FRANCESCA DI MARTINO
Quelle stanze piene di vento
pp. 190, euro 15,50 Einaudi, 2009
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Patrizia Danzè
Questo libro nasce dall’incontro con una città, Napoli, che appartiene all’autrice e non è più sua. Un incontro che se non è un addio (come lo fu invece per Anna Maria Ortese che incontrò la Napoli ferita e lacera del dopoguerra e dopo aver scritto Il mare non bagna Napoli non vi tornò praticamente mai), ha tuttavia il sapore dolceamaro delle cose perdute per sempre. Non è ambientato nel Dopoguerra Quelle stanze piene di vento di Francesca Di Martino (come il suo precedente romanzo Fontana a mare e come i racconti della Ortese) ma in una Napoli dei nostri giorni, sudicia e sfarzosa, bella perché benedetta dalla natura eppure allucinata, come chi viene preso dal male di vivere e si ritrova spaesato a dover ancora mettere in mostra la sua bellezza. Una città nevrotica che- dice ancora la Ortese- “deve fingere infinite risorse nella sua grazia naturale, nel suo vivere pieno di radici”. Mancano invece le radici ai personaggi del romanzo della Di Martino. O meglio, sono radici fragili eppure forti, che a volerle far crescere in un albero fruttuoso non ci si riesce, ma a cercare di estirparle, per piantarvi qualcosa di nuovo, si tenta invano. “Jatevenne, signò…” è la voce che Anna, la protagonista e voce narrante del romanzo, si sente ripetere più volte mentre si aggira tra i vicoli del quartiere di Pignasecca. Anna è tornata a Napoli per cercare se stessa e il pretesto è stato una notizia di cronaca tra le tante: due giovanissimi ragazzi, lei pugliese lui tunisino, che davanti a quel mare malioso si sono probabilmente suicidati Altro che “jatevenne”. Anna, che è partita dalla sua quieta (persino troppo) casa sul lago su cui si affaccia la dimora-mausoleo del Poeta musico, ha intenzione di rimanerci, a Napoli. Taccuino in mano, come una giudiziosa giornalista, occhi e orecchie spalancati su un mondo nuovo ma antico, naso teso ad annusare romanticamente i profumi e gli afrori (più forti dei miasmi) della sua Napoli, comincia a cercare. Cosa? La verità su come sono morti quei due poveri ragazzi. Ma cosa potrebbe importare ad una matura docente da poco in pensione, madre di due figli adulti e lontani, la morte di due poveri giovani? Per un saggio - si giustifica Anna con se stessa - sugli adolescenti demotivati, senza ideali, senza punti di riferimento, eccetera eccetera. Uno studio di taglio sociologico, insomma, che possa dare un senso alle sue giornate fattesi improvvisamente vuote, più che costituire una denuncia probante della realtà. Cosa vada poi scrivendo Anna in quel suo taccuino da scolaretta, rimane un mistero; non è un mistero, invece, la realtà che scopre dietro a quella morte. Dietro ci sono famiglie, pugliesi e napoletane da un lato e tunisine dall’altro, in cui i buoni sentimenti e l’onestà non avrebbero avuto motivo di scomparire se non fossero state travolte dalla miseria della vita. Una miseria morale soprattutto, che come una ragnatela che ha il nome di camorra e di terrorismo, avvolge a suo modo quei poveri esseri che ne vengono avviluppati per debolezza, rabbia, nevrastenia, paura. E’ questa la realtà dura e selvaggia con cui si scontra Anna, a dispetto della bellezza che vede attorno a sé: bello con le sue bancarelle colorate il quartiere di Pignasecca, bella la merce nelle botteghe orientali, belli di giovinezza e di ardore Alì Tayyb e Teresella Marra, i due giovani morti, bello il mare. Ma il mare non bagna Napoli - è la Ortese che parla - laddove il cielo plumbeo copre le ombre di miseri tuguri e persone dolenti. Cosa resta ad Anna della sua inchiesta? Scoprire, forse invano o forse no, la verità, sciogliere i nodi irrisolti della sua vita, consapevole di una maturità che non lascia spazio, almeno per il momento, ad una accennata storia sentimentale con un avvocato coetaneo (pena la stereotipia dei gesti e lo scorno). E sicuramente le resta, nonostante tutto, il mare e