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Bonura Giuseppe L'uomo ideale oggi è quello primitivo

RACCONTI

Giuseppe Bonura
L’uomo ideale oggi è quello preventivo

Fasciarsi la testa prima di essersela rotta: ecco il migliore dei comportamenti possibili. Apologo sul significato di un modello invalente che abbiamo visto affermarsi con la logica della “guerra preventiva”

La teoria della guerra preventiva mi ha tolto una spina dal cuore. Prima di questa teoria mi sentivo un essere asociale. Anzi, per dirla tutta, un vigliacco e perfino un criminale. Non è che commettessi azioni particolarmente esecrabili, ma qualcosa combinavo di poco bello e la notte non riuscivo a coricarmi con la coscienza a posto. Non c’era verso di correggermi, era più forte di me. Appena mi accorgevo che qualcuno poteva mettermi i bastoni tra le gambe, o addirittura darmi una lavata di testa, partivo all’attacco. Tutto iniziò con un sospetto. Un giorno di primavera stavo seduto nel negozio del mio barbiere e parlavamo del più e del meno, come succede in simili circostanze. Ogni tanto il barbiere canticchiava una canzone allegra, una delle rare canzoni allegre napoletane. Aveva una voce intonata e calda, anche se un po’ flebile. Io che ci vado matto per le canzoni napoletane, lo ascoltavo beato. Tenevo gli occhi chiusi e sognavo il mare,il venticello, una barca a vela, una ragazza in costume parsimonioso. Intanto il barbiere sforbiciava la mia chioma, che era lunga di sei mesi, quella volta mi piaceva mostrarmi in giro con una capigliatura selvaggia.
D’improvviso mi sembrò che il barbiere volesse raparmi a zero, profittando del fatto che ero in estasi per le sue canzoni napoletane. Mi alzai di colpo, gli strappai di mano le forbici e gliele piantai in una natica. Cominciò a saltare come un grillo impazzito, e chiamava pure aiuto. Di sicuro pensava che ero diventato un energumeno, mentre secondo me lo squilibrato era lui che voleva ridurmi la calotta cranica come una boccia da biliardo. C’è gente che non ammetterà mai di avere torto.
Me ne tornai a casa con tutti i miei capelli dritti, mi ammirai allo specchio e mi congratulai con me stesso per averla scampata bella. Con la pelata avrei fatto ridere i miei amici e soprattutto arrabbiare la mia fidanzata, che amava il pelo ovunque si trovasse. Però avevo un dolorino allo stomaco, e questo era il segno infallibile che stava venendo a galla il rimorso di avere esagerato con il barbiere. I suoi parenti, che erano persone dabbene, mi avrebbero giudicato male. A quel tempo ci tenevo alla mia reputazione di galantuomo, e non mi sfuggiva che il mio comportamento non era stato civile.
Dopopranzo stavo leggendo il giornale quando quella strega della moglie del barbiere mi telefonò per dirmi di non preoccuparmi, che il marito non mi avrebbe mai denunciato, un cliente danaroso come me non voleva perderlo e che comunque la ferita non era profonda. La brava donna credeva di tranquillizzarmi. Invece successe il contrario. Io ho una mente preventiva ed è difficile che non preveda le conseguenze di un gesto o di una parola. Mi vestii di tutto punto, presi la mazza da baseball che avevo scovato in un cassonetto, uscii e andai a piazzarmi a lato del portone del casamento dove abitava il barbiere. Aspettai tre ore, mica uno scherzo. Finalmente la moglie mise la testa fuori, guardò a destra e a sinistra come se temesse d’incontrare qualche malintenzionato. Capii che era una donna diffidente e che era decisa a correre al più vicino commissariato per denunciarmi. Le mollai la mazza sulla schiena, lei mandò un urlo di dolore e cadde in avanti, sbattendo il mento sul marciapiede, quasi per dispetto. Prima di svenire, mormorò:
- E adesso chi va a comprare le medicine per mio marito?
Furba, lei. Voleva darmi a intendere che andava in farmacia. Non le risposi neppure. Ci sono donne che ingannerebbero anche se stesse. A casa sospirai di sollievo per avere evitato la denuncia. Non riuscii a trattenere qualche lacrima di dispiacere per colpa della mazza, che in effetti era più pesante di quanto supponessi. Cenai con gusto e bevvi a piccoli sorsi, per non incappare in una sbornia involontaria, che non è decente per un libero professionista come me. Per la cronaca, faccio l’architetto e sono orgoglioso di avere fatto costruire un palazzo di dodici piani in un prato bellissimo dove si scapriolavano un sacco di cani bastardi che sporcavano dappertutto. E siccome dove ci sono cani bastardi ci sono anche padroni bastardi, io con il mio palazzo ho preventivamente evitato uno sconcio urbanistico e umanistico.
Quella sera davano alla televisione un programma appassionante. Era un reality show. Un tale si fece inchiodare in una cassa da morto che venne calata in una buca profonda tre metri. I partecipanti che fungevano da spalatori la coprirono di terra e si sedettero ad aspettare. Quello che stava nella bara aveva scommesso un miliardo di lire che avrebbe resistito più di cinque minuti. Passati i cinque minuti gli spalatori tolsero la terra e tirarono su la cassa, la aprirono e restarono di stucco. La telecamera fece un suggestivo zoom sulla faccia sfigurata dello sfidante, che con tutta evidenza non respirava più. Lo seppellirono di nuovo e questa volta per sempre, dato che il reality show si svolgeva nel cimitero di un paesino di Nord-Est. La conduttrice si scusò con i telespettatori e diede tutta la colpa dell’increscioso incidente al morto, che aveva scommesso a vanvera sopravvalutando la propria capacità polmonare.
