AA. VV.
Lavoro da morire
pp. 130, euro 14,50 Einaudi, 2009
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Alfio Siracusano
Anche se questi “racconti di un’Italia sfruttata” (come recita il sottotitolo, Lavoro da morire) non sono propriamente un libro di letteratura, non è male ricordare che la letteratura si è posta assai spesso il problema del “lavoro” e dei lavoratori in quanto tali. Con due atteggiamenti contrapposti, come è noto ai più, ben sintetizzati dalla questione, che qui si vuole solo richiamare, del “populismo”. O anche, nei casi più scandalosi, con la mistica del buonismo cattolico stemperato in Arcadia che incatena il lavoratore al suo guinzaglio mentre canta l’amore tutto evangelico per chi gli dà l’occupazione. E il “pane”. Come facevano alla fine dell’ottocento i Campagnuoli sapienti di Giovanni Prati (è solo un esempio), in quella lirica richiamata da Giuseppe Petronio in margine al suo discorso su Giovanni Verga: “Se questi ricchi che ci dan le glebe / qualche volta con noi miti non sono, / noi dolorosa ma non trista plebe / rispondiamo con l’opra e col perdono. / E così, nel silenzio, ammaestrando / l’umile cencio a rispettar del povero, / noi lavoriam cantando”. Che è, aggiunge l’illustre critico, “prima ancora che una brutta poesia, una brutta azione”.
Un’ottima azione è invece il volumetto di Einaudi che ci troviamo davanti, nato dietro la spinta di un impegno morale dell’Inail di Aosta, come ci informa Viviana Rosi nella bella postfazione. Impegno “di promuovere una campagna di sensibilizzazione sulle discriminazioni, le inuguaglianze, le sopraffazioni che colpiscono talune categorie di lavoratori e lavoratrici, quando non tutte almeno potenzialmente” (pag. 118). Naturalmente oggi, in questa società della terziarizzazione conclamata, dei due o tremila morti ogni anno per infortuni più o meno legati alla sicurezza sul lavoro, del multietnismo diventato dato di fatto inutilmente e scioccamente quando non biecamente negato e osteggiato, delle carrette del mare che o vanno a fondo o vengono respinte col loro carico di carne macilenta, con le mille ingiustizie che una nuova umanità della fame si trova a subire da parte di un’umanità forse altrettanto “nuova” del benessere (“nuova” e dolorosamente inattesa: nel senso che si poteva legittimamente immaginarla capace di non più ripetere certe passate lordure, sue e di altre culture), saldamente attestata dietro la materialità delle sue condizioni di privilegio.
È appena il caso di dire che compiremmo anche noi una brutta azione se giudicassimo di questo libro in termini letterari. Peraltro neanche richiesti dagli autori presenti coi loro racconti: Avoledo, Bajani, Bianchi, Covito, Falco, Garlaschelli, Maraini, Murgia, Olivero, Pascale, Verasani. E il discorso vale per tutti.
Vale, ad esempio, per Dacia Maraini che, raccontandoci la storia della badante Nadja, si limita a lasciar parlare i fatti come emergono da una lunga intervista alla Nadja reale, ucraina, laureata, venuta in Italia a lavorare per mantenere la famiglia, paradigma vivente di una condizione che riassume tutte le lavoratrici come lei. A testimonianza di un mondo di dignità del “fare” che è il lavoro, che questa nostra trista civiltà dell’immagine in cerca solo di facili scorciatoie alla ricchezza, circondate assai spesso dallo squallore, sembra avere smarrito: se non altro perché ben altri sono i modelli offerti al suo immaginario. Vale anche dove la dimensione letteraria emerge chiaramente, nel senso almeno dell’invenzione “di fantasia” della storia, appare evidente dal profilo basso del racconto che l’autore si tiene, per così dire, “al di qua” dei suoi consueti moduli espressivi perché obbligato dalla scelta morale. Come è nel racconto di Tullio Avoledo che apre la rassegna (Il pesce grande mangia il pesce piccolo), che ci trasporta in una specie di assai prossimo futuribile dove due lavoratori autonomi (specie ormai in via di estinzione e nel racconto già estinta) raccontano la loro storia che è di un’umanità lavorativa – la loro ma in realtà quella di tutti – intristita nel generale disprezzo, al punto che il lavoro non sembra più essere l’atto in cui si esercita e si celebra la propria dignità (lontani i tempi in cui si diceva : il lavoro nobilita) quanto una specie di forzato eroismo da cui non si vede l’ora di essere esentati. E vale a maggior ragione nelle pagine di Antonio Pascale (Trasformare il trauma in dolore) che partono da un’affermazione di Susan Sontag circa il nostro quasi consueto “non saper cosa fare” davanti al dolore degli altri, per approdare a una lucida indignazione civile dettatagli dalle immagini del rogo alle acciaierie Thyssen. Davanti alle quali, come davanti allo stillicidio dei morti ora in questo ora in quel cantiere privo di adeguata sicurezza, anche la descrizione precisa e piena di dolore che fa seguito al “trauma” suscitato dall’evento non può bastare più se non diventa “dolore”, dunque progetto operativo, politico, pensiero rivolto ai “feriti”, ai vivi, per i quali si pone il problema della vita che comunque continua e nella quale si deve comunque fare in modo che quello che è accaduto non accada più. Col che si dà un senso anche all’esergo tratto da Brecht posto in testa alla postfazione: “Il mondo può essere descritto e rappresentato a patto che si descriva e rappresenti come un mondo che può essere cambiato”. Altrimenti si farà letteratura, forse. Magari buona. Ma certamente si compiranno brutte azioni.
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