la forza di andare avanti, magari a insegnare agli extracomunitari. Forse allora non si sentirebbe dire “Jatevenne, signò”, ma, chissà, “V’accumpagnasse, signò!”, Siciliana di origine, Francesca Di Martino, ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza a Napoli, città dove – dice la scrittrice – ha subito l’incantesimo della parola scritta che non l’ha più abbandonata. E Napoli è la protagonista di un suo romanzo del 2001 Fontana a mare (Marsilio) che racconta un anno nella vita di un adolescente degli anni Sessanta: la città, che all’inizio del boom economico cerca di risalire la china per risollevarsi dalla distruzione della guerra, è già in queste pagine un luogo dell’anima. Otto anni dopo ancora Napoli è la protagonista di Quelle stanze piene di vento, una storia bella e raccontata con una prosa elegante e lieve, benché i fatti siano drammatici, anzi tragici. Si inizia, infatti, con un fatto di cronaca odierna: la morte di due ragazzi giovanissimi che si sono, pare, suicidati. Lui, Alì Tayyib era tunisino, lei, Teresella Marra di origine pugliese. Entrambi vivevano a Napoli, città dove da sempre le culture si sono incontrate senza difficoltà, perché la napoletanità è, per natura un forte aggregante di costumi e abitudini diverse. Allora, perché il dramma? Cerca di scoprirlo una matura ex-docente da poco in pensione, che si improvvisa detective con il pretesto di scrivere un saggio sugli adolescenti di oggi. La realtà è diversa, giacché Anna, questo il nome della professoressa che è anche la voce narrante, ha un debito con Napoli, la città del cuore che ha dovuto abbandonare, ragazzina, insieme alla mamma per un dramma familiare che l’ha segnata. Dunque, Anna si sposta dall’azzurra e fredda luce del lago al Nord d’Italia sulle cui sponde abita per tuffarsi dritta nei colori e nei profumi di una Napoli sempre amata. Dove, mentre indaga e penetra nei meandri della storia, Anna sembra rinascere, mano a mano che percorre vicoli, piazze, strade, passeggiate a mare della sua città. Alla fine scoprirà molto della tragica fine dei due ragazzi (una storia “impossibile” non tanto per le differenze etniche e religiose, quanto per rancori tra famiglie e intrighi mafiosi da un lato e terroristici dall’altro) ma scoprirà molto anche di se stessa. E così le stanze delle sue certezze, peraltro molto labili, vengono sconvolte dal vento impetuoso della verità: non una consolazione quell’aria improvvisa che stordisce la mente ma una ventata di aria nuova che in un certo senso la fa respirare a pieni polmoni, almeno per riprendere a percorrere la sua strada. Anna, consapevole di non volere ripetere gli stereotipi che le hanno bloccato la vita, decide di rimanere a Napoli in una casa dove “il mare, in certe giornate limpide, sembra che entri dentro le stanze, e la città riversi qui le sue meraviglie e i suoi orrori”.
La sua storia è ambientata a Napoli, una Napoli anche poetica e non proprio degradata. Un omaggio o un atto d’amore a questa città?
Ambedue. Ho vissuto a Napoli gli incanti e i dolori dell’adolescenza, e rimarrà per sempre la mia città del cuore. Ma non è soltanto la ‘madre’ che mi tenne per mano nella scoperta del mondo, è ciò che la voce narrante del mio romanzo racconta…’Era un labirinto di aria, luce, acqua, che circondava la gente e gli edifici nei quali si potevano vedere i guasti dell’incuria e dell’indifferenza e insieme la storia grandiosa di cui era stata protagonista’. Sono gli uomini che ‘fanno’ le cose, e se Napoli sta subendo un degrado drammatico, grazie anche alla noncuranza che ha accompagnato un fenomeno ormai esteso in moltissimi luoghi del mondo, ha anche nel suo corpo una vitalità, un’umanità, una storia che ancora- non rammentata da coloro che solo le si scagliano contro- le rende la sua bellezza e la sua dignità, quelle che io ho conosciuto.
C’è Napoli, ma ci sono anche i paesi del Maghreb, nei quali la stessa voce narrante dice di essere stata. Tutta la narrazione tradisce del resto il fascino di quei luoghi.
