ERALDO AFFINATI
Berlin
pp. 276, euro 17 Rizzoli, 2009
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Federica Marchetti
Berlin è il resoconto di un viaggio a metà vero e a metà immaginato. L’autore romano, Eraldo Affinati, ritorna in Germania dopo il suo libro Campo di sangue (Mondadori, 1997) insieme romanzo, saggio e diario del viaggio da Venezia ad Auschwitz compiuto dall’autore insieme ad un amico sull’onda dei racconti familiari (nonno fucilato dai nazisti e mamma fuggita dal treno diretto ai campi di sterminio) e delle letture sui cronisti dell’Olocausto. Il lettore ideale di Berlin, insieme diario di viaggio, romanzo, memoriale, lezione di storia ma anche guida turistica, è quello che non conosce affatto la capitale tedesca e quindi riceve come una virata da questo libro particolarmente accattivante. Non è facile approcciare una cultura nuova da soli ed è necessario avere come un timone a cui aggrapparsi per cambiare rotta: Berlin è lo strumento che permette di girare in direzione della cultura tedesca, così complessa e contraddittoria. Lo scopo di un libro di viaggio è quello di trasmettere l’amore per un luogo che ha spinto l’autore a scriverne e magari smuovere anche il desiderio di partire per andare a raggiungere e visitarlo, quel luogo. Affinati ci è magistralmente riuscito anche con i lettori che di Berlino non sanno praticamente nulla e non hanno mai avuto il benché minimo desiderio di raggiungerla. Berlin rende omaggio ad una delle città più suggestive d’Europa. Nel viaggio di Affinati, Berlino non ha confini, né geografici né storici. Attraverso il tempo e lo spazio, l’autore ci restituisce l’unità della città attraverso una vera e propria “ricomposizione ortopedica”. Lo scheletro del libro è nella suddivisione per sette: in sette capitoli è descritto il viaggio compiuto in sette giorni e raccontato dal punto di vista dei sette pronomi personali. Ogni capitolo, dunque ogni giornata, è conclusa dall’unico fil rouge che lega Berlino all’Italia: la pittura. Uno al giorno, Affinati cita, descrive e riflette sui dipinti italiani esposti alla Gemaldegalerie (il maggior museo berlinese). In questo libro a parlare sono proprio le cose berlinesi attraverso i diversi pronomi personali: i palazzi, i monumenti, le strade, i quartieri, le statue, il Muro, ma anche l’autore che incontra personaggi (vivi e morti), scende nei sotterranei, parla con i venditori di kebab, si smarrisce in periferia. Riunendo i tasselli autonomi di una città dallo sviluppo tardivo a cui si sono aggiunte numerose distruzioni e successive ricostruzioni, Affinati fa il ritratto di una città agognata, sognata, immaginata ma che non esiste se non nel suo cuore. In realtà Berlin è una lunga dichiarazione d’amore. È un libro adatto a tutti: a chi a Berlino c’è stato e l’ha apprezzata, a chi non la conosce affatto, a chi desidera vederla per la prima volta e a chi non può non tornarci spesso. Bisognerebbe scrivere un libro così per ogni città del mondo. Tutto il libro mostra quanto sia ancora caldo il sangue versato a Berlino. Il passato è ancora fortemente opprimente nell’anima della città e soprattutto in chi guarda (in questo caso nell’autore). Ogni angolo, ogni mattone sembrano “puzzare” di morte, di vergogna, di ansia di riscatto, di speranza di luce. Non c’è dettaglio che non ricordi il passato recente della Germania, dei suoi peccati. L’autore ci tramanda una città profondamente offesa dalle sue colpe, dagli uomini che ci sono passati letteralmente sopra travolgendola e restituendocela agonizzante. L’immagine perfetta di Berlino è secondo me nel dipinto Il martirio di Sant’Agata di Tiepolo esposto al Gemaldegalerie di cui l’autore parla nel 2° capitolo: la santa con lo sguardo rivolto in alto ha appena subito la mutilazione delle mammelle (deposte su un piatto) da parte di un gigantesco carnefice e, insanguinata, è sorretta da una fanciulla che le copre il busto con un drappo insanguinato. Nel libro si tenta più volte di dare una definizione alla città ma a conclusione dell’epilogo è lo stesso autore che rinuncia all’idea di definire Berlino, città che “non si esaurisce di certo in se stessa”.
