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Chabon Michael - Il sindacato dei poliziotti yiddish

INTERVISTE

 

Cosa accadrebbe se…

MICHAEL CHABON
Il sindacato dei
poliziotti yiddish
pp. 389, euro 19
Rizzoli, 2007

Maddalena Bonaccorso

Michael Chabon, enfant prodige della letteratura americana contemporanea, è gentile e affabile come pochi. Vincitore di un Pulitzer nel 2001 per Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay, spazia con invidiabile disinvoltura tra diversi stili e filoni senza mai perdere di vista le caratteristiche vincenti della sua scrittura: ironia, abile e sapiente uso della metafora, ricco vocabolario, continui rimandi alle sue origini ebree. Con Il sindacato dei poliziotti yiddish si dedica a un vero e proprio giallo classico dall’atmosfera noir-americana d’antan; e si tuffa nella fantapolitica mischiando pura invenzione a lucidi e ripetuti rimandi a fatti storici realmente accaduti. E’ penna geniale, quella del giovane americano, che non ci fa rimpiangere Raymond Chandler nel momento in cui affronta con precisione giallistica tutti i misteri e i recessi dell’animo umano e di una società fittizia creata dal nulla in Alaska.
Nel 1948, il neonato stato di Israele soccombe a un attacco dei paesi arabi. Gli ebrei scampati a questo disastro, assieme ai reduci dell’Olocausto, vengono accolti a Sitka, in Alaska, dove il governo degli Stati Uniti - come aveva davvero proposto Roosevelt nel 1945 - ha deciso di creare per loro la Terra Promessa. Il distretto di Sitka è un posto strano. E lo è anche l’agente Meyer Landsman; una vita quasi distrutta da quasi alcoolizzato, un matrimonio finito a causa di un aborto terapeutico della moglie, e l’omicidio di un campione di scacchi da risolvere. Campione che ha avuto la pessima idea di farsi ammazzare nello stesso albergo dove Landsman vive ormai da mesi. Forse dietro l’omicidio c’è un mistero criminale, o forse è addirittura il ritorno del Messia… Landsman indaga, e in un intreccio degno di Hitchcock il lettore è trascinato in un labirinto di cospirazione, fino all’inatteso e sorprendente finale. I diritti del libro sono stati acquistati dai fratelli Cohen, che ne faranno un film.
L’agente Meyer Landsman ci rappacifica col mondo e con la vita proprio facendoci rispecchiare in un personaggio che, la sua vita, sembra la stia buttando. Ma le apparenze ingannano e ci accorgeremo presto che sono la fede e la speranza le vere protagoniste del romanzo; si paleseranno chiaramente davanti ai nostri occhi di lettori nel momento in cui ci lasceremo trascinare dalla scrittura immaginifica e sognatrice di uno dei pochi puri talenti rimasti in letteratura. Stilos ha intervistato Chabon.
In questo libro lei scrive in un classico stile da crime-novel; uno stile molto diverso dai suoi lavori precedenti. Frasi brevi, paragrafi brevi, storia incalzane, dialoghi serrati. Ha avuto delle difficoltà a cambiare in qualche modo tecnica di scrittura, e a mantenersi allineato alla struttura rigidissima del giallo?
Ottima domanda. Devo ammettere che sì, l’ho trovato difficile e soprattutto all’inizio ho dovuto lavorare moltissimo per dare vita, in qualche modo, a questa scrittura che è effettivamente diversa dai miei precedenti libri. Potrei definire questo adeguamento dello stile e questo costringermi a una estrema autodisciplina lo sforzo maggiore che ho dovuto fare nello scrivere “Il sindacato dei poliziotti yiddish”. Perché io per mia natura utilizzo dei periodi lunghissimi, con molte incidentali, faccio digressioni, torno al punto di partenza. ovviamente questo stile ha dei lati negativi. Usandolo tendo a essere dispersivo. Invece nel giallo non si può assolutamente perdersi, bisogna sempre avere ben chiaro l’obiettivo. Nel darmi un’autodisciplina ho però anche trovato del piacere; perché esercitandomi in questa maniera ho imparato a non andare troppo lontano con le frasi. E, in generale, mi piace imparare cose nuove.
