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Bajani Andrea - Mi spezzo ma non m'impiego

INTERVISTE

 

Flessibilità, l'abito della festa della precarietà

ANDREA BAJANI
Mi spezzo ma
non m’impiego

pp. 149, euro 10,80
Einaudi, 2006

di Gianni Bonina

L’osservazione di Fielding, per il quale è ingiusto farsi un’opinione di un uomo secondo il lavoro che fa non ha oggi più senso perché invale sempre più il fenomeno del lavoro temporaneo e precario. La nuova generazione che dai venti arriva fino ai quarant’anni ha normalizzato un’eccezione: svolgere anche in concomitanza più lavori tra di essi differenti senza riuscire a identificarsi in nessuno e sognando di farne uno ancora diverso ma soprattutto definitivo. Fino al paradosso del «Job sharing», il lavoro ripartito con un’altra persona con la quale dividere orari, competenze e stipendio. È nato così l’uomo provvisorio, con incalcolabili effetti sulla sua salute mentale e sullo stato sociale, l’uomo che fino a qualche anno fa si chiamava «interinale» e che oggi ha fatto posto al cosiddetto «uomo somministrato», un privilegiato rispetto al primo perché i suoi contratti a termine sono soggetti a una serie ripetuta di rinnovi facendone un lavoratore a tempo pressoché indeterminato e molto atipico. Andrea Bajani ha esplorato questa giungla di sigle, di figure e categorie scrivendo un libro che fotografa la realtà italiana relativa ai giovani disoccupati e inoccupati, ma anche a quanti, anche cinquantenni, sono in cerca di ricollocazione. Si tratta di una marea montante di «lavoratori flessibili» che hanno vissuto i «co.co.co.», poi i «co.co.pro.» per accettare infine di essere dei «vi.pro.», cioè dei «Lap» (lavoratori a progetto) che della loro vita hanno finito per fare un progetto.
Scrivendo alla fine che se i precari italiani sono pochi questo libro sarebbe destinato a una ristretta cerchia di persone, lei sembra tradire il proposito di averlo invece scritto immaginandolo destinato a milioni di persone. Insomma, se il male fosse diffuso alla fine ci guadagnerebbe pure lei. Non avendo potuto calcolarli si augura che i precari siano davvero milioni?
Era una provocazione. C’è una tendenza a circoscrivere il dibattito sui lavoratori precari alla loro consistenza numerica. Considerando la sostanziale impossibilità, in Italia, di avere dati certi, ecco che il dibattito si riduce a una schermaglia tra gente con la calcolatrice in mano. Ognuno si porta nell’arena la sua cifra, frutto di un’interpretazione che non può essere smentita se non cambiando parametri. Sono molto buffi questi scontri gladiatorî: somigliano molto più alle tombole di Natale che non a un confronto su una situazione sociale allarmante. Limitando il campo ai numeri, fatalmente resta tagliato fuori il nocciolo del problema, che sono le persone, ovvero l’impatto che la precarietà (di cui la flessibilità non è che l’abito della festa) ha sulla vita di molte donne e di molti uomini. Da qualunque parte la si voglia guardare, il nodo del problema resta questo. E da qualsiasi prospettiva la si voglia calcolare, sono milioni le persone che in Italia non stanno bene. Mi sembrava importante, in questa piccola sezione finale, puntare l’attenzione sul fatto che i più precari di tutti, in Italia, sono i dati sui lavoratori precari. Sono dati flessibili, atipici. Dati a progetto: cambiano in base alle finalità per le quali vengono utilizzati. In fondo è un metodo efficace, questo di confondere le acque per non confrontarsi con la realtà.

Il libro si costituisce come uno studio rigoroso e oggettivo, ma lei alla fine ammette che è anche una autobiografia.