Tre domande in una. Perché un libro su Berlino e non su Parigi, Praga, Londra, Amsterdam o Madrid? Che cos’è per te Berlino? Nel legame con la cultura tedesca c’è ancora il tuo passato familiare?
In un modo o nell'altro, mi sono spesso occupato della Germania. Nel 1995 sono andato ad Auschwitz, ripercorrendo lo stesso viaggio che avrebbe dovuto fare mia madre nel 1944 se non fosse riuscita a scappare dal treno che la stava conducendo oltreconfine, e da quell'esperienza nacque "Campo del sangue". Poi ho scritto un libro su Dietrich Bonhoeffer: "Un teologo contro Hitler". A un certo punto mi sono trovato centinaia di appunti, pagine di diario, riflessioni varie sulle capitale tedesca, frutto dei miei diversi soggiorni lì. Ho deciso quindi di riunire questo materiale in un tutto unico: così con "Berlin" è come se avessi composto un trittico tedesco. Credo che oggi Berlino sia quello che un tempo erano Parigi, Praga, Londra, Amsterdam e Madrid. Per me Berlino è stato il cuore di tenebra del Novecento, oggi invece è una città in cui sento lo spirito della nuova Europa.
Hai visitato più volte Berlino e quindi l’hai osservata in diverse fasi storiche, visto il cambiamento politico e urbanistico che la città ha subito. Da quale di esse sei stato più attratto e a quale ti senti più legato?
Mi sono sempre piaciuti gli spazi berlinesi, così stratificati dalla storia. Io ci sento molto la seconda guerra mondiale, ma anche gli anni successivi, quelli dell'occupazione alleata. Inoltre tutti i giovani che oggi la frequentano aggiungono un elemento brillante, di continua metamorfosi, che mi affascina. E' una città totalmente ricostruita dove percepisci la doppia cicatrice, nazista e comunista, e nello stesso tempo avverti che c'è una grande libertà spirituale. Tutti possono immaginare altre vite, altri mondi, altre professioni. Poi rivedo me stesso: nel 1986, quando ci andai per la prima volta, ancora non sapevo che quella città sarebbe stata nella mia vita così importante.
Cosa rappresenta la copertina del libro?
E' una composizione astratta, in cui si sente l'eleganza, la forza, la violenza e la bellezza. Quando l'ho vista, mi è piaciuta subito. Non dobbiamo mai dimenticare che Berlino è stata il fucile ma anche il bersaglio del Novecento. Il rosso e il nero sono due colori simbolici che si stagliano nettamente sugli altri: giallo e bianco. Una freccia che torna indietro, alla maniera un boomerang. Ecco cosa mi fa pensare quell'immagine.
Come ti è venuta in mente la scansione in giornate e l’uso dei pronomi personali che fungono da soggetti?
Lunedì-io, martedì-tu mercoledì-lui e via così fino a domenica-loro. Volevo ricomporre i frammenti di cui disponevo. Credo che lo spirito berlinese sia oggi quello della ricucitura, della sintesi organica, dopo essere stato quello della frantumazione.
Perché chiudi ogni capitolo con un quadro italiano esposto Gemaldegalerie?
Essendo italiano, volevo lasciar filtrare il mio sentimento attraverso quei quadri conservati nella celebre pinacoteca. Come se io osservassi la città attraverso le lenti visive di Botticelli, Tiepolo, Magnasco e Guardi.
Quando andrai di nuovo a Berlino?
Appena possibile, così, senza troppi programmi, come fanno in tanti, visto anche i vantaggi economici offerti dalle compagnie low-cost.
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