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Dante Maffia - Milano non esiste

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L'odissea disperata
di un emigrante calabrese

DANTE MAFFIA
Milano non esiste
pp. 202 euro 12
Hacca, 2009

Alfio Siracusano

Il ritorno, si sa, è da sempre una categoria letteraria. Forse la più importante di ogni tempo, se è vero che è nata col nostos di Ulisse e ha trovato mille e mille variazioni sul tema. Né poteva essere altrimenti: l’umano è tale anche e soprattutto in quanto si esprime in termini relazionali, costruisce rapporti e legami e in essi si riconosce, può anche sradicarsi da essi ma mai del tutto, e in un certo senso è sempre dentro una dialettica di confronto, tra il sé delle radici e il sé dell’approdo, tra la philòthes di Calipso e il gàmos di Penelope, in bilico tra il restare e il tornare. E magari è qui la storia, o meglio il suo motore. Perché gli uomini si muovono, migrano, vanno sempre in cerca del meglio, ma se sanno sempre quel che lasciano, che poi sfoca sempre più il suo negativo, spesso rimangono delusi da quel che trovano, che sfoca anch’esso nel tempo il suo positivo. Ed è qui che il nostos si fa desiderio doloroso, si fa nostalgia. E può diventare anche patologia, aspirazione lancinante, come se in un colpo solo la parte centrale della vita si azzerasse, quella posta tra il momento in cui si arrivò e il momento nel quale si accende il lume del poter tornare, e la memoria si sente invasa dal tempo che fu. Allora il politikòn di cui parlava Aristotele si ricolloca nel primo momento del suo essere e la strada del ritorno ridiventa fuga all’indietro, non meno cogente di quanto non sia stata, nel tempo del bisogno, quella in avanti.

È di questo tipo lo strazio
redeundi di cui si fa voce parlante Dante Maffìa in questo romanzo. Che racconta l’odissea disperata, anche se costruita sul filo del grottesco, di un operaio calabrese emigrato a Milano negli anni settanta, che lì si è sposato con una ragazza del posto, ha costruito casa e famiglia, messo al mondo sei figli, ma che, giunto all’età della pensione vuole tornare a casa, nella sua dolcissima solatìa Calabria eletta a paradiso in terra. Mentre specularmente Milano viene caricata di tutti gli obbrobri che mente immigrata possa concepire: è nebbiosa, fradicia di pioggia, lurida di smog, nauseabonda di razzismo e di lega, antimeridionale non meno di quanto sia antimarocchina o antialbanese, sfruttatrice del lavoro altrui, altezzosa quanto nullafacente nei ricconi che sono il suo nerbo economico, corruttrice dei costumi dei giovani che osano addirittura disobbedire ai padri e spesso anche dei padri che si abbrutiscono di lavoro e poi di alcool riducendosi in larve di uomini.

L’operaio di Maffìa non ci sta a questa resa senza condizioni. Anche se del negativo sociale della detestata Milano egli ha assorbito più di quanto non creda. Il ritorno nella casa che si è costruita diventa la linea di frontiera dalla quale nulla e nessuno lo farà mai arretrare: non la moglie che non ha nulla a che vedere con la terra del marito e tanto meno i sei figli che hanno altre radici, proprio in quella Milano dell’obbrobrio da cui il padre vuole fuggire; e neanche la ragione obiettiva che dovrebbe indurlo a considerare, nel sud, l’assenza di occasioni di lavoro per i figli o la presenza della mafia coi suoi tragici condizionamenti. Per lui il sole e il mare bastano a compensare tutto, che è come dire che il
nostos diventa contrasto di nature fisiche da cui l’uomo si esclude in quanto portatore di bisogni anche economici, con l’epilogo inevitabile del disumano dell’orribile città che diventa il solo umano della vita possibile (per cui i figli e la moglie restano a Milano, disobbedendo) e dell’umano della splendida Calabria che diventa il luogo disumano del pensionato che si rifugia nell’ostinata solitudine della sua casa in riva al mare, dove aspetta giorno dopo giorno che il treno si fermi e ne scendano coloro che non verranno. Consumandosi in una triste follia da senescenza e da disumanizzazione, come quel fu Mattia Pascal ridottosi a portare i fiori sulla sua tomba, lui che aveva pensato di poter vivere contraddicendo alle leggi degli uomini.

In realtà né la Calabria né Milano sono quello che pensa il povero operaio. Quella Calabria non esiste come non esiste nessuna terra della fantasia amorosa, e non esiste neanche quella Milano che lui copre di oltraggi. Che è forse l’implicito pensiero di Maffìa, e che rende anche conto del titolo.


Scheda

Dante Maffìa è nato a Roseto Capo Spulico, in Calabria, nel 1946. Ha svolto soprattutto attività di poeta, esordendo nel 1974 col libro
Il leone non mangia l’erba, che ebbe la prefazione di Aldo Palazzeschi. Tra i tanti suoi libri in versi meritano di essere ricordati Le favole impudiche (1977), Il ritorno di Omero (1984) I rùspe cannarùte (1995), Papaciòmme (200). Ha scritto anche in prosa: Le donne di Courbet (1996) e Il romanzo di TommasoCcampanella (1996). Ha cospicui interessi anche nel mondo classico oltre che nella critica militante. Attualmente vive a Roma.

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