GABRIELE CREMONINI
Amanita
pp. 212, euro 14 Pendragon, 2009 |
Alfio Siracusano
Amanita è il nome di un fungo velenoso nella sua specie falloide, ed è, "tra i funghi, la sola a recar nome di femmina", dice nell'esergo l'autore di questo romanzo (Gabriele Cremonini, Amanita, Pendragon 2009, pagg. 212, € 14,00). La storia svela poi, pur senza mai incrociare il fungo mortale, che morte e femmina si intersecano inestricabilmente, tra la miseria e la crudeltà degli uomini e della natura, in uno spicchio feroce di mondo situato nell'appennino tra il bolognese e il versante toscano e in un tempo che va dal seicento agli anni del primo dopoguerra del secolo scorso. Ma più sicuramente il nome del fungo, certo scelto non a caso, si reca dietro una filosofia che è poi nell'anima del racconto. La morte che l'amanita si porta appresso contiene insieme l'incanto dell'avvenenza ma anche l'inganno della natura, che ama sbizzarrirsi nell'inventare forme che si esaltano della bellezza che recano in sé ma l'accompagnano con un messaggio di morte inesorabile. Quasi il segno di una maledizione cui a nessuno è dato di sfuggire. Che è la sorte di Malvina, la protagonista del romanzo, figlia dell'Erminia e del Florindo detto Paiuolo, ma anche di Zelda, l'altra donna che la "natura" ha segnato di una striatura "velenosa" che ne ha poi condizionato la vita, in vicende di inenarrabile sofferenza. Malvina è nata con tre mammelle, e il romanzo si apre proprio con la venuta al mondo, nella povera stamberga di quello spicchio di appennino, di questa bambina con tre tettine su cui si accanisce subito la morbosa cattiveria umana: non solo degli umili analfabeti che vedono in lei il "segno" demoniaco che la rende "monstrum", costringendola a nascondere quel che la natura aveva costruito in lei, ma anche dei potenti che la fanno subito strumento di torbide speculazioni fino al momento sconcio, quando in lei la bellezza è esplosa in tutta la sua pienezza, della sua "finale utilizzazione" in un bordello di lusso per uomini importanti, come si sarebbe detto in altri tempi. Seguirà, a chiudere il libro e la storia, la catastrofe finale, cruda e feroce come la storia che l'ha preceduta. In mezzo la storia di Zelda, anche lei nata con tre tette in un anno del cupo seicento papalino, figlia della pastora Desolina e di un uomo che vagava tra i monti e che tutti chiamavano il Diavolo. Poi rivelata al mondo, per quella sua caratteristica, da un giovane che tutti chiamavano l'Angiolo. Prigioniera anche lei, la povera Zelda, della sua maledizione: perché quando era ancora ragazzina e infuriava una feroce siccità che aveva provocato una tremenda carestia, fu scoperta nel suo segreto e chiamata, come strega (streja) perché "diversa" e dunque segno vivente del disordine della natura, e insomma nemica di Dio e non negabile testimonianza della presenza in lei del demonio, a pagare il conto che il fanatismo religioso le caricò addosso. Dunque nulla è cambiato, sembra voler dire Cremonini, dal tempo dell'inquisitore Frate Innocenzo Serpieri che giudicò la strega Zelda a quello dell'orgogliosa borghesia emiliana dei primi decenni del novecento che si dilettò a palpeggiare i tre seni di Malvina. E forse all'oggi dell'insensato anatema sempre più disinvoltamente rivolto al "diverso". Il veleno della tracotanza umana ha sempre pascolo ferace se gli si offre la possibilità di infierire su un debole che una qualsiasi ragione isola dal resto del mondo, e non c'è differenza alcuna tra la ferocia che si manifesta nel mondo "civile" e quella che alligna dove la vita si vive a contatto stretto con la natura, che qui è fatta di pecore e di formaggi e di latte e di fatica e di freddo e di impulsi che si scatenano dietro la spinta di istinti non dissimili da quelli animaleschi. Ed è proprio qui, nella descrizione minuta di questo mondo degli istinti feroci, dentro scenari di un realismo potente che non di rado si ammanta di una sorte di sofferta epicità del primitivo, che il romanzo del Cremonini riesce a convincere. Che è come dire che quest'opera, che sembra di altri tempi e lascia per più di un istante la sensazione di un ritorno all'epoca del realismo di fine ottocento (quello che si misurava con le ragioni del linguaggio), è in realtà un'opera che proietta intorno a sé il segno di una nuova modernità: fatta di intensa e fitta ricerca letteraria nelle radici del "parlato" magari non più tanto "parlato", che mentre rifiuta le banali coordinate di un linguaggio omologato, com'è in genere nella narrativa di oggi, è pure capace di ricreare una specie di verghismo tosco-emiliano di nuovissimo conio, dove la plastica capacità evocativa, ravvisabile (per fare solo un esempio) nel "mitico" accompagnare ogni nome a un soprannome tratto in genere da un connotato fisico, convive naturalmente col segno di una fortissima compenetrazione di valori. Specie quelli della condizione femminile, mirabilmente esaltati nel racconto delle prove terrificanti cui dovettero sottoporsi, oltre alla Zelda e alla Malvina, le tante vittime della lunga notte dei sentimenti raccontata in queste pagine.
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