Io mi sbellicavo dalle risate quando squillò il telefono. Era il medico del barbiere e della moglie. Ce l’aveva con me per avere fracassato la schiena della signora. Replicai che volevo solo impedirle di denunciarmi, le donne sono maligne. Il medico mi insultò di brutto e mi sbatté il telefono sul muso. Non ci vidi più. Ci sono medici che per seconda professione hanno il vezzo di denunciare i cittadini alle autorità costituite. Conoscevo un tale che smerciava, lasciamo perdere. Mi armai di un martello e mi precipitai nell’appartamento del barbiere. Il medico stava uscendo in quell’istante e io gli affibbiai una tremenda martellata sul piede destro, sentii uno scricchiolio di ossa e mi misi a piangere. A causa della penombra, avevo sbagliato mira e gli avevo fratturato il perone e la tibia, per fortuna non era un giocatore di calcio.
Non sono cinico come tanti che conosco. Mi caricai il medico sulle spalle, chiamai un taxi con il cellulare e lo accompagnai all’ospedale. Lo sistemarono in una camera accogliente, assieme ad altri quattro pazienti che erano andati a sbattere con la loro macchina contro il muro di un vicolo cieco. Gli raccomandai di dormire, gli augurai la buona notte e finalmente potei tornare a casa. Non riuscivo a prendere sonno. Il mio cervello preventivo mi diceva che c’era un pericolo imminente. Il medico avrebbe potuto raccontare la sua disgraziata avventura ai quattro pazienti. In genere chi va a sbattere contro il muro di un vicolo cieco ce l’ha con il mondo intero, figuriamoci con me. Quelle quattro canaglie sarebbero state capaci di promettere al medico che se lui non ne aveva il coraggio mi avrebbero denunciato al posto suo. Non c’era tempo da perdere. Mi vestii di nuovo, bevvi otto caffè caldi caldi, riempii una bottiglia di un potentissimo sonnifero liquido, che di solito usavo quando andavo in campagna con il mio fuoristrada rosso e dovevo preventivamente addormentare i tori, e mi saettai all’ospedale. I quattro del vicolo cieco erano immobilizzai nei loro lettini, carichi di gesso e di fasciature, e pertanto non mi fu difficile fargli ingurgitare il sonnifero. Seppi in seguito che avevano dormito per nove settimane e mezzo.
La mia vita riprese sotto i migliori auspici economici e morali, e se non fosse stato per i miei costanti pensieri preventivi, avrei potuto dirmi felice. Se non preventivavo un danno personale, non ero soddisfatto. Una mattina ebbi una folgorazione. Io e la mia fidanzata avevamo concordato la data delle nozze, ma ecco che a un tratto pensai che nessuno poteva garantirmi la sua fedeltà di moglie, e per evitare di diventare un cornuto la piantai di colpo. Lei ci rimase male, ma anch’io passai giorni tristi. I suoi genitori, ogni volta che mi incrociavano, cambiavano strada, e avevo l’impressione che suo padre sputasse di traverso per manifestarmi il suo disprezzo. Ci sono uomini incapaci di risparmiare la saliva, questo bisogna dirlo. Poi ci fu un altro episodio che mi turbò. Nel mio palazzo venne ad abitare una coppia di sposi maturi che avevano otto figli, tre femminucce e cinque maschietti. Giocavano sempre sul pianerottolo e per le scale e si divertivano da matti. Ma il mio sguardo preventivo aveva notato che le deliziose femminucce portavano scarpe con la punta rialzata e i maschietti calzavano gli anfibi. Siccome io non prendo l’ascensore per partito preso, ogni volta che scendevo le scale temevo che gli otto piccoli filibustieri mi facessero lo sgambetto. Mi sarei spezzato l’osso del collo. Per non correre questo rischio, li azzoppai tutti quanti con una gragnola di randellate sulle dita dei piedi.
Un coro di violente ingiurie si levò dagli inquilini del palazzo, senza contare i genitori dei bambinetti. Il padre ebbe il coraggio di avvisarmi che prima mi avrebbe spaccato il cranio e poi sarebbe andato a denunciarmi. Era stato poco astuto. Non doveva minacciarmi. Mi misi una pentola di rame in testa a protezione delle mie delicate meningi e cominciai a pensare a come potevo prevenire la denuncia. Alla fine ebbi una pensata fenomenale. Comprai una tanica di benzina e con una torcia fiammeggiante mi presentai davanti alla porta della famiglia rompiscatole. Suonai ripetutamente e quando aprirono dissi chiaro e tondo che dovevano ritirare la denuncia, altrimenti avrei dato fuoco all’appartamento. L’uomo mi rispose che non poteva ritirare la denuncia, visto che non mi aveva ancora denunciato. Era vero, ma io sono un uomo preventivo e quindi era mio dovere fasciarmi la testa prima di essermela rotta. Ci sono uomini che hanno un intuito prodigioso. L’uomo capì subito che con una tanica di benzina e una torcia accesa c’era poco da scherzare, mi porse un battipanni e mi incitò a impartire un’altra lezione ai figli. Beh, non esageriamo, gli dissi. lo ringraziai e me ne tornai nel mio appartamento. Avevo però un oscuro rimorso, chissà perché. Quella sera stessa annunciarono in televisione che era stata dichiarata la guerra preventiva. Balzai dalla poltrona e gridai hurrà. Ora potevo legalmente dare sfogo alla mia passione per le spedizioni preventive. Nessuno avrebbe potuto biasimarmi, la legge è legge. Attualmente la mia coscienza è limpida e dormo sonni tranquilli.


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