CHINUA ACHEBE La freccia di Dio
pp. 320, euro 14,50 e/o, 2004 |
Marisa Cecchetti
Grazie a Barolong Seboni, poeta del Botswana, sono venuta a sapere che “kgosi ka kgosi ka batho”, cioè che “un capo è un capo grazie all’insieme della sua comunità”. Nella locale organizzazione tribale che sopravvive a fianco dell’Istituzione Parlamentare, solo la discussione e il confronto danno ad un capo autorevolezza. Questo appartiene, secondo Seboni, alla cultura del Botswana ed in genere alla cultura africana. La veridicità della sua affermazione è confermata dal romanzo di Chinua Achebe, La freccia di Dio. Nigeria anni venti, amministrazione inglese insediata in località Okperi, sulla Collina del Governo, nelle mani di un certo capitano Winterbotton, esperto da tempo di politica coloniale. Non molto distante c’è il villaggio di Umuaro, dove risiede Ezeulu, il gran sacerdote del dio Ulu. Riti che si confondono con la magia scandiscono il tempo di Umuaro, dove Ezeulu osserva il cielo ogni notte ad aspettare che spunti il primo quarto di luna per scandire in tal modo i mesi lunari. Allora lo annuncia al villaggio e compie i riti che spettano al dio, come spezzare in suo onore una “noce di cola” e sacrificargli un igname, un tubero prodotto in quelle terre, fonte principale di alimentazione. In un tempo non lontano Umuaro e Okperi sono venuti alla guerra per il possesso di un pezzo di terra. L’intervento dell’uomo bianco, nella persona del capitano Winterbotton, che ha spezzato i fucili e ha posto fine allo scontro, è stato salutato positivamente da Ezeulu, consapevole, tra l’altro, che quella terra non spettava al suo villaggio. Lui apprezza l’intervento di “Wintabota”ma la sua gente non ne è molto soddisfatta. Quando il governo inglese, tramite Winterbotton, propone a Ezeulu di assumere anche un ruolo politico, di capo di tutti i villaggi, secondo la volontà dei colonizzatori di realizzare una amministrazione indiretta, lui osa dire di no all’uomo bianco, perché si sente solo sacerdote di Ulu. Se fino ad ora nessuno ha interferito con le leggi del suo villaggio, e gli ha lasciato l’illusione che niente sia cambiato, ora scopre e sperimenta da che parte sta il potere. Chiuso in cella per trentadue giorni, persi tutti i suoi privilegi ed onori, per ben due volte non può officiare il rito della nuova luna e offrire l’igname al dio. Solo il grande sacerdote ha il potere di fissare i giorni della semina, del raccolto, o la grande festa purificatrice delle Foglie di Zucca, o la festa della Maschera. La festa del raccolto dell’igname cade sempre dopo che sono stati sacrificati i tredici ignami scelti per tutto l’anno. Così, credendosi nel rispetto del dio e della tradizione, quando torna al villaggio, Ezeulu posticipa il raccolto, riducendo la sua gente alla fame e rischiando di mandarlo in rovina per la siccità che ritorna dopo il periodo delle piogge. Ma i missionari, attraverso qualche convertito, offrono a questa gente affamata e scontenta, un Dio che li proteggerà dalla collera di Ulu, perché gli sta al di sopra e permette comunque il raccolto anche contro la volontà del re. Ezeulu, colpito dalla morte improvvisa di un giovane figlio, vi legge la vendetta di Ulu, e approda ad una pazzia che gli risparmia la percezione della sua caduta autorevolezza e della condanna da parte del villaggio. Ezeulu, considerato metà uomo e metà spirito, che era la freccia di Dio, agli occhi della sua gente è diventato la frusta di Dio. Non si è consultato, non ha rispettato le regole, non è più un re. Romanzo pubblicato da Chinua Achebe nel 1964, La freccia di Dio richiede di andare ben oltre la semplice trama. Nella questione della lingua, aperta in Africa alla fine delle colonizzazioni, Achebe ha scelto l’uso della lingua locale, accanto all’inglese, e non sempre è facile capire fino in fondo, a livello contestuale. Dissemina qua e là soprattutto nomi di oggetti che compaiono nei riti, prodotti della terra, cibi. Ci sono momenti, quelli degli incontri, dell’accoglienza privata in modo particolare o dell’apertura di un’assemblea, che suonano quasi come uno magico susseguirsi di note musicali: “Umuaru kwenu!” urlò Nwaka. “Hem” risposero gli uomini di Umuaru. “Kwenu” “Hem” “Kwezeunu!!” “Hem” Incominciò a parlare sottovoce, nel silenzio che aveva creato con il suo saluto”. La saggezza si basa sull’ esperienza personale e concreta, sugli esempi degli avi, la continuità delle regole e dei riti non si mette in discussione. Di questo Ezeulu è convinto, ma nel confronto emergono anche voci dissidenti: “La saggezza è come una sacca di pelle di capra; ogni uomo ha la sua. E’ così anche la conoscenza della propria terra. Ezeulu ci ha detto quello che suo padre gli disse dei tempi antichi. Noi sappiamo che un padre non dice il falso a suo figlio. Ma sappiamo anche che le origini e la storia del paese sono aldilà della conoscenza di molti padri”. Sono parole di Nwaka. L’accoglienza nella propria capanna, l’obi, ha i suoi riti, lenti, tra poche parole essenziali. La vita, la morte, la malattia, le nozze, le feste della comunità, reclamano riti speciali. E’ una cultura che agli occhi dell’uomo bianco ha molto in comune con la stregoneria e la magia. Ma non disturba, finché non ci sono contatti inevitabili. Allora l’uomo bianco non si cura di quei riti e fa valere la propria superiorità. Ezeulu ha capito che ormai non si può fare niente contro la presenza degli Inglesi, ma ha una grande intuizione. In una società che si basa sulla oralità della cultura e della tradizione, la possibilità di leggere e scrivere che appartiene a quei bianchi, gli appare uno strumento di forza a superiorità. Allora, per capire gli stranieri, perché la sua gente possa un giorno stare in mezzo a loro e al pari di loro, il grande sacerdote manda un proprio figlio alla chiesa dei bianchi. E si attira le critiche di Umuaru, come se fosse un traditore. Le due culture hanno grossi momenti di frizione, destinati a risolversi a vantaggio dei colonizzatori. La volontà di rispettare gli indigeni contrasta con interessi e urgenze, con la difficoltà o la mancata volontà di comunicare, crea occasioni di ingiustizia e di sopraffazione che con abili mosse politiche i governanti sono pronti a negare. La voce di un altro Dio si fa strada lentamente, portata dai missionari, si insinua piano piano fino a schernire la sacralità del pitone, offre soluzioni quando si rischia la carestia. E aumenta i proseliti. Grande romanzo, questo di Achebe, che fa riflettere sulle forme delle colonizzazione di ogni tempo, che lascia al lettore una molteplicità di considerazioni culturali, economiche, religiose, sociali, etniche.
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