Non mi sono reso conto di essermi trovato intrappolato nella gabbia del giallo classico; però adesso che mi ci fa pensare –e questo potrebbe essere un sintomo- nel libro che ho scritto dopo ci sono frasi così lunghe da occupare addirittura una pagina intera. E questo credo che vanifichi tutto ciò che ho detto prima! Mi sono preso una rivincita…
Ne Il sindacato dei poliziotti yiddish è ampiamente affrontata l’annosa questione della ricerca da parte degli ebrei della Terra Promessa. Lei è nato e cresciuto negli States, credo che li ritenga casa sua. Come si rapporta un ebreo americano contemporaneo con questa lunga storia? E’ un problema che sente davvero, o si sente obbligato a pensarci?
Devo dire che ci sono stati momenti nella mia vita, a diverse riprese, nei quali io ho considerato davvero l’America come la mia Terra Promessa. E’ una cosa che ho sentito profondamente, come del resto l’hanno sentito tutti gli immigrati che sono venuti in America nel corso degli anni. Ma io sono nato qui, non sono un immigrato; mi sento statunitense e anche se ho legami emotivi con Israele questi non sono più forti di quelli che ho con la mia terra d’origine. E più vecchio divento più mi rendo tristemente conto che possiedo questo senso di appartenenza che è un po’ simile al sentimento provato dai tedeschi alla fine del diciannovesimo secolo, inizio del ventesimo, diciamo fino al 1930. Quello di sentirsi tedeschi tedeschi, profondamente legati alla loro nazione, ultra patriottici. Questo è potenzialmente ironico, che succeda a me negli Stati Uniti, nel 2008…
Questo libro è quasi interamente basato sulla storia alternativa. Cosa vi trova di particolarmente affascinante?
Credo sia una tendenza naturale quella di fare ipotesi su cose che potrebbero essere andate diversamente. Per esempio, ci troviamo a letto, non riusciamo a dormire, e cominciamo a pensare. Si torna indietro nella propria vita e si individuano dei momenti nei quali una semplice decisione diversa avrebbe cambiato tutto. Magari c’era una biforcazione nella nostra strada, e cosa sarebbe successo se avessimo preso la strada alternativa? Ipotizzare diverse possibilità è affascinante, e lo è soprattutto per uno scrittore, se poi soffre di insonnia… È una tendenza umana, e io ho imparato a usare questa caratteristica dalla lettura dei fumetti. Io da ragazzino ho letto moltissimi fumetti, e negli anni Sessanta, soprattutto per Superman, gli sceneggiatori avevano esaurito tutte le possibili storie. Dovevano assolutamente trovare una soluzione. In inglese c’è questa frase che racchiude molte cose, “What if”… cosa succederebbe se… e loro la usarono.
Cominciarono a scrivere storie partendo dal “cosa succederebbe se” per esempio Superman fosse caduto nella giungla invece che in una cittadina americana, e via dicendo. Così gli si aprivano migliaia di nuovi scenari. Direi che questo mi ha allenato a pensare in questi termini.
In questo romanzo l’albergo dove vive Meyer è un vero protagonista, è trattato alla pari più che essere una location…
E’ vero, io spendo buona parte della mia vita negli alberghi! Effettivamente ho con loro un rapporto particolare… le racconto questa storia. Ero a Los Angeles e stavo lavorando a un progetto di film. Ero alloggiato all’albergo “Chateau Marmont”, sul Sunset Boulevard, che è un hotel molto famoso e molto classico. Per lo standard americano è antico, risale infatti agli anni ’20, ed è estremamente tipico. Alla Raymond Chandler, direi. E in effetti io stavo pure leggendo le storie brevi di Chandler… Ho notato questo accumulo di situazioni, e così ho avuto la prima idea per questo poliziotto che vive in un albergo, e lì scopre questo omicidio
Quindi il cadavere a pagina 1 è un omaggio chandleriano…
Certamente, è un omaggio al mio maestro.























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