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Balzano Marco - Il figlio del figlio

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Viaggio da Milano a Barletta in cerca di tre generazioni

MARCO BALZANO
Il figlio del figlio
pp. 154, euro 13.
Avagliano, 2010

Sergio D'Amaro

Dalle scarne notizie biografiche che accompagnano il libro di Marco Balzano, Il figlio del figlio, si evince un'età giovanile e una recente dedizione alla letteratura, suffragata da buoni riconoscimenti. Da uno scrittore della sua generazione ci si aspetterebbe racconti minimalisti, iperrealisti o neosperimentali. Invece si incontra un romanzo pacato, controllato fino all'ultima virgola, graduato nei sentimenti e affidato ad un gioco sapiente di memorie incastrate l'una nell'altra e tra loro dialoganti. In realtà il miracolo narrativo (piccolo o grande) di Balzano sta nel raccontare una storia verosimilmente autentica ed eticamente fondata: il protagonista in prima persona, giovane professore precario appeso ad inattendibili graduatorie, è l'ultimo rampollo di un'esemplare trafila generazionale italiana, che vede nel nonno l'antico seme della gente contadina e nel padre contempla l'emigrante andato a Milano a tentare il cambiamento.
La vicenda si snoda nell'arco del viaggio che nonno, padre e nipote compiono per raggiungere l'originaria Barletta, dove è stata messa in vendita la casa affacciata sul mare, ultima roccaforte tangibile di un radicamento strappato a viva forza dagli eventi famigliari. La strada del ritorno diventa itinerario a ritroso nel profondo dei ricordi e della coscienza. Nonno, padre e nipote agiscono, parlano, si muovono in questo mobile scenario, ritrovando implicitamente nel loro destino una parte del cambiamento antropologico che ha segnato l'Italia e il Mezzogiorno dal dopoguerra alla nuova grande crisi economica degli ultimi anni.
Storia edificante o storia mortificante? Balzano propende per il pessimismo della ragione. La casa in vendita viene valutata 70 mila euro: conserva qualcosa di buono, ma il suo prezzo non è quello delle agenzie immobiliari. È una casa che assomiglia al Sud: un po' rattoppata, un po' saccheggiata, un po' desertificata, riconoscibile con un certo sforzo in mezzo alle colate di cemento e agli attacchi di abusivismo. Ritornato col nonno e col padre al paese di una volta, il giovane tenta un bilancio di tre generazioni: dal vecchio contadino che ormai deve rinunciare anche al suo ultimo filo di radice, al padre emigrato e senza più illusioni di riscatto, fino a sé figlio ritrovatosi precario e come in un paradossale gioco dell'oca ritornato all'inizio del cammino. "Eppure la città vista dal mare, - scrive Balzano - le palme, le facciate a scaglie, la schiena delle case di Barletta vecchia aggrumate una sull'altra non mi appartenevano se non perché ci ritrovavo echi di quei due, scatti di memoria sbiancata. Eppure piangevo. Eppure sentivo di essere anch'io lo sradicato, di esserlo sempre stato". Balzano interpreta così i sentimenti dei trena-quarantenni di oggi, ma non accetta più il fatalismo del passato, essendo il suo un esame liberatorio valido almeno per la sua coscienza.

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