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Alberico Giulia - Il vento canto del Garbino

INTERVISTE

 

Il vento che toglie il respiro

GIULIA ALBERICO
Il vento caldo del
Garbino

pp. 150, euro 15
Mondadori, 2007

Paola Romagnoli


Chi vive in riva all’Adriatico lo sa, il Garbino è un vento imperativo, caldo e umido, schiaccia, toglie il respiro, scompiglia capelli e umori e non lascia scampo. Poi, certo, torna il sereno, ma forse le cose non saranno più come prima. Ben lo conosce Giulia Alberico, abruzzese di nascita, che in riva al mare è cresciuta e ancora torna. Tra queste sue nuove pagine vento e sole si rincorrono in una sorta di gara verso la rappacificazione con se stessi. Un percorso in soli tre giorni che attraversa il fiume dei ricordi. Quella della memoria è una precisa chiave narrativa che caratterizza i lavori dell’autrice che con questo nuovo romanzo offre pagine da assaporare con fiducia, lasciandosi irretire dalla sua prosa composta e affabulatrice, dietro persiane socchiuse e vetri serrati, così che il vento non penetri. Intanto la mente fugge, segue il soffio violento, e dietro ad essa si incollano il cuore, la pancia, rimpianti e resoconti.
Ed è inevitabile affezionarsi alla quieta comprensione di Margarita per il suo ammiraglio in pensione, o sorridere alle tante donne che gli fanno da corolla - Cesira, Noemi, Wanda - , tra le stanze di questo condominio che si fa metafora del vivere. Tra melanconia e complicità, alla fine della lettura si è quasi certi che le figure della Alberico le si è incontrate davvero. Abbiamo intervistato l’autrice.
Esiste davvero il condominio di via Orientale 18?
Non esiste, tuttavia è molto verosimile. La costa adriatica è piena di case che sorgono di fronte al mare e alla ferrovia, compresa la mia di San Vito Chietino, pur di struttura differente dal palazzo che ho immaginato nel libro.
«Orientale», come la costa adriatica, come le sue origini, abruzzesi. Non è un caso, vero?
Per chi vive sull’Adriatico è connaturato lo sguardo rivolto a Est. Dalle mie parti non c’è paese che non abbia una via Orientale. E a San Vito Chietino è denominato «l’Orientale» il Belvedere Guglielmo Marconi, un promontorio terrazzato da cui si gode un bel panorama di mare e monti.
Il mare è molto presente nei suoi romanzi. Cosa significa per lei?
Sono nata in un posto di mare, per me è stata una presenza ovvia, consueta. Venendo a vivere a Roma ne ho avvertito una forte mancanza. Dal pensionato universitario dove alloggiavo, aprendo la finestra al mattino, restavo ogni giorno orfana della visione del mare.
Me ne stupivo, pur essendo illogico, e a volte questa mancanza mi metteva di malumore. Ho imparato a riconoscere l’avvicendarsi delle stagioni attraverso il colore del mare, il rumore delle onde sugli scogli, l’odore. Il mare d’inverno è quello che ancora oggi amo moltissimo, odora di alghe e di sale. Mare, poi, è anche la vista delle navi in lontananza, il traghetto che torna dalle Tremiti, il faro del porto di Vasto, la corona di luci sull’acqua nera.
L’ispirazione per i personaggi ha radici in esistenze che ha incontrato?
Molti spunti mi arrivano dalle vite che si svolgono accanto a me. Avolte sono brevi conversazioni su un autobus tra sconosciuti, che tali restano. O sono episodi che qualcuno mi ha raccontato. Quando scrivo riemergono spontaneamente: brandelli di parole, immagini, gesti, di cui ho perso il riferimento preciso, ma che si sono però depositati in me, tornano a galla e mi aiutano a comporre un personaggio, una scena, un dialogo.
C’è un personaggio di quest’ultimo suo romanzo a cui si sente più legata?
Li amo tutti. Ma forse mi sono affezionata in particolare a Margarita. Un misto di profondità e candore, di innocente sensualità e pacata comprensione del mondo, una donna così legata alla materialità del lavoro (lava, cucina, pulisce casa) e, al tempo stesso con un’anima densa (prega, canta, legge, scambia opinioni con l’ammiraglio sul mondo, su Dio, sulle cose della vita).
Ci racconta qualcosa del Garbino?
È un vento caldo, fastidiosissimo e inquietante. Toglie le forze, costringe al riparo. Ci sono molte leggende legate alle trombe marine derivate da un certo tipo di Garbino. I marinai temevano moltissimo l’arrivo del «Garbino marcio» che avrebbe portato un mare tempestoso e irato, pericolosissimo per le paranze.
Tra gli scongiuri per debellare queste trombe d’aria c’era l’usanza di puntare un coltello (detto di San Liborio) verso l’occhio del vortice; così la tromba marina si scioglieva.
Sentimenti, legami, separazioni, ricordi, rancori, nostalgie: nei suoi romanzi la memoria è come un filo d’Arianna. Una scelta precisa?
Credo che ogni scrittura abbia a che vedere con la Memoria, non è detto che si tratti di una memoria autobiografica, anzi, è bene che non sia così, per evitare un carico eccessivo di soggettività. Scrivendo si traduce in «invenzione» («invenire» in latino vuol dire trovare, quindi usare cose che sono già esistenti) ciò che ci ha colpito, o un’idea della vita e del mondo che ci siamo costruiti attraverso il vissuto, le cose lette, gli incontri fatti. Quel che si attiva nella scrittura è la memoria delle emozioni e, anche, del corpo.
La sua lunga esperienza di insegnante di lettere nelle scuole superiori cosa le ha lasciato della percezione della letteratura da parte dei giovani? Cosa li ammalia? E cosa suggerisce loro se lontani dalla lettura?
In sintesi posso dire che ho lavorato negli anni sforzandomi di presentare la lettura come un’esperienza ludica, emotiva, staccandola da una connessione con il dovere. Oggi sappiamo molte più cose sui processi psichici e psicologici che la lettura mette in campo, è un’esperienza fortissima che attiva meccanismi complessi: cognitivi ed emotivi. I ragazzi restano sempre ammaliati da qualcosa (personaggio, intreccio, tema) che permette da una parte l’identificazione, dall’altra l’avventura alla scoperta di mondi e sentimenti. Sta all’insegnante intuire questo «qualcosa» e suggerire una narrazione che funga da apripista per l’esperienza del leggere.
Che posto ha la lettura nella sua vita?
Importantissimo, fin da piccola. Ho imparato a leggere e scrivere molto presto grazie a mia madre che era maestra elementare e mi portava a scuola con sé, non sapendo a chi affidarmi. Racconto questa mia esperienza in
I libri sono timidi, appena pubblicato da Filema e primo volume di una collana dedicata alla lettura ideata e diretta da Vincenzo Campo. Racconto come l’amore per le pagine sia stato per me un viaggio eccitante, una scoperta di mondo. Leggere era volare via, isolarmi dalla realtà ma, al tempo stesso, imparare a vederla e comprenderla meglio. Sono rimasta una lettrice forte; leggo soprattutto narrativa, ma anche saggi.


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