SILVIA BALLESTRA Tutto su mia nonna
pp. 200, euro 13,50 Einaudi, 2004 |
Gianni Bonina
Reso nei modi di un pastiche monologante, il romanzo di Silvia Ballestra Tutto su mia nonna involge una variazione sul tema a lei caro delle donne: delle donne di forte vissuto e di sentimenti accesi. Ma è anche, entro motivi propri dell’autrice marchigiana, un’analisi etnoantropologica di una terra, quella natale, dove la coscienza dello sradicamento integra il senso immoto del destino, donde il ritorno a essa è sentito con il retrogusto della riappropriazione di valori condivisi e circoscritti. E la nonna, mitologema di una società che tra famiglia e paese ha fatto valere e mantenuto una matrice matriarcale, è il must che muove una vena di rimpianto e di angoscia, il modello cui riferire una certa idea di provincia, fatta di maniere etiche, di biénseance e buongusto. C’è anche, è vero, il carico di una vicenda personale, il dolore della perdita della nonna, la propria esperienza di donna strappata alla buona terra di casa; ma qui la nonna assurge, ben più che a simposiarca del larario, a irenica interprete di un tempo che porta i segni di un’epoca, a unità di misura del mutamento delle generazioni e delle loro mentalità, a kairos omerico della trasmutazione dallo spazio al tempo. Nella scritta murale che a inizio di ogni estate un contadino piceno rietera, “Sinda quanto coce stu sale” (senti quanto scotta questo sole), c’è tutto il senso di una esistenza scandita dalle stagioni e regolata sulla natura, ma c’è di più: c’è una lingua che di quelle e questa fa un tout-de-même insolubile, calcinato nella forza di una cultura che non vuole piegarsi a istanze mondializzatrici e che trova in se stessa una parusia moderna, il principio giustificativo e normativo di ogni legame affettivo: con la famiglia, con la terra, con se stessi. Scritto currenti calamo, come uno sfogo e con un uso della punteggiatura che segna le pause del discorso, Tutto su mia nonna è un libro generazionale ma non più giovanilista: di un post-minimalismo che si schiude a un orizzonte sul quale si allineano i buoni sentimenti, i cari buoni valori della provincia. Stilos ne ha parlato con la Ballestra. In realtà lei non tanto dice tutto su sua nonna quanto piuttosto su se stessa, tant’è che a un certo punto parla di “confessione”. Perché ha voluto mettersi a nudo portando alla finestra anche la sua famiglia?
Volevo raccontare, come si dice nel libro, la storia di tre generazioni di donne: quello che c’è di comune e che si tramanda in una linea matriarcale. Ma anche quello che è cambiato in un periodo fondamentale della storia delle donne, il Novecento, che ha visto la liberazione e l’affermazione di un nuovo modello femminile. Si racconta di ragazze che hanno studiato, lavorato, fatto delle scelte prima impensabili. Comunque, della mia famiglia, che è effettivamente una famiglia di donne, ci siamo nonna e io (e infatti conserviamo i nostri veri nomi): gli altri personaggi sono molto romanzati. Quanto al mettersi a nudo, leggendo il bel saggio della linguista Chiara Zamboni, ho trovato questa frase di Walter Benjamin: “Vivere tra pareti di vetro è una virtù rivoluzionaria per eccellenza. (…) La discrezione nelle cose della propria vita non è più una virtù aristocratica, è diventata sempre più una caratteristica di piccoli borghesi arrivati.” Mi ha anche molto colpito l’ultimo spettacolo di Antonio Rezza, che davvero si mette in scena nudo. Non per semplice volontà di scandalo, ma come risposta (anche comica) a un conformismo, a un mortorio generalizzato di un ambiente culturale asfittico molto frustrante e depressivo. Altrove però definisce questa sua prova "un saggio di antropologia picena": a indicare la scena sulla quale si svolge l'intera sua vicenda familiare.
Sì, come sempre, mi interessava raccontare un paesaggio umano fin qui poco raccontato. Il Piceno, come ho sostenuto sempre, è un luogo abbastanza integro e per me interessantissimo. Come definisce questo suo libro: un romanzo, un diario, “una confessione”, una “biografia romanzesca” come quella pensata dall’autrice implicita per Carl Schmitt, un divertissement? O magari un atto di dolore o uno scherzo?
Lo definisco un romanzo. Un romanzo anche di ricerca, che scherza sul genere “polpettone familiare” (tutte queste saghe un po’ sacrali che durano centinaia di pagine e raccontano secoli di storia, sempre seriose). Dunque, volendo, è tutto questo messo insieme. L’atto di dolore ce lo vedo meno, non è mai stato nelle mie corde. Si coglie una vena sperimentale e si sente una voce cervantina, un gioco a nascondere stabilito con il lettore, eletto a destinatario o ascoltatore. Quanto ha agito questo penchant nelle sue intenzioni?
