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Baccomo Federico - Studio illegale

INTERVISTE

 

Vita frenetica di un avvocato d'affari

FEDERICO BACCOMO
Studio illegale
pp. 218, euro 17
Marsilio, 2009


Seia Montanelli

All’inizio c’erano un blog molto famoso in rete (studioillegale.splinder.com) e un alter ego (Andrea Campi) amato e odiato dai suoi colleghi avvocati che ogni giorno ne leggevano il diario on line. Poi è arrivato il romanzo “Studio illegale” pubblicato da Marsilio, che non è la semplice trasposizione su carta dell’omonimo virtuale, ma una bella prova d’esordio per Federico Baccomo, giovane e brillante avvocato milanese che abbandonato l’anonimato della rete ha vinto la sua scommessa collezionando ben cinque edizioni del suo libro e 12.000 copie vendute a meno di un mese dalla sua pubblicazione.

“Studio illegale” racconta la vita frenetica della misteriosa figura dell’avvocato d’affari, che trascorre le sue giornate a immaginare clausole capestro o dirimere complicatissime questioni legal-finanziarie. Il protagonista della storia vede scorrere la propria vita seduto per più di 14 ore al giorno a una scrivania consumando pasti fast-food e bevendo caffè dai distributori automatici, mentre tutt’intorno a lui si svela un vorticoso mondo di caratteri e situazioni ai limiti del disumano, che Baccomo da vero conoscitore di quel mondo per averlo frequentato per qualche tempo, riesce a cogliere e raccontare con amara ironia, smascherando le nevrosi e le miserie di esistenze piene di nulla votate alla carriera.

Partiamo dai versi in epigrafe. Davvero interpretare se stessi è un ruolo per il quale è prevista un'audizione? E davvero esiste la possibilità di non ottenere la parte?

È un’immagine, quella dell’audizione per il ruolo di se stessi, che mi ha colpito. Credo che dipenda dalla capacità, o forse più concretamente dalla possibilità, di poter seguire le proprie inclinazioni, sia umanamente che professionalmente. E, invece, spesso ci si trova a indossare un abito professionale, o addirittura sociale, che ci è estraneo, per dimostrare qualcosa, per compiacere qualcuno. E allora può finire che ci si senta un po’ come in mezzo a un lungo provino, con la paura, alla fine, di sentirsi dire: “non ci richiami, ci faremo sentire noi”.

Tempo fa i fratelli Coen, criticati per le figure di funzionari della CIA depressi e psicotici di "Burn after reading", hanno affermato che gli uomini dell'Agency, così come sono, somigliano spesso più a figure di una pièce di Ionesco che a funzionari zelanti o gelidi manipolatori. In "Studio illegale" gran parte dei personaggi sono figure grottesche, così come i dialoghi hanno una vena costantemente sopra le righe, quasi surreale (penso specialmente ai vari intermezzi dal titolo "Ti offro un caffè"). E' una intenzione dissacratoria, oppure quei dialoghi e quei personaggi si avvicinano alla realtà più di quanto il lettore casuale tenda a credere?

Direi entrambi le cose: da un lato le situazioni descritte sono molto meno fantasiose di quanto possa sembrare, dall’altro è vero che ho cercato di raccontarle ed accostarle in modo da raggiungere il maggiore effetto comico (o tragico, a seconda di come si voglia vederlo). Come nel film dei Coen, c’era l’intenzione di mettere in una prospettiva diversa un ambiente professionale – quello degli avvocati d’affari – che dietro un’aura di rigore, quasi di sacralità, nasconde aspetti che di rigoroso e sacro non hanno poi molto. Mi è sembrato efficace giocare all’accumulo, di situazioni, di dialoghi, di caratteri, per ottenere un risultato che, per quanto straniante nella sua assurdità, non fosse però irreale. Un po’ come capita anche nel quotidiano. Per dire, ieri sono stato a vedere una casa e, quando la proprietaria mi ha portato sul balcone, mi ha detto: “E poi guardi che bella vista”. Al che, io le ho indicato un casermone che copriva tutta la visuale. E lei, annuendo, ha detto: “Ma se non ci fosse, si vedrebbe il Duomo”. Ionesco ci sarebbe andato a nozze.