Ho parlato di me nella misura in cui sono anagraficamente immerso in un contesto frammentato. Sono cresciuto con un orizzonte lavorativo intermittente, passando di lavoro in lavoro ogni pochi mesi, disabituandomi quasi del tutto all’aspettativa del posto fisso. È un’autobiografia perché individua una costante, che è una forma di incertezza diffusa tra i lavoratori. Mi sento libero di chiamare lavoratore anche chi non ha un lavoro, visto che la Legge Biagi dice che si può definire «lavoratore» anche chi è «in cerca di un lavoro». Non è più necessario lavorare, per essere occupati. Mi sembra una grandissima conquista sociale. Non trova? Quanto al libro, non l’ho pensato come uno studio rigoroso e oggettivo. È piuttosto una sorta di reportage satirico, il punto di arrivo di un viaggio di uno scrittore in una realtà, lavorativa ma non solo, troppo spesso trascurata o ridotta a macchietta. È il risultato di centinaia di incontri in tutta Italia, di centinaia di chiacchierate non solo con lavoratori precari, ma anche con economisti, sindacalisti, esperti di diritto del lavoro, direttori di agenzie interinali, direttori del personale, esperti di formazione. Quello che ne ho riportato indietro è questo Mi spezzo ma non m’impiego, che è un racconto in prima persona, un viaggio personale in un universo che sta dilagando rapidamente, che è ormai così trasversale da non poter essere circoscritto a un’unica classe sociale.

Lei ha individuato con precisione la natura del precario oggi, perché perlopiù si tratta di suoi coetanei. Ma come è riuscito a fissare la psicologia dei precari cinquantenni? Ha un’esperienza personale del fenomeno?

I trentenni sono semplicemente i più immersi in questo contesto. Sono (siamo) in qualche modo l’ultima generazione a conservare memoria di un mondo precedente, tenuto in vita dai nostri genitori. Le prossime generazioni hanno come unico orizzonte questo orizzonte frammentato. Sono sempre di più le famiglie in cui sono precari tanto i figli quanto i genitori. Lei faceva riferimento ai lavoratori cinquantenni. Durante il mio viaggio ne ho incontrati molti. Mi interessava uscire dallo stereotipo del precario trentenne che va avanti a lavoretti. La realtà è più complessa, e questo mondo del lavoro in frantumi sta travolgendo tipologie di persone che travalicano gli stereotipi. Per persone di cinquant’anni è tutto molto più drammatico. Sentirsi privare di un sistema che si pensava come definitivo, e vedersi catapultati in un mondo del lavoro intermittente, può essere molto difficile. I figli, da un certo punto di vista, si adattano con più facilità proprio perché ci sono cresciuti, con quel mondo. È un po’ come l’apprendimento di un’altra lingua, che i grandi imparano e poi parlano goffamente. Quasi vergognandosene.

Ma c’è anche la famiglia nelle sue dinamiche interne che lei indaga con un’attenzione tale da postulare una conoscenza diretta della realtà. L’intuizione che nascono da un lato lavoratori a tempo determinato e da un altro genitori a tempo indeterminato è frutto di una frequentazione non occasionale del fenomeno.

