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Alberoni Francesco - Leader e masse

INTERVISTE

 

Movimento collettivo, forza immanente

FRANCESCO ALBERONI
Leader e masse
pp. 162, euro 8,20
Rizzoli, 2008


Alfio Siracusano

In Leader e masse, Francesco Alberoni esplora la dialettica interna al rapporto tra i capi carismatici visti nelle diverse epoche e nel diverso loro modus operandi, e le masse umane che li hanno seguiti facendo così muovere la grande ruota della storia. Con una consapevole presa d’atto: che i fatti presi in esame, movimenti complessivamente intesi, hanno sì ciascuno le proprie caratteristiche, ma c’è in essi - considerati nel loro insieme - un quid che li rende simili, li fa svolgersi secondo modalità che si ripetono, come rispondessero a un cliché sempre uguale a se stesso.
C’è però anche di più: ed è che per Alberoni questi movimenti sono anche il fattore imprevedibile della storia, che all’improvviso rimodula l’ordine esistente e ne crea un altro, di fatto agendo come una forza immanente, endogena, che spinge in avanti i fatti. Non a caso a un certo punto Alberoni ricorre alla metafora del vulcano che, lasciando esplodere all’improvviso la violenza del fuoco che nasconde dentro, tutto distrugge per poi tutto ricostruire nella forma nuova impressa dalla lava liberatasi dalle viscere della terra.
Questa forza immanente, che si esprime in movimento collettivo, è quasi sempre una volontà di nuovo che nasce da una grande delusione del presente, ma che si rifà a un’esigenza in certo senso mitica di una purezza antica, a una specie di eden perduto, e perduto perché tradito, di cui si sente un insopprimibile bisogno. Così sono nati i grandi movimenti religiosi, ebraismo cristianesimo e islamismo, e al loro interno le grandi aggregazioni parallele, come il protestantesimo o, solo per fare un esempio, lo sciismo o il wahhabismo; o grandi movimenti politici come la rivoluzione francese o quella comunista nelle sue varie versioni o il nazismo o il fascismo italiano e così via elencando.
In tutti questi movimenti c’è sempre all’inizio, dice Alberoni, il rifiuto di un presente che si considera inaccettabile, la volontà di un ritorno al momento tradito della purezza antica, l’individuazione di un nucleo di colpa facilmente identificabile nel nemico da abbattere distruggendone dalle fondamenta istituzioni e ordinamenti (nei movimenti cruenti anche con l’eliminazione fisica), la comparsa di figure che, venute su col movimento e in una prima fase espressione dello stesso, ne sono poi diventate
sintesi compiuta e immediatamente riconoscibile. I leader, appunto, che si sono posti alla testa delle masse guidandone l’assalto al cielo di quell’eden perduto: il regno della «liberté, égalité, fraternité» visualizzatosi in Napoleone; la purezza della chiesa primitiva che si riconobbe in Cristo e poi in Paolo o in Francesco o in Lutero; un mondo senza classi e senza sfruttamento esemplificato da Marx-Lenin-Stalin-Mao; il Reich millenario senza ebrei dominato dalla pura razza ariana sintetizzato in Hitler; la purità del primo islam di Maometto e dei «califfi ben guidati» che si riconosceva ieri in Khomeini oggi in Bin Laden; e così via.
Salvo poi, una volta raggiunto lo scopo (sociologicamente: dal movimento all’istituzione) ed esaurita la spinta dello stato nascente cui è subentrata l’istituzione di dominio, trasformare il fremito di rinnovamento in delusione collettiva e dare inizio a un altro fremito donde un altro stato nascente e così all’infinito, finché l’uomo sarà sulla terra.
