FRANCESCA DURANTI
Un anno senza canzoni
pp. 109 euro 15,00 Marsilio 2009
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Alessandra Casaltoli
L’infanzia vissuta in una piccola città provinciale, con ritmi scanditi da riti collettivi e rassicuranti, inclusivi, come le ferie estive in Versilia, o i pomeriggi invernali nel centro cittadino. L’adolescenza in una grande metropoli del nord e lo sradicamento conseguente, l’esclusione dai coetanei e l’abbandono da parte di genitori sempre più impegnati a vivere la propria vita secondo modalità edonistiche e disgreganti. C’è questo in Un anno senza canzoni di Francesca Duranti, che placidamente racconta attraverso le parole di un’adolescente, molto altro ancora su quello che accade, o può accadere, quando c’è assenza di dialogo, contatto ed affetto.
<<L’adolescenza, quando uno ne è uscito, diventa un libro scritto in una lingua sconosciuta>>. Come mai ha deciso di scriverne? Perché uno scrittore è un pensiero senza sesso e senza età che si incarna dove vuole.
Un anno senza canzoni è un titolo evocativo. Che cosa rappresenta la musica in questo romanzo? Rappresenta l’esigenza di un adolescente di essere in un coro, come gli altri, con gli altri.
La protagonista della storia, che poi funge da voce narrante, è assolutamente convinta che la sessualità maschile e quella femminile siano pianeti diversi e lontani. L’emancipazione femminile non ha avuto effetto neppure in questo campo dunque? Ha avuto l’effetto contrario. Il sesso libero è stato per secoli proibito alle donne sole. Poi è stato per breve tempo permesso, e fin qui andava bene. Subito dopo è diventato obbligatorio. Per un’adolescente che vuole essere ammessa nel branco, per una donna che non vuole essere esclusa dalla vita e dall’amore. Poi vuole sposarsi, sempre per amore. Se il sesso le piace (e succede) bene. Se non le piace (e succede) deve far finta.
Lei è una delle voci femminili affermate della letteratura italiana. Per una donna, scrivere nel nostro paese, è più facile, più difficile o non c’è distinzione di genere rispetto ad un uomo? Quello che è difficile è andare avanti senza copertura politico-culturale. Per gli uomini e per le donne.
Il libro è dedicato agli adolescenti e nei ringraziamenti lei cita sua nipote che l’ha aiutata nella scelta di alcuni brani musicali ripresi nel testo. Che cosa c’è da imparare dagli adolescenti di oggi e che cosa ancora da insegnare? Gli adolescenti sono uno spettacolo, non una scuola. E lo spettacolo, a volte, insegna qualcosa quasi involontariamente.
Lei è una scrittrice affermata anche a livello internazionale, i suoi libri sono stati tradotti in diciotto lingue. In Italia il libro è considerato un bene di lusso, o comunque non un oggetto di primaria necessità. E’ così anche altrove? Anni fa, a Helsinki, notai che, mentre tutti i negozi chiudevano alle sei, le librerie stavano aperte fino a mezzanotte. Ma forse ormai è finita anche lì.
E qual è il criterio con cui una scrittrice sceglie i libri da leggere? Io ho divorato romanzi per anni. Recentemente continuo a scriverli, ma leggo solo di storia, di economia e di politica. Se tutti facessero come me io potrei chiudere bottega.
Numerosi e prestigiosi i premi che lei ha vinto negli anni; vuole parlarci del “Premio dei lettori” che presiede a Lucca di persona? Qual è lo scopo di questo premio letterario? In che cosa si differenzia dagli altri? E’ diverso perché ha una vasta giuria (un centinaio di persone) non professionale (tranne me e Daniela Marcheschi), quindi liberissima da alleanze editoriali o pressioni corporative. Ma a differenza di tante giurie popolari che hanno l’indifferenza per i libri che lei ha sottolineato, è composta da persone che pagano una quota per iscriversi, che comprano i libri che presentiamo e che li leggono, perché appartengono appunto alla razza in estinzione dei veri lettori. |