La famiglia è un nodo importantissimo. È parte di un sistema complesso e disgregato, di cui il lavoro è un parte importante ma è pur sempre una parte. La generazione dei trentenni è la prima che si trova, volente o nolente, a rosicchiare le riserve di grasso dei genitori, a fare affidamento sulla loro stabilità. È il rovesciamento del proletariato, in qualche modo. Se i proletari avevano come unico patrimonio quello dei figli, i precari hanno come unico patrimonio il patrimonio dei genitori. A questo siamo arrivati. I genitori hanno spesso fatto sacrifici per garantire un futuro ai propri figli, per poi trovarseli ancora in casa, o comunque economicamente non indipendenti.
Vedersi chiedere la paghetta da una persona di oltre trent’anni non credo sia un bello spettacolo. Chiedere la paghetta a oltre trent’anni lo è ancora di meno. Da questa situazione nascono conflitti nuovi tra le generazioni, o istinti di iperprotezione alla lunga controproducenti per entrambi.
Altra intuizione di rilievo è che ci sono lavori che «tornano come costanti nel percorso di molte persone»: come dire anche che l’offerta è molto circoscritta.
Sì, ci sono percorsi lavorativi molto simili. O meglio, ci sono settori in cui il mercato è più in espansione e che si tiene in piedi sostanzialmente grazie ai contratti «atipici», che diventano quindi paradossalmente i più «tipici» tra i contratti in essere. Fa molto comodo, ripara dai rischi e costa meno. Il call center è indubbiamente il settore in cui c’è maggior ricambio, per usare un brutto termine. Non c’è quasi nessun giovane, soprattutto nelle grandi città, che non sia passato per un call center. Sono in tanti, in particolare, che ci finiscono per non sapere dove altro sbattere la testa. Alcuni pensano di starci soltanto per un po’e poi finiscono per passare anni tra un call center e l’altro, tra una cuffietta e l’altra, tra un «Buongiorno» e l’altro.
La ricerca del lavoro stabile viene da lei assimilata all’idea di viaggio geografico, più esattamente al viaggio last minute: non si sa quando si parte e dove si va. Questa condizione richiama prepotentemente la sostanza di Cordiali saluti. Il «clima», come lei lo chiama, è lo stesso.
Tutto il libro è organizzato come una guida di viaggio. È partito dalla constatazione che le vetrine delle agenzie di viaggio e quelle delle agenzie di lavoro temporaneo, viste da fuori, sono assolutamente identiche. D’altra parte come il viaggio, anche il lavoro è ormai diventato intermittente, è un’esperienza momentanea. Il lavoro precario è una sorta di vacanza dalla disoccupazione. Al posto di andare un mese a New York, si va due mesi a fare la segretaria del notaio. Si tratta di quel clima di incertezza che, come giustamente sottolinea, raccontavo in Cordiali saluti. In quel caso si trattava di un romanzo ma il clima di rischio era lo stesso. In effetti ai tempi dell’uscita di Cordiali saluti mi aveva un po’ sorpreso, questo definirlo «romanzo sul precariato». Eppure, ripensandoci a posteriori, quel sentimento diffuso di pericolo che si respirava nell’azienda di Cordiali saluti è lo stesso che ora provano milioni di persone. In quel caso era una situazione contingente (un momento di «riorganizzazione»), oggi il senso di incertezza è diventato strutturale.

Cordiali saluti è un romanzo. Questo decisamente no. Eppure c’è un filo narratologico che tiene il libro.

D’altra parte io sono uno scrittore, e non un sociologo. Quello che volevo fare era provare a raccontare, anche ironicamente, la complessità di un sistema vittima di troppe semplificazioni. Però volevo farlo utilizzando un linguaggio che fosse comprensibile, che le pesone sentissero come proprio. I lavoratori precari soffrono anche di un problema di «rappresentanza», intesa non soltanto in senso sindacale. Quando si parla dei lavoratori precari, normalmente si fanno dei grafici a torta colorati. Oppure dei diagrammi. Come se i lavoratori fossero barili di petrolio. Invece i lavoratori hanno storie personali, che sono storie lavorative, come dicevo, ma non solo. Io ho provato a raccontare queste storie, a metterle tutte insieme in un testo che non fosse propriamente romanzo, ma in cui quelle storie potessero continuare a vivere.

Ha davvero girato l’Italia «alla ricerca del miracolo della flessibilità»? Nel libro il viaggio non si vede, è solo annunciato e preparato.

Nel libro parlo di due viaggi. Il primo, quello a cui lei allude, è quello che ho fatto in giro per l’Italia prima di iniziare a scrivere Mi spezzo ma non m’impiego. Un viaggio lungo, entusiasmante, che a tratti mi è sembrato un viaggio all’inferno. Lì ho raccolto il materiale che poi mi è servito per raccontare un secndo tipo di viaggio. Quello metaforico dei lavori last minute, degli impieghi/soggiorno in località sconosciute.
Si travestiva davvero per andare a iscriversi come disoccupato nelle agenzie di lavoro temporaneo?
Bè, sì. Sono entrato spesso nelle agenzie o nei centri per l’impiego chiedendo informazioni e inventandomi profili professionali ogni volta diversi. Era piuttosto curioso studiare le reazioni di queste persone.
Come è arrivato a determinare la differenza tra «uomo interinale» e «uomo somministrato»: studiando o osservando?
I lavoratori precari tendono a identificarsi più con una tipologia contrattuale che con una tipologia di impiego. L’impiego cambia più spesso di quanto non cambi il tipo di contratto. Così capita non di rado di sentire persone dire «Sono una partita Iva», «Sono un contratto a progetto», «Sono un somministrato». Ci si riconosce nel contratto. E questo spiega anche la disaffezione al lavoro di cui spesso vengono accusati i trentenni.

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