Articolato in brevi capitoli densi di riferimenti storici solo accennati, ma di godibile lettura, il libro fornisce un quadro assai sorprendente di sociologia applicata, consegnandoci una specie di metastoria tuttavia utile a comprendere la storia stessa. Alla quale soltanto appartiene il giudizio, qui ovviamente omesso. Salvo fornire, nelle pagine dedicate all’islam dei nostri tempi, un preoccupato punto di vista delle sue pulsioni verso il Califfato, ancorché affievolite da una non trascurabile presenza di elementi moderati al suo interno, e, in quelle dedicate alla democrazia (al suo nascere, al formarsi dei suoi ordinamenti), un’indicazione di preferenza nei suoi confronti, se non altro nel senso della sua maggiore capacità di non deludere, e quindi della sua maggiore resistenza al formarsi di stati nascenti forieri di movimenti distruttivi.
Che l’autore non sa se verranno, anche se ne paventa la possibilità. Lo abbiamo sentito su alcuni dei tanti temi affrontati nell’opera.
I grandi movimenti nascono sempre da fattori specifici, che li differenziano ma che anche si assomigliano. C’è però sempre nella storia, lei dice, un che di imprevedibile, che ne costituisce il lievito. Cos’è?
In questo libro io riassumo, completandola, la mia teoria generale dei movimenti e delle istituzioni. È una concezione della storia che può essere sintetizzata così: nel corso del tempo, soprattutto se c’è sviluppo tecnico-economico, si accumulano delle trasformazioni che producono tensioni sotterranee che esplodono imprevedibili come i terremoti. Allora si dissolve l’antica struttura e si forma una nuova comunità fluida, entusiasta, che ricostruisce un nuovo ordine sociale: il movimento produce una istituzione.
Perché gli uomini, periodicamente, si ribellano e si riconoscono in un capo, in una figura carismatica?
Si ribella chi stava bene e peggiora col cambiamento, chi aveva una fede e la vede insultata, chi era libero ed è stato imprigionato, chi meritava ed è stato tradito, chi aveva dei diritti e gli sono stati tolti, chi sente di potere crescere, affermarsi e vuol travolgere gli ostacoli che glielo impediscono. Costoro cercano un leader una guida. Ma non lo eleggono in modo regolare, lo riconoscono intuitivamente per le idee che ha e la forza che esprime: è il capo carismatico.
Lei chiama «stato nascente» il momento in cui prende forma il movimento che poi esplode. Cos’è esattamente lo stato nascente?
È uno stato fluido indifferenziato in cui i partecipanti hanno l’impressione di una rinascita, un rinnovamento radicale. Si sentono fratelli e credono di poter realizzare un mondo di giustizia e di uguaglianza. È uno stato in cui si ribaltano le gerarchie ed emergono nuove idee e nuovi leader. La cosa curiosa è che ha caratteristiche simili in tutti i movimenti recenti, passati, politici e religiosi. Questa mia teoria è molto osteggiata perché tutti i movimenti sono convinti di essere assolutamente nuovi ed originali. Invece, in questa fase, si assomigliano in modo impressionante. Perfino comico.
Lei fa molti esempi, ma fondamentalmente si riferisce a quei grandi movimenti religiosi o politici che hanno in sé, nel loro messaggio, qualcosa di «ultimo», di «definitivo». Lo
fa per comodità di esposizione o veramente il leaderismo non può darsi se non in presenza di risposte, per l’appunto, definitive?
Ci sono tantissimi tipi di leader. Io nel mio libro parlo dei leader carismatici, cioè quelli che appaiono dal nulla e vengono acclamati, amati e portati al potere dal popolo, come Garibaldi, Lenin, De Gaulle, Roosevelt, Mussolini, Evita Peron, Kemal Ataturk. Andreotti, Moro, Prodi, D’Alema, Ciampi, per intenderci, non sono leader carismatici. Lo sono Berlusconi e Bossi. Questi personaggi appaiono sull’onda di un movimento, quindi accompagnati da un sogno di rinascita, di rinnovamento radicale, e perciò sembra sempre che abbiano risposte «definitive». Anche altri leader, per esempio i re ereditari, in caso di guerra, si trovano di fronte «a scelte definitive».
Come mai i grandi movimenti, nati in nome della libertà, hanno sempre finito col risolversi nel loro contrario?
