GABRIELE DEL GRANDE Mamadou va a morire. La strage dei clandestini nel Mediterraneo
pp. 160 euro 14 ed. Infinito, 2008
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Marisa Cecchetti
Vengono dal cuore dell’Africa e dalla costa mediterranea i migranti che cercano in Europa la realizzazione del loro futuro, perché nei loro paesi non c’è speranza e vale la pena rischiare la vita, loro dicono che a decidere il destino è il volere di Allah. Così si legge nel libro di Gabriele del Grande, giovane laureato in Studi Orientali, che ha seguito nel 2007 le rotte dei migranti in Turchia, Grecia, Tunisia, Marocco, Sahara occidentale, Mauritania, Mali, Senegal e ne ha fatto un fedele resoconto in Mamadou va a morire. La strage dei clandestini nel Mediterraneo, con introduzione di Fulvio Vassallo Paleologo. Chi ce l’ha fatta ad emigrare è oggetto di ammirazione, ché gira per le strade del villaggio o delle città natale con un’auto europea o lì si è costruito la villetta pagata in Euro, per trascorrervi tre settimane in estate. Emigrare è uno status, chi riesce a partire guadagna rispetto. Partono dai paesi dell’interno e della costa. Prima comprano un grigri dallo stregone del villaggio, un cinturino di pelle o di metallo che li protegga dagli spiriti del male. Quelli che vengono dal sud pagano i passeurs, attraversano il deserto e aspettano nascosti il loro turno per una barca, dopo aver raggiunto le coste del Marocco, della Tunisia, della Libia. I passeurs non li traghettano più verso la Spagna o verso l’Italia, perché è troppo rischioso, ma danno il timone e la bussola ad uno di loro, con poche spiegazioni. Le imbarcazioni si riempiono fino all’inverosimile, rischiano di capovolgersi nel momento stesso di prendere il mare, spesso rimangono in panne al largo o imbarcano pericolosamente acqua. Ma nessuno può tornare indietro perché sarebbe un testimone scomodo. Le navi che le incrociano, sulla rotta delle Canarie o di Lampedusa, dimenticano la legge del mare di mutuo soccorso, per evitare l’accusa di favoreggiamento, perché prendere a bordo dei migranti può significare anche il sequestro della nave. La UE ha investito cifre spropositate per la difesa delle coste meridionali dell’Europa, finanziando i paesi di partenza, Marocco, Libia, Tunisia, perché tengano pulito il “cortile spagnolo e italiano”. La UE ne esce con le mani pulite, ma di là si attua la più cruenta caccia all’uomo, e l’abitudine alla repressione della emigrazione clandestina ormai non fa vedere nemmeno la ferocia dei mezzi usati. Ci sono centri di detenzione speciali in Libia, in Marocco, in Mauritania, per chi viene preso dai militari mentre cerca di partire. Per sfuggire ai controlli i migranti senegalesi si spingono fino a trecento miglia dalla costa e risalgono di lì verso le Canarie. Se si cerca di partire dal Marocco si punta all’ultima città algerina prima del confine col Marocco, Maghnia, e poi a piedi si raggiunge Oujda, la prima in terra marocchina. Poi si va verso Fez, Rabat, Casablanca, dove si aspetta nascosti nei quartieri popolari o nei rifugi naturali, senza mangiare anche per settimane, a quaranta gradi di calura, con il terrore di essere scoperti dalle forze ausiliarie marocchine alla ricerca di clandestini. Essere di colore nero in Marocco paga pegno. E quando cadono nelle mani della Guardia Civil, dopo la detenzione sono scortati in autobus e scaricati a dieci minuti dalla frontiera algerina. Quando si incamminano, già a metà strada l’esercito algerino sul confine spara colpi in aria per spaventare e rimandare indietro, dall’altra parte sparano le forze ausiliarie marocchine. Se non ce la fanno a passare si nascondono nel campus universitario di Oujda. La Spagna ha fortificato la città spagnola di Melilla sulla costa marocchina, con dieci chilometri di filo spinato alto dieci metri, una barriera di metallo, l’alambrada, che le protegge le spalle da chi tenta di entrare dal Marocco, costata venti milioni di Euro alla UE. A Melilla si muore ammazzati dal fuoco della Guardia Civil o delle Forze Ausiliarie con licenza di uccidere, o si rimane sbranati dai rotoli di filo spinato o precipitati dalle reti metalliche. Dopo la conferenza euro-africana sulla emigrazione, nel 2006 la Spagna ha chiesto ed ha pagato il giro di vite. Anche dalla Tunisia si continua a partire, ma i grandi flussi si sono spostati in Libia. Il carcere libico, Dafnie, che significa sotterrato, o il Fellah, nel centro di Tripoli, sono esempi di cruenta disumanità: torture, denutrizione, isolamento al buio in mezzo ai propri escrementi. E il rimpatrio nei paesi della fuga, abbandonati in mezzo al deserto del Sahara, a centinaia di chilometri da una città. Non sfuggono a questo destino nemmeno coloro che vengono da paesi in guerra e che avrebbero diritto all’ asilo politico, Eritrea, Sudan, e rischiano la condanna per alto tradimento se tornano nel loro paese. L’Italia dal 2003 ha revocato le sanzioni internazionali contro la Libia, nel 2004 si è inaugurato il metanodotto tra Mellitah e Gela, si è tolto l’embargo a Tripoli, così la Libia pensa a tenere pulito il cortile italiano, non disdegnando la connivenza tra autorità libiche e mafia dei passeurs, responsabili di omicidi gratuiti dopo aver intascato i soldi. I migranti sono merce su cui guadagnare La caccia all’uomo in Libia si è intensificata nel 2007, con l’aiuto di visori notturni ed equipaggiamenti speciali per il pattugliamento delle coste pagati dall’Italia. Dal 1988 si calcolano almeno 10.000 morti tra coloro che hanno tentato di espugnare la fortezza Europa. Molti sono morti nel Sahara, altri nel tentativo di superare valichi, altri sulle mine antiuomo poste sui confini, ma la maggior parte giace in fondo al Mediterraneo. “La Commissione europea, in vista dell’estate 2007- si legge nella prefazione- stagione nella quale tradizionalmente si intensificano i tentativi di traversata dei migranti, ha rivolto un invito ai ministri dell’Interno dei ventisette paesi comunitari per fornire un maggiore sostegno economico a Frontex, (agenzia nata nel 2004 per contrastare l’immigrazione clandestina) in particolare per rinforzare il pattugliamento congiunto al largo delle Canarie e nel Mediterraneo. Ancora navi militari, aerei da ricognizione, e poi tecnologie militari e uomini specializzati per bloccare in mare le imbarcazioni cariche di migranti e tentare con ogni mezzo di respingerle verso i porti di provenienza. Non importa a quale costo in termini di vite umane”. Comunque, quando l’Europa chiede un giro di vite, non dimentica di spedire ai governi nord africani anche migliaia di sacchi per cadaveri.
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