SIMONETTA AGNELLO HORNBY
La zia marchesa
pp. 322, euro 8 Feltrinelli, 2006 |
Andrea Di Consoli
Simonetta Agnello Hornby (autrice del best-seller La Mennulara) si colloca a metà strada tra Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Andrea Camilleri; del primo le manca la profondità, il fascino narrativo e una visione del mondo, del secondo non ha il dono dell'intrattenimento popolare, sia pure di specie artigianale. In compenso ha doti da direttrice d'orchestra. Siamo alle solite: i nuovi bestselleristi siciliani stappano champagne al "botteghino", fanno felici gli editori, però no, ad affacciarsi sull'eternità non ci pensano proprio. E' colpa del mercato se i padri (Sciascia, Vittorini, Tomasi) non vengono eguagliati dai figli? E' colpa del successo se gli autori siciliani non riescono a proporre un modello narrativo emblematico e compiuto? Può bastare la conquista della libreria per mettere da parte ogni considerazione critica? La zia marchesa (Feltrinelli, pp. 322, euro 16,00), nuovo libro di Simonetta Agnello Hornby, potremmo sintetizzarlo così: romanzo corale (decine e decine di personaggi), seconda metà dell'Ottocento, fine dell'aristocrazia siciliana, linguaggio barocco, complessa orchestrazione di voci e gesti, ecc. Questi romanzi famigliari, questi neo-feuilleton di trama infinita ed estenuante, piacciono tantissimo alla maggioranza del pubblico italiano, che poi sarebbe la nuova borghesia. Perché? La nostra è anzitutto una domanda, perché è inequivocabile che in questi ultimi anni il romanzo dominante sia il romanzo di trama, di personaggi, di architettura professionale, a discapito del romanzi di ricerca. Ne abbiamo parlato con la Agnello Hornby. Lei racconta la fine dell'aristocrazia siciliana. Come mai, a più di cento anni di distanza, avverte ancora il bruciore di quella ferita lontana?
Io ho raccontato la storia di una mia antenata aristocratica. E' vero, la sua storia coincideva con la fine dell'aristocrazia. Non credo sia stata una scelta conscia raccontare quel periodo storico: semplicemente la zia marchesa, che era una mia prozia, aveva vissuto in quel periodo. Ma forse c'è di più in questo. Io da piccola sentivo parlare di questa zia marchesa dalle mie prozie, ma sempre in termini negativi, come di una donna brutta, rozza, goffa, una donna di cui bisognava vergognarsi, e ovviamente non capivo perché. Poi ho scoperto che Pirandello l'ha immortalata in una novella, e parlava di lei male come ne parlavano male le mie prozie. Ho cercato di sapere di più dalla zia marchesa: c'è un vuoto, non si sa neanche come si chiami. A me sembra una donna libera, sofferta, una bella persona. Mentre Pirandello e in famiglia la pensavano diversamente. Ho scritto su questa donna e quindi sulla fine dell'aristocrazia. L'aristocrazia purtroppo non è ancora finita, forse ha avuto una nuova vita da chi ha interpretato male Il Gattopardo, questo grandissimo romanzo nostro. Ecco, Il Gattopardo, romanzo di riferimento per tanti scrittori siciliani. Che rapporto ha con questo romanzo?
Io penso che un romanzo come Il Gattopardo non possa non influenzare; se poi chi lo legge è un siciliano, l'influenza è maggiore. Io l'ho letto da ragazzina. Salutavo il Principe di Lampedusa dicendo "buongiorno Principe", quando lo vedevo in un bar dove scriveva, ma non avevo nessun rapporto con lui, avevo quattordici anni e lui era un signore anziano che conosceva i miei zii. Leggendo Il Gattopardo, a parte il fatto che secondo me è una grande opera letteraria, mi sono resa conto di quanto sia triste questo nostro mondo di un'aristocrazia senza re, che ha continuato a vivere in Sicilia dal 1712, in fondo priva di una monarchia, per cui inutile. Io personalmente, politicamente, non posso accettare che ci siano persone migliori o peggiori di me per la loro nascita. La zia marchesa, ma il discorso vale anche per La Mennulara, è affollato di tanti personaggi. Ma perché portare in un romanzo così tanti personaggi? Che cosa si nasconde dietro questa "bulimia"?