In realtà Anna, la protagonista del libro, costruisce l’immagine della Tunisia attraverso i racconti dei Tayyib, la famiglia tunisina che come nei Racconti delle mille e una notte procrastina per lei il momento della verità, quella a cui ‘deve’ giungere per fare i conti anche con se stessa.
Dunque, la protagonista, una ex-docente comincia la sua inchiesta con entusiasmo e termina con disincanto. Perché un ex-docente e cosa la spinge a cercare in questa storia?
Più che di incanto e di disincanto, parlerei di pregiudizi prima, e di un’amara verità poi. Mano a mano che s’inoltra nella conoscenza dei fatti che riguardano i Tayyib, si forma in lei la coscienza di quanto pregiudizievole sia stato l’approccio che ha avuto verso di loro, e che la verità è molto più complessa, sfuggente e tragica di quanto non volesse vedere. Lo strumento dell’inchiesta e del saggio, abituale nel suo lavoro di docente, è il passepartout per entrare nell’intimità dei tunisini, ma anche per capire che cosa in realtà la spinge a scandagliare la loro verità.
Una storia di migranti in qualche modo integrati e con una loro dignità di modi e di costumi. Come a dire che noi, diciamo così, “occidentali”, non li conosciamo veramente?
Come si conosce il diverso da noi? Non certo atttaverso gli stereotipi della nostra cultura e i pregiudizi che spesso i fatti generalizzano mostrandoci solo una faccia dei mondi diversi dal nostro, quella buia, che non ci porta da nessuna parte e non fa fiorire niente dentro di noi, come dice la protagonista del libro. Conoscere significa aprire la propria mente e il proprio animo a ciò che non ci è noto, comprenderlo.
Sullo sfondo c’è una storia tragica, due giovanissimi che conosciamo dalle parole degli altri e da un diario intimo, due giovani che, Romeo e Giulietta dei nostri giorni, si uccidono. Lei è pugliese, lui è tunisino. Come a dire che le culture non possono incontrarsi?
Devono e possono. La storia di Teresella, la ragazza pugliese che fa da controfaccia ad Anna, il suo amore con Alì, sta a dire che l’essere umano al fondo è fatto della stessa materia di ogni suo simile, sono solo e ancora i pregiudizi a rendere impossibile l’apertura dell’immaginazione, l’incontro, la comprensione.
C’è stato qualche episodio che le ha ispirato questa storia?
Sì, qualche fatto di cronaca, e l’osservazione di ciò che accade intorno a noi.
Chi è il personaggio narrante, perché si getta in un’inchiesta quasi da investigatore, con tanto di taccuino su cui prendere appunti?
Anna è, come ho detto, una donna che si serve del pretesto dell’inchiesta come strumento per la ricerca inconscia di una verità che riguarda anche se stessa. Nel vuoto della fine del suo ruolo d’insegnante e nella percezione del suo fallimento negli affetti e nelle responsabilità, torna ai luoghi dell’infanzia, Napoli, lì dove ha sofferto il primo grande dolore della sua vita, l’abbandono del padre, innamorato di una ragazza tunisina, per scandagliare nella ’diversità’ che lo aveva tanto irretito da fargli lasciare per sempre la propria famiglia.
La sua è anche una storia di famiglie, le famiglie sbandate o problematiche dei nostri giorni a qualunque latitudine ci si trovi.
Sì, certamente.
Che parte ha l’avvocato Cammarota? E’ come se lei, scrittrice, volesse giocare con l’accenno di una storia d’amore matura, che non può e non deve verificarsi.
L’avvocato è lo specchio convenzionale in cui Anna riflette se stessa, la parte che meno le appare amabile via via che compie il suo viaggio personale alla ricerca di una verità che, per quanto sgradevole, è la sua verità. E, in questo senso, non può essere una probabile storia d’amore ‘matura’, ma soltanto ‘vecchia’.
Quali sono le stanze piene di vento e a cosa alludono?
I luoghi della nostra mente e del nostro cuore, dove pensiamo di custodire le nostre certezze e in cui l’imprevisto e l’imprevedibile anche a noi stessi irrompe con la forza di un vento che le sconvolge e le cancella.
Cosa resta ai personaggi e ai lettori alla fine di questa storia?
La speranza, mi auguro.
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