sempre essere preceduto dalla consapevolezza, l’unico personaggio che può avere un riscatto, e che forse lo avrà, è Marina; Marina è costretta alla consapevolezza, violentata quasi dalla necessità di diventare consapevole delle dinamiche familiari che la circondano, il punto di domanda è se riuscirà a diventare consapevole anche di sé stessa.

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