LUISA ADORNO Tutti qui con me
pp. 188, euro 10 Sellerio, 2008
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Alfio Siracusano
Ha un vago titolo da girotondo d’infanzia questo ultimo libro di Luisa Adorno, Tutti qui con me, e invece ci troviamo a leggere una delicata efflorescenza di memorie così come possono aver vita in chi sa che il suo vivere è ormai solo un ricordare: da qui anche il tono del raccontare, che solo l’incanto dell’ironia sapida e vagamente vernacolare mitiga dell’inevitabile venatura nostalgica. Ma non è mai colpa la nostalgia, quando la soccorra, come nell’Adorno di questo e dei suoi tanti libri, il delicato e morbido sguardare a uomini e donne e paesaggi e cose col cuore antico di “una volta”: quando gli uomini e le donne e i paesaggi e le cose che riempiono queste pagine si fecero parte della coscienza dell’autrice rimanendoci fissati in un gesto, in una battuta. Restandoci poi per sempre. I libri di memorie hanno questo di bello, quando sono libri “riusciti”: che raccontano cose e persone di cui il lettore non aveva voglia alcuna di fare conoscenza, che tuttavia, conosciute, diventano patrimonio del suo mondo ideale. Che è la magia, il portato e insieme il privilegio dello stile. In questo libretto della Luisa Adorno anche dell’umanissima semplicità con cui le situazioni minime dei tanti raccontini vengono rievocate. Col colore dei luoghi in cui essi si situano, che è anche calore di amici e amiche, balzare di aneddoti da piccolo mondo mai venuto meno: luoghi che ora sono la Sicilia delle pendici dell’Etna, verso la cui cima lei racconta di essersi un giorno arrampicata con la Piera, amica sua toscana, quando lasciato l’ultimo albergo si trovarono immerse in un paesaggio che “diventava subito lunare: due tronchi di cono intatti, perfetti, alti una ventina di metri, di magma solidificato in piccoli grumi, porosi, leggeri, svarianti a larghe fasce dal nero al ruggine, al bianco, sembravano dire << Ecco: noi vulcani nasciamo così…>> e invitavano a salire”; ora sono le vie di una Catania imprigionata dentro l’estro di Adalgisa Cavallotto, una libraia di stupefacente ottimismo inventivo, o percorse al fianco di un’indimenticabile figura di scontrosa anziana che parla francese, piena di manie, Clelia o Vittoria che si chiamasse; ora sono le aule e i corridoi di una scuola romana in cui lei conosce Agata, pittrice geniale e donna perduta dietro il naturale disordine dell’artista; o possono essere i luoghi improbabilissimi quanto realisticamente veri dell’assegnazione a lei di un Premio Alpi Apuane con contorno di borghesissime disavventure: l’annuncio improvviso e inatteso con la conseguente difficoltà a raggiungere il posto, la mancanza di abiti adatti, il ricorso a prestiti di camicette, la pioggia non prevista, il doversi lei presentare ad Anna Banti ristretta in un golfino bianco… C’è bisogno di ridire che l’ironia si impone come misura prima dello stile? Ed è un’ironia, come sempre nei grandi scrittori, fatta di tenera condiscendenza per le umane debolezze dei suoi personaggi, cui la nostra scrittrice aggiunge la misura anche più ampia delle sue, di debolezze. Ritratte e rivissute, che è l’altra cifra del libro, con l’occhio attento al tempo che è passato in abbondanza e forse avvicina all’ultimo giro di boa, anzi fatalmente avvicina e ne è consapevole ogni pagina, anche se la cosa non sembra né minimamente angosciare né aggiungere più di un divertito sorriso alla fluida vaporosità del racconto. Come se su tutto, anche sulle ginocchia che vacillano o sulla figura che scarpina non più dritta per le vie di Roma, sovrastasse una misura classica del tempo e delle cose (una volta viene evocato anche il Parini de La caduta): che è felicità di lingua e controllato dominio di sé. E verrebbe anche voglia di dire che questo libretto, con l’occhio narrativo volutamente inchiodato al presente, è una sorta di De senectute in chiave minima (o non dovrebbe anche dirsi, absit iniuria…, “femminile”?), vissuta con l’austero sorriso con cui Cicerone concluse il suo celebre libretto: ad quam (la vecchiaia) utinam perveniatis! Ut ea quae ex me audistis re experti probare possitis (vi auguro di arrivarci: e di provare nei fatti quello che io vi ho detto). Che è poi, nell’estrema saggezza del gran Catone, la gioiosa compiutezza del vivere.
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