Io sono una persona gregaria, a me piace la gente e vivo sempre tra la gente. Anche il romanzo che sto scrivendo adesso, che è in inglese, sull'Inghilterra contemporanea, è corale, perché la vita è corale, anche se poi alla fine siamo sempre soli. C'è la solitudine di gruppo, c'è la sofferenza di gruppo e c'è la sofferenza individuale. A me piace la gente, a me piace anche raccontare la storia attraverso tante persone, perché la verità non la conosciamo, la costruisce poi il lettore. Nella Zia marchesa mi sono immersa di più nel carattere del personaggio. Lei usa spesso il dialetto siciliano (un po' come Camilleri). Qualcuno le ha rimproverato l'uso del dialetto in modo poco armonioso. Che memoria ha lei dell'idioma siciliano? Cosa significa per lei il dialetto della sua terra di origine?
Io ho sempre conosciuto il siciliano, mio padre teneva moltissimo che noi parlassimo siciliano, il che era inconsueto, perché le ragazze di buona famiglia cercavano di parlare l'italiano. Il siciliano era un po' la lingua dei maschi, che parlavano nel mondo esterno e comunicavano con questa lingua gutturale che è una lingua in parte di violenza e in parte di dolcezza. Per cui io lo parlavo in campagna e lo parlavo con la gente di campagna. Comunque il dialetto l'ho sempre mantenuto. Se devo dire che un bambino è tenero e mi piace, dico "duci duci". Il siciliano è per me la lingua dell'affetto e della dolcezza, Poi lo uso quando parlo italiano coi siciliani, lo frammischio con chi capisce. Grazie a Camilleri, che è un grande scrittore e un benefattore della Sicilia, ho capito che il siciliano è accettato anche fuori dalla Sicilia. Camilleri ha introdotto il siciliano nelle sue storie e la gente lo legge anche nel Nord Italia e capisce quello che scrive, e lo apprezza. Camilleri ha un altro grande pregio: non parla mai della mafia. I suoi romanzi hanno una dimensione fortemente musicale. A volte si mette da parte l'attenzione per la trama e per i personaggi per abbandonarsi al tono musicale d'insieme. Mi viene da dire: linguaggio barocco, musica barocca.
La musica per me è importantissima. Quando scrivo ascolto molta musica, ognuno dei miei due libri è caratterizzato dalla musica: Mozart e Donizetti anzitutto. Per esempio ho visto la Lucia nella mia zia marchesa. Vivere senza musica sarebbe penoso. Il barocco? Noi siciliani siamo barocci, l'arte barocca è come la nostra anima: è contorta, anche se talvolta ha una linearità sconvolgente. Da un punto di vista dell'identità, la sua condizione è assai complessa: nata in Sicilia, nel 1972 è emigrata in Inghilterra. Come vive questa complessità?
Io la vivo con grande serenità. Mi piace l'Inghilterra e mi piacciono gli inglesi. Ora sono mezza inglese, perché ho preso la doppia cittadinanza solo sei anni fa per un motivo di correttezza nei miei riguardi: perché ho capito di essere mezza inglese. Io sono Simonetta, e credo di essere un misto delle due nazionalità, delle due identità, e questo non è difficile perché inglesi e siciliani hanno tante cose in comune. Per esempio?
Per esempio siamo delle isole, non parliamo facilmente dei nostri sentimenti, siamo tutt'e due popoli un po' ossessionati dalla paura di essere conquistati, noi siciliani per ragioni comprensibili, perché siamo sempre stati dominati. Abbiamo un grosso senso del clan. Gli inglesi hanno il senso dell'umorismo e noi del sarcasmo. E poi ad accomunarci c'è l'amore del silenzio: gli inglesi e i siciliani parlano poco.
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