E’ vero, anche se non so mai quantificare quanto agisce una forza piuttosto che un’altra. So che è un lavoro sperimentale, decisamente, scopertamente sperimentale. So da dove origina: da un racconto degli Orsi, da certe lettere di famiglia degli anni Cinquanta, da un convegno torinese sul Battaglia ove tirai fuori la questione della lingua materna (e nonnesca), dalle notti insonni dello scorso anno passate a osservare un’anziana vicina che vive da sola. Dal bel film di Alina Marazzi, Un’ora sola ti vorrei, confezionato su materiali di famiglia, da certi racconti di Alice Munro, dalle paure indotte post 11 Settembre, dal capolavoro della marchigiana Dolores Prato Al, Giù la piazza non c’è nessuno, dal surrealismo di Almodovar, da una vecchia canzone dei Rem… Dalla volontà di tornare a giocare con i personaggi e la lingua, mentre altrove sto facendo un lavoro diversissimo. E’ una ricreazione e nello stesso tempo la ripresa di una pista già percorsa ma non esplorata fino in fondo, all’epoca. Si capisce dal clima del libro che da molto tempo lei pensava a un testo del genere. Che sembrerebbe avere avuto una prova propedeutica con la sua trilogia, anche quei tre romanzi essendo ispirati a intenti autobiografici.
No, non credo che la trilogia di Nina sia una preparazione a questo ultimo libro. Li vedo abbastanza slegati, questo ultimo è più parente di un’esperienza che è rimasta un po’ isolata (lo dico pensando a blocchi più compatti, come gli Antò e le Nine, appunto) e che è la raccolta Gli Orsi. Comunque, per dirla tutta, io credo che l’autobiografia non esista. Non quando parliamo di romanzi. Posso dirlo con forza proprio dopo aver maneggiato così a lungo questo tipo di materiali. I personaggi e le storie prendono (impongono) un andamento assolutamente loro, hanno un destino che se fosse brutalmente aderente alla realtà non risulterebbe poi così plausibile romanzescamente. E poi si operano delle scelte. L’autobiografia, la biografia, è un genere più “scientifico”, più rigoroso. Insomma più storico, con documenti, testimonianze, verifiche incrociate. Qui ci sono molti elementi di invenzione, c’è proprio, a detta di chi l’ha letto, surrealismo. Parlando del "romanzo da farsi" lei si augura di scrivere un testo alla Benigni, che faccia ridere e piangere. In effetti la storia che racconta ha un andamento tragicomico, con aspetti ilari e altri fortemente drammatici.
Quell’affermazione fa parte di un gioco attorno a Stile Libero e alla Einaudi. E’ un omaggio scherzoso. Però non so se la mia storia sia poi così tragica: è una storia comune, parlando dell’esistenza. Si nasce, si muore, si litiga, ci si vuol bene. L’aspetto doloroso è forse dato proprio da questa volontà di guardare da vicino ciò che succede nelle nostre storie. E dunque c’è nostalgia, in questo consiste forse l’aspetto doloroso. La storia comincia da un ritorno alla terra delle madri e assume un passo molto vittoriniano. Curiosamente però Conversazione in Sicilia finisce in un cimitero mentre il suo romanzo comincia con una visita al cimitero.
Comincia al cimitero perché la nonna è morta mentre la narratrice si trova lontana. Comunque i cimiteri sono bei posti, almeno quelli marchigiani. Anche il cimitero monumentale di Milano è un bel posto, un giardino, uno spazio inaspettato che si apre nel cuore di una città esagitata, tutta concentrata sull’efficienza e il lavoro. Lei restituisce il portato della cultura marchigiana, quasi una civiltà perduta. Il capitolo finale, dedicato alle parole desuete e autoctone, ha il tono del trattato etnologico. Un verso che tradisce peraltro il suo forte attaccamento alle Marche. Le parole, lei scrive, sono come i penati, da portare appresso.
Mi piaceva mostrare come la libertà la si possa esercitare anzitutto nella familiarità, nel gioco, con la lingua. In questo caso la lingua materna che è la prima lingua che ci fornisce una visione del mondo primaria, quella su cui si fonderà tutta la nostra crescita futura. I due inserti in cui è presente "l'ospite passante" hanno un fondo decisamente pirandelliano. E non a caso il personaggio si chiama Sabrino Pirandellu: un personaggio appunto con il quale lei parla del libro da fare e che è una specie di suo grillo parlante, oltre che il rappresentante di tutti gli altri suoi personaggi, da Antò Lu Purk a Checco Ceramicola. Pirandellu arriva a dirle: "Io sono tutti i delitti che lei ha compiuto, signora".
I miei personaggi sono vivi e vegeti. Stanno tutti benissimo, tanto che, oltre a essere ricomparsi nel Compagno di mezzanotte, ove Nina incontra Antò Lu Purk, stanno anche riuscendo nei Tascabili Einaudi. La guerra degli Antò infatti viene ripubblicata il mese prossimo e, detto con grande modestia, mi sembra in ottima forma. Non troppo invecchiata, anzi (purtroppo, vista la guerra in corso) tragicamente attuale. Questo libro è stato scritto a due mani, le sue, oppure a tanti mani quante sono quelle dei suoi familiari in vita? Insomma, non ci sono le gratulatorie finali ma il contributo altrui c’è stato o no? O i suoi parenti leggeranno il libro insieme con i lettori?
I miei parenti leggeranno il libro assieme ai lettori: sono tutti abbastanza colti e ironici da capire che si tratta solo di un romanzo.
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