Il libro racconta la storia di un quotidiano gioco al massacro professionale, eppure i personaggi sembrano viverlo con indifferenza e quasi con compiacimento. I rari momenti di lucidità, come lo sfogo di Giovannino poco prima di metà libro, non hanno esiti, i tentativi di ribellione cadono per assuefazione o per stanchezza. Accade veramente così? L'unica soluzione, ci dice il protagonista col suo comportamento, è fare le valige e andarsene. Tu che hai fatto la medesima cosa dimettendoti dallo studio in cui lavoravi, la pensi come Andrea Campi?

È proprio l’atteggiamento che cercavo di descrivere: quell’osservare la propria vita con una certa indifferenza, come fosse altro da noi, un po’ per spossatezza, un po’ per assuefazione, e un po’ – forse soprattutto – come una sorta di auto-difesa. È il concetto del “tieni duro, non ci pensare” che si applica di fronte a tutto ciò che potrebbe incrinare o comunque rimettere in discussione le scelte fatte fino a quel momento. Così, alle volte, piuttosto che cambiare direzione o anche solo fermarsi, si preferisce continuare a correre a testa bassa e limitare lo sfogo a quei pochi attimi di rabbia o di auto-ironia. Naturalmente non è una regola generale, non voglio dire che chi porta avanti una certa carriera lo faccia sovrappensiero, solo era quello che facevo io e che fa il protagonista del libro. Poi, una soluzione vera e propria non c’è: Andrea, come me, non ha un’idea molto chiara di cosa farà della sua vita, per entrambi però riprendersela in mano è già abbastanza.

Tu hai fatto dell’uso del "linguaggio da ufficio", con i suoi anglicismi, una tua cifra stilistica. È un linguaggio moderno, vivo, e a tratti esilarante. Come lavori questa lingua? Ti ispiri al parlato della gente che lavora in ambito legale? Da dove moduli espressioni, sintassi, ritmo?

Questa è una cosa che mi fa molto piacere. Solitamente, da avvocato, sono abituato a scrivere frasi come “confidando che quanto sopra contribuisca a dissipare ogni dubbio e/o perplessità al riguardo”, a usare insomma un linguaggio che non ha alcun legame né con la realtà, né con quell’eleganza che cerca di riprodurre in modo un po’ goffo. Mi piaceva invece che il romanzo, e soprattutto i dialoghi, fossero vivi, reali, senza cedere comunque a quella formula di “scrittura orale” che altri, molto meglio di me, hanno già sviluppato. In qualche modo, ho provato a distinguere la prosa, in cui ho cercato di rimanere sempre misurato, pulito, regolare, dai dialoghi, in cui invece ho lasciato che trovassero spazio gli eccessi, l’esuberanza, anche la volgarità, della lingua parlata.

Spesso, nell'ambiente di "Studio illegale", l'uso di un lessico iperspecializzato maschera situazioni di alienazione, e addirittura s'incontrano esemplari che, sembra, hanno già subito la famigerata "mutazione antropologica" (esemplare è la scena del colloquio di lavoro con Mantecato Cristoforis Giorgio). Corriamo davvero il rischio di ritrovarci tra le mani un mondo del lavoro in cui non si riesce più a chiamare le cose col loro nome?

Più che un rischio, ormai sembra proprio un dato di fatto, anche se poi devo ammettere che è facile giocare su queste deviazioni. Il meeting, il briefing, il draft, il mark-up, sono bersagli comodi e, in fondo, spesso non celano nulla di sociologicamente rilevante se non la comodità di utilizzo. Ciò che è fastidioso è quando le persone diventano “smart”, gli abiti “cheap” e ogni stupidaggine “a way of life”.

