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AA.VV. - Il quaderno verde del Che

RECENSIONI





L'antologia del Che

AAVV
Il quaderno verde
del Che

pp. 206, euro 14.90
Tropea, 2008

di Sergio Rotino

Quello che conteneva lo zaino del Che Guevara in Bolivia, al momento della sua carcerazione, è oggi dominio di tutti: «dodici rullini, una ventina di cartine con sopra i segni di matite colorate, una radio portatile che non funzionava da tempo, un paio di agende e un quaderno verde». Del “materiale cartaceo” contenuto nello zaino, le due agende sono diventate quell’enorme successo editoriale intitolato Diario del Che in Bolivia, mentre il quaderno verde aveva fatto perdere le sue tracce. Ma è proprio di questo quaderno che Paco Ignacio Taibo II ci parla ne Il quaderno verde del Che. Lo fa perché nel 2002 viene in possesso delle fotocopie del quaderno attraverso Jesus Anaja – il mitico JA, all’epoca editor di Planeta – e vi scopre un insieme di poesie. Sono testi privi di qualsiasi riferimento: niente titoli, niente nomi dei possibili autori. Potrebbero essere poesie dello stesso Guevara che, come Taibo II specifica nella sua introduzione, ha scritto testi poetici oltre ad aver sempre amato la lettura di raccolte di poesia. Ma potrebbero essere anche testi ricopiati durante la sua permanenza in Colombia. E quando? Il lavoro che Taibo si accolla è allora di mettere ordine al materiale e di comprenderlo. Alla fine quello che ne viene fuori è questo libro intitolato Il quaderno verde del Che, edito in Italia per la curatela di Leopoldo Carra. Una antologia poetica che non raccoglie testi di Guevara, bensì di quattro poeti cui era legato profondamente. Quindi il quaderno, come spiega Taibo II, è una antologia personale.

Diciamo meglio: è l’antologia personale del Che. Nelle pagine del quaderno trovano posto i testi ricopiati manualmente da varie raccolte poetiche del peruviano César Vallejo, del cileno Pablo Neruda, dello spagnolo León Felipe e del cubano Nicolás Guillén. A dirla tutta, il quaderno rilegato in verde che il Che si portava dietro così gelosamente è una antologia che ne mostra il lato più intimo, più segreto. Non a caso infatti le sessantanove poesie compongono l’intero corpus del Quaderno verde del Che hanno sì a che fare con riferimenti politici, sociali e declamatori, ma viene dato molto spazio anche «a poesie amorose e a riflessioni intimiste».

C’è in queste pagine qualcosa che non potremmo definire altrimenti se non come “uno scavo interiore”. I testi compongono cioè un viaggio dentro un uomo dalle grandi capacità intellettuali, conscio delle mille sfaccettature di cui è composto il suo animo. Per Taibo II non bisogna però interpretare la selezione e la giustapposizione dei testi del Quaderno verde come un percorso. L’ordine in cui sono posti non è infatti cronologico, tanto meno è rigoroso. Le poesie erano raccolte nelle pagine del quaderno «senza un criterio definito», non solo per l’elisione dei titoli o dei nomi degli autori, ma anche perché spesso erano ricopiate in modo incompleto, spezzandole e riportandole in pagine distanti fra di loro, come se la spinta fosse soprattutto a catturare il significato della parola o del giro dei versi in quel preciso momento.

Come se Guevara fosse stato fulminato dalla potenza del testo lì e non prima. A leggere tutte le poesie contenute in questa raccolta ci si fa l’idea di un movimento del pensiero che parte relativamente ordinato (la compostezza della ripetizione ternaria dei testi di Vallejo, Neruda, Guillén portata avanti per otto volte nella prima parte del quaderno) ma che poi, lentamente quanto inesorabilmente, prende a spaziare, a trovare poesie meno vicine a un gusto, diciamo, “omologato” (come è il Neruda di Residenza sulla Terra o di Venti poesie d’amore e una canzone disperata), a scavarsi un suo percorso.

Percorso che da intimo non può comunque evitare di guardare al lato politico. Cosa che spiegherebbe la presenza fitta di composizioni di Guillén e, al tempo stesso, il piccolo blocco finale dei nove testi poetici di Felipe, tratti da Il cervo e Oh, questo violino vecchio e rotto!. Conteggiando le poesie è proprio Guillén il poeta più “ricopiato” da Guevara, con 25 testi presi da 11 raccolte, seguono Vallejo, Neruda e Felipe. Questi però sono giochini da ricercatore universitario e interessano ben poco. Quello che resta ed è vero e interessa e ci tocca, è il bisogno del Che di restare ancorato almeno in parte alla poesia e ai poeti che amava di più. Probabilmente per l’uomo Guevara questo era, come osserva Taibo II, il «rifugio per recuperare, di fronte alla durezza dell’esistenza di ogni giorno, la sfera personale e la visione storica dell’America e della Spagna».



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