Perché il movimento produce entusiasmo e fede nel valore assoluto dell’impresa, e una forte tendenza all’unanimità. I dissensi a poco a poco vengono sempre meno tollerati. Un capo spregiudicato può approfittarne per soffocare tutte le voci di rivolta e se si impadronisce dello stato può soffocarle nel sangue. Di qui la straordinaria importanza delle regole democratiche, cioè dei costumi, delle abitudini, delle leggi che frenano il dominio assoluto di uno solo o lo strapotere di un solo gruppo. Ma questa tradizione, diciamolo chiaramente, è esistita solo in Occidente: nelle città-stato greche, nella repubblica romana, poi nei comuni italiani ed europei, nei monasteri cristiani ed infine nelle democrazie moderne.
Considera le sue teorie un risultato dell’osservazione sociologica o una vera e propria filosofia della storia?
No, non le considero una filosofia della storia, ma una teoria generale dei movimenti e delle istituzioni che ne nascono. È l’unica teoria esistente in questo campo, abbastanza accettata in Italia e nel continente europeo osteggiata dagli anglosassoni che ritengono che la solidarietà sociale non nasca dai movimenti ma da un patto razionale, sul tipo di quello delle società per azioni. Secondo la mia teoria invece prima deve esserci la solidarietà e poi il patto, prima l’innamoramento e poi il matrimonio.
In cosa consiste esattamente la novità delle sue teorie?
Esse affermano che per passare bruscamente da uno stato Aad uno stato B ogni società debba passare attraverso uno stato SN di indifferenziazione caotica. Un po’ come un metallo che per passare dalla forma Aalla forma B deve essere riscaldato e reso liquido o malleabile.
Questo tipo di processi che io ho descritto nei movimenti e nell’innamoramento sono stati scoperti in tutti i campi fra gli anni ’60 e ’70 e chiamati «teoria del caos» (Lorenz), «teoria delle catastrofi» (Thom), «stati dissipativi» (Prigogine), in neurofisiologia «uragani neuroormonici» etc. Negli altri campi questa rivoluzione è stata accettata, nel campo sociologico gli anglosassoni continuano ad essere affezionati
al loro arcaico schema utilitaristico.
Mi pare che lei non sia molto d’accordo con le tesi di Le Bon circa il governo delle masse.
E che consideri il leader come chi emerge tra «pari». Ma perché emerge? Cos’ha più degli altri?
Talvolta è solo il più audace, quello che si lancia all’attacco per primo. O il più fantasioso, quello che crea simboli e slogan. Altre volte è l’ideologo che dà le direttive, indica le mete, a volte è colui che costituisce per primo un gruppo armato deciso con cui sconfigge i nemici, altre volte ancora è un paranoico di grande intelligenza che addita il nemico come il male assoluto. Tutti questi tipi di capi carismatici li troviamo nei «Nuclei di movimento » che poi confluiscono per formare il Grande Movimento. Allora si affermano le personalità più forti, complesse e intelligenti. Hitler è emerso dalla galassia dei nazionalisti tedeschi, Stalin dagli ideologhi della rivoluzione, Napoleone dai demagoghi del direttorio.
Lei sostiene che «il relativismo culturale è una forma di disordine e che, di conseguenza, costituisce la precondizione per la nascita di nuovi movimenti», e spiega così il riesplodere, nel nostro tempo, dei bisogni dogmatici. Ma come fa l’uomo ad essere libero se non dentro la sua possibilità di scegliere?
Il relativismo culturale dopo un certo periodo ricrea il bisogno di ordine e di certezze. Queste le danno solo i movimenti religiosi, culturali o politici. Nell’Ottocento la massoneria, il nazionalismo e il positivismo, nel XX secolo marxismo e nazifascismo, ultimamente il revival dell’islam con i movimenti
islamisti. In Europa non ce ne sono, chi tiene insieme tutto è la burocrazia. Ma lo iato fra cristiani e religiosi - anticristiani e atei - tende a radicalizzarsi sempre di più. Staremo a vedere .


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