Il tuo romanzo sembra appartenere al filone del "romanzo antropologico". Ti senti di concordare? E se sì, cosa altro aggiungeresti, parlando di "Studio illegale", a questa definizione?

Porca miseria, sarebbe presuntuoso aggiungere qualcosa, è una definizione impegnativa, e mi piacerebbe davvero che il romanzo, pur nella sua leggerezza, potesse meritarla.

A spingerti a rivelare la tua identità, gettando la maschera di Duchesne, sono state le illazioni sul tuo ruolo di "gola profonda" in diretta da uno studio d'affari. Quali le critiche dei colleghi avvocati al tuo libro e all'idea di scriverlo, ora che ci hai messo il nome e la faccia?

Di appellativi, in effetti, me ne sono stati affibbiati parecchi (talpa illegale, vendicatore mascherato, tulipano nero, ecc.), ma non ne sono mai stato infastidito, semplicemente mi sembravano mettere in luce un aspetto un po’ limitato e non troppo centrato del blog e del romanzo. In fondo, non è che abbia mai rivelato chissà quali segreti degli studi legali o delle operazioni di alta finanza, e nemmeno ero interessato a farlo, semplicemente volevo raccontare un tipo di vita che scorre in certe strutture professionali. Ad alcuni questo non è piaciuto, è stato detto che “sputtanavo” la professione, e devo dire che mi pare una professione piuttosto indifesa se basta il mio libretto ad assestarle un colpo così duro. Però una cosa vorrei chiarirla, la “rivelazione” della mia identità ha una ragione molto più semplice delle illazioni sul mio ruolo: la Siae, con una prontezza su cui rifletto con ammirazione, ha provveduto a stampare il mio nome proprio su quei libri da cui doveva star lontano. Questo a Zorro non è mai successo.

Il tuo romanzo è strettamente legato al blog, era un'idea che avevi sin dall'inizio, ci pensavi alla possibilità di farlo diventare un romanzo? O la cosa ti ha colto "impreparato"? E ora, pensi che ci sia differenza tra scrivere per il blog e la scrittura professionale?

L’idea di sviluppare una storia era nata già con il blog ma è appassita quasi subito, perlomeno quando mi sono reso conto che la forza di questo strumento è fatta di elementi diversi rispetto a quelli che compongono un romanzo: ci sono immediatezza, brevità, accessibilità, gratuità, ma anche limiti strutturali che proprio in quei punti di forza trovano la loro ragione. Così, quando è arrivata la proposta della Marsilio, ho pensato che finalmente avevo la possibilità di realizzare quel qualcosa di più compiuto a cui avevo cominciato a pensare. Poi, da lì a tradurlo in parole, è stato un po’ più complicato. Per quanto sviluppare un breve post, che sia scritto bene, agile, auto-conclusivo, non sia poi così semplice, la dimensione di un romanzo è proprio un’altra faccenda. È una questione di quantità, ma non solo. A volte quello che ha un senso sul web, improvvisamente sembra qualcosa di molto ingenuo sulla carta. E la sfida è stata un po’ quella di riuscire a portare le atmosfere e le vicende, appena accennate sul blog, in una dimensione più ampia e coerente, anche più profonda per quanto possibile, senza perderne la freschezza e l’immediatezza.

"Studio illegale" è, l'abbiamo detto, un libro un po' particolare, pur essendo un romanzo nasce dalla tua avventura di blogger e di avvocato, anzi di blogger che racconta le follie del mondo degli avvocati... Cosa dobbiamo aspettarci, allora, dal tuo prossimo romanzo.

Eh, per ora ho scritto l’epigrafe, rubando una frase a Enzo Jannacci: “Quanta gente che fa la fila / per scoprire che non si arriva”. Il resto, però, è ancora tutto da sviluppare.

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