LAURA BOSIO Annunciazione
pp. 218, euro 15 Longanesi, 2008
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Alfio Siracusano
Uscito la prima volta da Mondadori nel 1997, ora ripubblicato con aggiornamenti da Longanesi (Laura Bosio, Annunciazione (Storia di una fascinazione), questo libro è tutto nel sottotitolo che ne accompagna il tema: perché se la Bosio vi racconta il suo peregrinare per Annunciazioni, che è la traccia diegetica sottesa ad ogni pagina (e intanto lascia affiorare un mondo di umori femminili inquieti riservati scontrosi inappagati), la verità vera è che in questo peregrinare per chiese e musei la spinge una sorta di legame misterioso che ha infinitamente più del fascino suscitato dai quadri o dallo stesso tema inteso nella sua valenza teologale. Il fatto è che la Maria che inquieta Laura Bosio non è soltanto la vergine ebrea raccontata da Luca poi divenuta oggetto delle infinite variazioni cui la sottopose la cultura mariologica dell’intero orbe cristiano, ed è invece “figura” (nel senso auerbachiano) drammatica e di angosciosa perenne contemporaneità dell’essere donna negli svincoli fondamentali della vicenda umana: quando avviene che le vie misteriose del destino carichino sulle spalle di una giovane fanciulla, e sulla sua fragilità tutta umana, il peso dell’infinito futuro che si prepara. Sia esso di redenzione, sia di perdizione. Ecco perché il peregrinare della Bosio è prima di tutto un peregrinare della mente che si interroga e si risponde per flash improvvisi e illuminanti, che hanno centro Nazareth e leit motiv le parole di Gabriele con l’umile chinare il capo di Maria, ma si dilatano per l’infinito del tempo e dello spazio delle culture che hanno attraversato il percorso umano prima e dopo, lontano o vicino i luoghi dell’evento. Con intrecci infiniti, rispondenze insospettate, svelamenti che sono rivelazioni: nel cui intricarsi non sai se prevalga l’inquieta indagatrice o l’antropologa curiosa, e forse ci sono entrambe. E avviene che il mito della vergine che diventa madre non sia più solo l’ossimoro misterioso e fondante dell’intera impalcatura cristiana, come l’altro, più caro a Paolo, della morte che si risolve nella vita, e siano invece, i due misteri, tracce rivelatrici di un perpetuo interrogarsi che percorre anche altre culture che si sono trasmessi simboli e leggende, contaminandosi tra loro dentro l’attesa di una risposta. Così nella figura di Maria confluiscono Iside come Eva, e le infinite figure della maternità che hanno accompagnato tutte le origini, ed esplorarne i reciproci misteri conduce attraverso gli archivi di Port-Royal come dentro i significati inquietanti della dea greca Pandora o delle intuizioni gnostiche di Giustino o degli arcana che presiedono ai miti induisti. Per approdare al Nietzsche della Gaia Scienza che affermava essere forse “questa la più potente magia della vita: c’è su di essa, intessuto d’oro, un velo di belle possibilità, ricco di promesse, di ritrosie, di pudori, d’irrisioni, di pietà, di seduzione. Sì, la vita è donna”. Col che si torna al senso profondo del libro che si diceva prima: se “la vita è donna”, inseguire la trama di variazioni che partono da quell’Ave Maria dell’annuncio equivale a inseguire la vita e tuffarsi nell’oceano senza fine dei suoi significati, e farlo conseguentemente sub specie mulieris, nel segno femminino che è poi il segno dell’intera opera dell’autrice. Oltre che segno potremmo dire ormai ineludibile di qualsivoglia esplorazione del mondo. Laica e religiosa insieme. Maria è dunque, nella ragnatela infinita di questo libro, la donna-traccia di civiltà di ogni stagione umana, e la sua stessa singolarità conduce all’esplorazione, nel tempo e nello spazio, delle infinite “Marie” che hanno accompagnato la vita umana. In ogni suo momento. “Se un uomo saggio e un comparatista come Ananda Coomaraswamy ricorre all’espressione ‘è fuor di dubbio’ per affermare che ‘un culto dell’Unica Madonna esisteva già nell’era paleolitica’, gli crediamo”, dice la Bosio, confessando di credere alle parole dello studioso più che a quelle di “santi, papi, teologi e ministri cristiani ispirati da Dio”. Il segno della fascinazione, e il suo remoto perché, emerge a questo punto. La perentoria santificazione di Maria, sancita dalle parole dell’Arcangelo, imporrebbe di chiudere la ricerca, “ma noi, confessa la Bosio, più diffidenti e più superbi di san Tommaso, andiamo in cerca di prove”. Che nel libro diventa viluppo di corrispondenze del mito fondante della vergine/madre. E del cui merito cui non mette conto parlare per non sottrarre nulla al piacere della scoperta che è assai spesso il piacere di una conferma o di una rivelazione. Raccontata, per di più, con un linguaggio tanto fitto di contenuti quanto lieve di sentita partecipazione. Col che la santificazione della Maria di Gabriele e del suo Ave diventa, nelle parole pregne di austera commozione e nei pensieri remoti che le sottendono, e nell’intento di chi ha scritto il libro, la santificazione dell’idea stessa della “donna”. Proprio nel senso che Nietzsche aveva detto.
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