CARLA D’ALESSIO L’altra Agata
pp. 223, euro 14 L’ancora del Mediterraneo, 2008
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Marcello D’Alessandra
Di questo romanzo d’esordio colpisce la padronanza nella costruzione, la studiata operazione di montaggio dei diversi piani del racconto e dei diversi contributi di scrittura (pagine di diario, confessioni, appunti). Carla D’Alessio (classe 1978) con L’altra Agata pone una seria ipoteca sul suo futuro di narratrice. Agata, la protagonista, è una giovane donna facilmente irritabile, capace di slanci d’affetto e d’improvvisi adombramenti, trincerata dietro la villa dotata di sistema di allarme satellitare, tecnologica e super accessoriata, completa di tutto, marito compreso. “Giorgio l’ha solo incuriosita, Giorgio è sotto controllo, Giorgio non può permettersi di diventare importante. Si è infilata nella sua vita facendogli credere di essere indispensabile. E in un anno è riuscita a farsi sposare. Il tutto senza metterci tanto impegno, senza neanche aver bisogno di innamorarsi”. Una vita apparentemente realizzata, in cui niente sembra mancare, ogni cosa trovandosi al suo posto. Ma se il presente sembra tutto perfettamente in ordine e in chiaro, dal passato di Agata riaffiorano oscure trame, nodi dolorosi e irrisolti, assenze non meno ingombranti delle presenze. C’è un padre, assente, creduto morto; una madre dalla presenza marginale; una donna con lo stesso nome della protagonista, è lei l’altra Agata, che per molti anni, in passato, si è presa cura di lei. A tentare di ricomporre una vicenda tortuosa e oscura, riaffiora il diario tenuto dal padre negli anni Settanta (nel biennio cruciale 77-78, tra il delitto Casalegno e il sequestro Moro), periodo oggetto di tante narrazioni recenti, in Italia, e che permea la vicenda di tutta la sua perduta innocenza. C’è poi il diario, speculare, della figlia, in un rimando tra i due che è continuo, ora nella riconciliazione possibile, ora nella fuga; diario originato su consiglio dello psichiatra presso il quale Agata è in cura. Il marito si è pure rivolto a un detective per far luce su un passato che ritorna minaccioso. Il presente in cui vivono i coniugi, sospeso tra un passato che reclama il conto e un futuro annunciato dalla gravidanza di Agata, è quanto mai precario: è un tempo vicario, sempre in funzione di qualcos’altro, non si tratta nemmeno di comprenderlo, lo si vive e basta. La mancanza è il tema del romanzo; quella del padre è alla base dell’esistenza di Agata, che confessa, con la sua rabbia mal repressa: “chiunque e ovunque tu sia, ci sarà sempre un attimo, un secondo, in cui sentirai questa fottuta mancanza”. Una mancanza che è forma di un destino, carattere di un’identità altrimenti indecifrabile, se l’unico punto saldo è dato da ciò che non abbiamo e per sempre abbiamo perduto – “forse siamo fatti in ugual misura di ciò che è stato e di ciò che avrebbe potuto essere”, si legge da un passo di Javier Marías posto in epigrafe. In questa conoscibilità precaria e affetta da presbiopia, appare particolarmente ben scelto il titolo – L’altra Agata –, perché nel rimando al passato, reso tenace dall’omonimia, è possibile rintracciare l’eco lontana del senso di un’esistenza. Il romanzo è costruito all’insegna dell’eterogeneità: diversi sono i piani temporali e diversi sono i luoghi, per non dire delle diverse scritture, a produrre strappi nel corpo della narrazione e cuciture (“Rammendi” è il titolo del diario tenuto dal padre). E inserti, sono presenti, di linguaggi diversi: la musica (una canzone di De Andrè all’inizio, una di Fossati alla fine), il cinema (oltre che per la sintassi cinematografica che caratterizza la narrazione, i frequentissimi dialoghi soprattutto, anche per i riferimenti a due film); e poi una poesia, rilevante nello scioglimento della vicenda, di Federico García Lorca. La mescolanza di così tanti eterogenei elementi vuole rappresentare la complessità del reale. Progetto ambizioso e in buona parte riuscito, se non fosse che la vicenda di Agata, il suo oscuro passato, a tratti si aggroviglia al punto, per accumulo di elementi, da fare ingombro alla lettura. I dialoghi, le spietate parole che un uomo e una donna si scambiano dentro le mura domestiche, le tenerezze e le ripicche, i segreti malumori (Agata: “io ho dei pensieri in testa e lui non li legge”), in definitiva l’estraneità della condivisione, tutto questo è tratteggiato con efficace tocco, e ciò in virtù di quanto costituisce il pregio distintivo della promettente narratrice all’esordio: lo scavo psicologico adottato per ritrarre i suoi personaggi.
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