FRANCESCO ABATE I ragazzi di città
pp. 270, euro 14 Il Maestrale, 2007
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Giuseppe Mussi
I ragazzi di città, edito dal Maestrale di Nuoro, è una riscrittura radicale - un “remix”, per usare le parole dell’autore - del romanzo d’esordio dello scrittore e giornalista cagliaritano Francesco Abate, pubblicato con il titolo Mister Dabolina nel 1998 per Castelvecchi. A quasi dieci anni di distanza Abate torna così a raccontarci la storia di un’estate particolare nella vita dell’avvocato e disk jokey Furio Grimaldi; un’estate, l’ennesima, passata insieme alla sua Family, un gruppo di dj e rapper alfieri dei ritmi e della cultura hip hop, attorno a Cagliari e alla costa sud orientale della Sardegna nel cuore degli anni Novanta. Della band, di cui Furio è leader carismatico, fanno parte l’afroamericano Max, sua sorella Joan, il francese François e la cagliaritana Gina. I cinque passano la stagione vagando con il loro furgone tra un locale e l’altro per consumare le notti nella comune e bruciante passione per la musica. Le loro vite scorrono veloci tra club affollati, incontri cercati o fortuiti, colazioni divorate all’alba e giorni passati a recuperare il sonno perso; ma soprattutto viaggiano sui binari di una doppia esistenza. Furio ne è l’espressione più viva ed emblematica: «avvocato di giorno, dee jay la notte, figlio e figliastro» - dove le sue due attività rispecchiano perfettamente quella dello scomparso padre naturale, musicista, e quella del padre adottivo, avvocato affermato - oltre che «marito perfetto e amante insospettabile». È proprio questa doppiezza a costituire il terreno ideale per imbastire una fitta trama di corrispondenze che Abate può così esplorare attraverso la narrazione e cogliere, introducendoci progressivamente nella vita dei personaggi, laceranti contraddizioni e irrivelabili segreti. Anche la struttura del romanzo sembra piegarsi a quest’esigenza: I ragazzi di città è infatti diviso in tracce, come fosse un disco o un’audiocassetta. Una struttura musicale - ci sono anche intro e tracce fantasma - che ricorda Destroy (1996, Feltrinelli) di Isabella Santacroce, altra e più celebre esordiente della scuderia Castelvecchi, e che permette all’autore di dividere nettamente il libro in due parti, un Lato A e un Lato B, mentre gioca con flashback, salti temporali e cambio di punti di vista. Nella prima parte Abate lascia così emergere le storie dei personaggi in modo graduale e, non secondariamente, assembla un mosaico che ritrae la generazione a cui essi appartengono. Nel Lato B, aperto da una profonda frattura, l’autore cambia registro, arrivando a lambire territori noir: un omicidio innesca un tragico climax, una dolorosa discesa nell’inquieto passato dei personaggi che incomincia a proiettare pesanti ombre sul presente. Gli eventi non tarderanno a precipitare, drammaticamente portando a galla il fondo limaccioso di molte verità nascoste. Sulla città, lungo tutto il romanzo, aleggia il fantasma della drag queen Peppino, amico di Furio fin dall’infanzia, tragicamente scomparso molti anni prima; unico a conoscere tutti i segreti del gruppo. La riscrittura del romanzo ha certamente giovato al ritmo della narrazione rendendo più coinvolgente la lettura, eppure lo spessore dei personaggi e la consistenza delle vicende di cui essi sono protagonisti rimangono debolissimi. L’affresco generazionale che viene fuori, soprattutto nei primi capitoli del libro, rischia continuamente di sfociare in un’imbarazzante epica della giovinezza, tra autocompiacimenti e maledettismi prêt-à-porter, quando non addirittura ridursi a una spicciola sociologia tribale - le categorie non vanno oltre il “gaggio”, il “tamarro” e il “burino” - che serve a presentare presuntuosamente la Family di Furio come modello alternativo al disprezzatissimo e conformista “popolo della notte”; quello di coloro che ballano «con la cravatta legata alle tempie» le canzoni di Umberto Balsamo. Tuttavia l’orizzonte sociale e culturale della Family non si dimostra meno conformista e prevedibile: le speranze di successo - «potevamo diventare famosi» -, i surfisti «alla ricerca dell’onda perfetta», le ragazze «giovani, ma toste», la gridata, artificiosa multiculturalità del gruppo e una colonna sonora, costruita da tante citazioni musicali, che solca le strade sicure di mode, usi e costumi in voga nella metà degli anni Novanta, sono così banali che potrebbero addirittura sembrare i tratti di un efficace quanto impietoso ritratto di quella generazione, se non fosse per la vischiosa complicità e compiacenza dell’autore. E per una tendenza alla stilizzazione - qui il caso emblematico è la poliziotta e picchiatrice Marta - che esaspera oltremodo l’artificialità del racconto. Per queste ragioni la discesa nell’incubo della seconda parte, che vorrebbe sfaldare tutte le certezze di Furio e dei suoi amici, del loro modo di vivere, del mondo a cui essi appartengono, sembra non riuscire minimamente a decostruire un quadro che a suo modo si mostra comunque autoindulgente ed edificante. Anche al di là del colpo di scena finale. Molto interessante, anche se solo accennata, è invece la polemica sulla spettacolarizzazione della cronaca che segue l’omicidio - proprio perché Abate è anche giornalista professionista -. Interessante e puntuale, considerando il fatto che di recente abbiamo assistito a sbrigativi e perniciosi interventi di alcuni “nostri” scrittori su episodi di cronaca particolarmente delicati. A questo punto viene spontaneo chiedersi quale necessità abbia spinto l’autore a ritornare su un romanzo così gracile; troppo debole per potersi salvare anche con un intervento di radicale riscrittura. Di certo non è bastato un personaggio straordinariamente riuscito come Peppino, che pare poter entrare di diritto in quell’affollata galleria di personaggi che da morti interagiscono con il mondo dei vivi. Una galleria, nella storia della narrativa sarda, popolata dalle opere di scrittori come Salvatore Satta e Salvatore Mannuzzu, fino al Giulio Angioni del recente Alba dei giorni bui.
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